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Non è colpa del Risorgimento se dopo 150 anni siamo un paese diviso

7 Novembre 2010

“Il 1861 segna il tramonto dell’Ancien Régime e gli italiani da sudditi diventano cittadini”, esordisce lo storico Roberto Vivarelli parlando del 150ennale dell’Unità d’Italia alla Lettura Annuale della fondazione Magna Carta (ieri a Roma, nella cornice del Tempio di Adriano). Ma cos'abbiamo imparato in 150 anni? (Tratto da Il Tempo)

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Una Nazione, per dirla con Herder, poggia su tre pilastri: i suoi confini, la lingua materna, l’idea di comunità che esprime. Ma nell’anno dell’unificazione, le grandi potenze non avevano idea di cosa fosse l’Italia e “non più del dieci per cento degli italiani erano italofoni”. Soprattutto, nel momento in cui diventavano liberi gli italiani non riuscirono “a mettere a frutto l’occasione che gli si era aperta”.

Due idee di comunità si scontrano fin dalla nascita della Nazione, una, quella mazziniana, che vede i cittadini come dei “fedeli” e fa della patria una “religione”, l’altra, quella di Cavour, che ha “nei commerci la molla della democrazia”, stabilisce le regole della competizione e ha il suo nume tutelare nella libertà. Lo Stato etico, lo Stato liberale. Questa opposizione è come un fil rouge che segna la nostra Storia: tra la fine del XX secolo e la Grande Guerra, l’idea liberale viene tradita prima dall’emergere del nazionalismo figlio della visione sacrificale cara ai Romantici, poi dal socialismo che sostituisce alla comunità la “classe”, e infine dal fascismo, uno stato autoritario in cui i cittadini tornano ad essere sudditi.

Dopo la Seconda Guerra mondiale, quando la nascita della Repubblica, la modernizzazione e il boom economico avrebbero potuto creare le condizioni per una educazione liberale, l’antifascismo riscrive un’altra volta la storia del Paese – “un’antistoria” che ha per vittima sempre Cavour. Per cui alla fine il messaggio di Vivarelli è netto, senza fronzoli. In Italia la rivoluzione incompiuta è ancora quella liberale. Quella promessa non si è mai realizzata del tutto. Gli italiani, diceva Giustino Fortunato, sono rimasti “senza disciplina civile perché senza disciplina morale”, e non basta il tintinnio delle manette per averne una, per provare “l’orgoglio di essere onesti”. Colpa della politica che avrebbe dovuto formare il nostro popolo esaltando il merito contro i privilegi, le corporazioni, le caste, e che invece ha deresponsabilizzato l’individuo.

Jacini, Salvemini, Einaudi, questa la genealogia da salvare: “Più volte nel corso dei miei studi ho cercato di mostrare che il liberismo è un’idea di Stato”, eppure siamo un Paese restio ad apprendere la lezione, e per venire a noi, “proprio oggi che le istituzioni sono cosa nostra e che siamo tutti abitanti della stessa città e ne condividiamo la stessa sorte, manca l’orgoglio, manca un legittimo patriottismo”. Manca una società libera da vincoli e legacci, mentre “perdura il carattere corporativo dello Stato”.Insomma, non diamo la colpa ai nostri progenitori se qualcosa è andato storto. Ai Padri Fondatori dobbiamo solo gratitudine. Siamo noi a non aver imparato nulla dal Risorgimento.

Commenti
Esatau
07/11/10 11:20
Occasioni
E' vero, nel 1861 “non più del dieci per cento degli italiani erano italofoni”. E' vero, nel momento in cui diventavano liberi gli italiani non riuscirono “a mettere a frutto l’occasione che gli si era aperta”. Entrambi questi caratteri “Nazionali” sono ricomparsi ad ogni successiva svolta della Storia e sono tuttora ben vivi e vegeti, come dimostrato dall'esistenza del leghismo e del berlusconismo. La diade originaria, quella tra Mazzini e Cavour, è dovuta passare – perchè nemmeno i liberali italiani hanno saputo mettere a frutto l'occasione che gli si era aperta – nella trafileria cattolica, da dove essa ne è uscita “normalizzata” cedendo i propri principi al sincretismo papalino. Noi siamo un popolo che vuole vivere tranquillo, con ampie deroghe di Legge e vuole andare in paradiso; queste caratteristiche mediane ci derivano dall'essere, noi italiani, dei cattolici di default e dal vivere obbligati in uno Stato ed in una società forgiata e strutturata sulla base di questo standard. Gli italiani sono “senza disciplina civile perché senza disciplina morale”? Baggianate. Noi siamo senza disciplina civile ed anche senza disciplina morale perchè siamo “costruiti” per considerare lo Stato come un artificioso sottoinsieme rispetto alla tradizionale predilezione della Chiesa per i bene credentes a discapito e discredito dei bene facientes Da cattolici di default sappiamo benissimo, persino intuitivamente, che non importa che il suddito si “comporti bene” se poi le sue idee non sono in sintonia con il dogma.
Scipio
07/11/10 13:17
Tralascio considerazioni
Tralascio considerazioni anche scontate che si potrebbero fare a proposito della lettura storica del Vivarelli - lettura orientata ideologicamente, come quelle che lo studioso si sforza di smascherare e condannare. Si tratta di una 'metafisica' della tradizione liberale, ancora più suggestiva e seducente perchè è come la lettera rubata di Poe: c'è, ma non si vede. E' una lettura storica orientata sul presente, come tutte le letture ideologiche e mistificanti: il finalismo moderato-conservatore che indica nella tradizione liberale l'unica tradizione da ripristinare, l'ideale da raggiungere. Per un presente imperfetto che può essere migliorato e riformato secondo il progetto (inespresso) della tradizione liberale, per l'appunto. Un perfetto esempio di idealismo hegelo-crociano applicato al presente del basso impero. Tesi, antitesi, sintesi dello Spirito (liberale): la Religione della Storia, il progresso. Il meccanismo retorico tiene, tranne che in questo passaggio: “proprio oggi che le istituzioni sono cosa nostra e che siamo tutti abitanti della stessa città e ne condividiamo la stessa sorte, manca l’orgoglio, manca un legittimo patriottismo”. Idest: le istituzioni sono 'cosa nostra' (sic), del potere, nord e sud lontanissimi; non siamo abitanti della stessa città, ma individui isolati e con l'ossessione dell'Altro; non condividiamo nessuna stessa sorte ma anneghiamo nel cinismo più individualista; non può che mancare l'orgoglio, non potremo mai sentirci patrioti. Qualcosa non va, mi pare, in questa lunga storia del liberalismo al potere (con tutti i fascismi, di allora e di oggi). Forse davvero conviene guardare ad altre tradizioni, ad altri patriottismi, ad altre idee di nazione, ad altre genealogie insespresse - il socialismo è anche quello di Rosselli, per dire. Tanti cari saluti, buona fine impero.
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