Giovedì 17 Maggio 2012
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Il centocinquantennale/ 2

Non è con la retorica sul Risorgimento che il Sud diventerà più moderno

4 Luglio 2010
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Alcuni personaggi della fiction "Un posto al sole"

La decisione di mobilitare la Rai, gli storici, organizzare convegni, pubblicare libri con grandi recensioni sui giornali, per fare conoscere agli italiani la storia del Risorgimento, ripete l’illusione ottocentesca di forgiare patrioti insegnando la storia. Con l’hegeliano Cousin la storia diventò la regina delle scienze in Francia. Il nation-building francese non si esaurì, però, nelle aule scolastiche. Fece la Parigi attuale, costruita dal barone Haussman, la capitale indiscussa della Francia. Londra era stata distrutta e ricostruita tante volte, era diventata una metropoli moderna e Napoleone III volle fare lo stesso di Parigi, con una rivoluzione urbanistica che modernizzò la città dalla rete idrica e fognaria al grande piano regolatore edilizio.

La Parigi di oggi con le grandi piazze, i grandi parchi, i boulevards, che tutti conosciamo non esisteva fino all’Ottocento. Il segno delle trasformazioni di Parigi è la statua di Enrico IV, costruita nel XVII secolo, buttata giù dalla rivoluzione, ricostruita nel 1818 e messa a Pont Neuf, come simbolo di riconciliazione nazionale con il ritorno di Luigi XVIII. Anche la Francia ha una storia complicata: la rivoluzione, la repubblica, l’impero, poi di nuovo la monarchia, la repubblica, l’impero, infine la repubblica attuale con un presidente monarca eletto dal popolo.

Non fu la rivoluzione a creare l’identità francese, perché i suoi simboli– il tricolore e la presa della Bastiglia – furono interiorizzati dalla maggioranza dei francesi tra il 1870 e il 1914. Più della scuola, contò la leva di massa e la modernizzazione: dalla bicicletta al treno. Fino al 1870, la maggior parte dei contadini francesi, una moltitudine di comunità separate l’una dall’altra e isolate, non parlava francese, aveva propri dialetti, credenze, usanze. Il grande storico Eugen Weber ha ricostruito in Peasants into Frenchmen: the Modernization of Rural France 1870-1914  come i contadini divennero francesi. Poiché i contadini non erano colti, non scrivevano, ha setacciato anche gli archivi delle parrocchie, dove i sacerdoti prendevano nota di quanto accadeva. Eugen Weber dimostra che nel 1783 i contadini francesi credevano che il suono delle campane proteggesse i campi dalla grandine durante i temporali e i parroci erano disperati per questa superstizione. La rivoluzione eliminò i preti, senza capire molto della religiosità dei contadini.

Diversamente da quanto si è creduto in Italia per molto tempo non fu la rivoluzione a creare l’identità francese – si pensi alla polemica marxista sul Risorgimento come rivoluzione mancata, alla quale rispose acutamente Rosario Romeo – ma piuttosto, come dimostra Weber, dalla bicicletta, inventata in Francia nel 1860, che aiutò parecchio a rompere  l’isolamento dei contadini. Il Secondo Imperò fallì però sulle ferrovie: fu soprattutto l’inefficienza delle ferrovie francesi nei confronti di quelle tedesche a provocare la sconfitta di Napoleone III nella guerra franco-prussiana del 1870 e la disfatta di Sedan. Nonostante la grande impresa ottocentesca di fare i francesi, nonostante la leva di massa, la mobilità e la possibilità di arrivare a Parigi, avessero acceso  l’orgoglio nazionale, la débâcle della linea Maginot nel 1940 si concluse con l’armistizio di Pétain e con De Gaulle a Londra:  già dissanguati da secoli di guerre, i francesi decisero di non versare una goccia di sangue e di accordarsi con chiunque avesse vinto.

La decisione dei paesi fondatori dell’Europa di mettere in comune nel 1951 l’acciaio e il carbone segnò la fine del conflitto secolare tra francesi e tedeschi per le miniere della Ruhr e dell’Alsazia-Lorena. Chi si è immaginato un’Europa unita, dove gli Stati non si facessero più guerre, non ha però deciso di sopprimere le identità nazionali, la cui competizione è anzi necessaria per non fare del Continente un museo.

In Italia, il presidente Ciampi e adesso Napolitano, due uomini di sinistra, hanno capito la necessità che “il popolo di sinistra”, come lo chiama Repubblica, si riconciliasse con la nazione e hanno usato il linguaggio e i temi che un nonno usa con nipotini abituati alle favole. Poiché il fascismo era stato nazionalista, si è scelto il Risorgimento per rilanciare il sentimento nazionale e in questa operazione la Lega ha avuto una funzione positiva, come ha compreso Marcello Veneziani. Da quando Bossi ha cominciato a sparlare del tricolore e a minacciare la secessione, è tutto uno sventolare di bandiere, l’inno nazionale cantato a ogni occasione, un’esplosione di patriottismo e di difesa dell’unità, con la Lega dipinta come la strega che vuole avvelenare Biancaneve. La storia del Risorgimento può essere raccontata in tanti modi, ma in definitiva l’Italia ottocentesca, non diversamente dalla Francia, tentò dei giocare le sue carte secondo le regole del tempo e partecipò alla prima guerra mondiale, una grande esperienza, come pensava Gentile, per un paese unificato da poco e da pochi.

La guerra è un momento tragico, ma porta il soldatino meridionale accanto al settentrionale e dalle trincee Gentile sperava potessero uscire uomini nuovi. The Pacific di Spielberg, il film sulla guerra americana nel Pacifico, mostra la guerra sul serio: i soldati americani allucinati come i soldati tedeschi: la loro vita dipende da quella del compagno d'armi accanto e dalla morte del nemico dalla parte opposta, anche lui un soldatino allucinato gettato nella fornace della storia.  Nessun sistema politico si è dato tanto da fare per nazionalizzare le masse come il fascismo:  l’esaltazione del Risorgimento, il tricolore, le adunate, le colonie, il mito di Roma, ma anche l’uso della cultura, dei manifesti, dei cinegiornali, del cinema, della radio. Le vicende della seconda guerra mondiale hanno indotto spesso gli intellettuali a domandarsi se l’Italia esisteva ancora come nazione e da anni si parla d’identità, come se l’Italia fosse una signorina viennese col complesso di Edipo. Mentre gli intellettuali discutevano tra loro, nel secondo Novecento, la televisione – già la maledetta televisione – ha unificato nel bene e nel male gli italiani da Nord a Sud, le auto e le autostrade li hanno rimescolati, il benessere li ha fatti diventare alti: un popolo di contadini, infine, ha cominciato a viaggiare e adesso li trovi dovunque per il mondo.

L’amore non basta a far funzionare un Paese e sventolare l’inno, gridare al lupo a chiunque parli di federalismo o di eliminare le spese eccessive, che aumentano il nostro debito e ci azzoppano, non è un grande amore. Se la Fiat non riesce a ridurre l’assenteismo a Pomigliano D’Arco, come tante altre imprese italiane deve andare a produrre altrove e i nostri governi devono chiudere un occhio sull’immigrazione, anche se nei quartieri poveri produce spesso degrado e insicurezza,  mentre nelle zone bene la gente colta con la colf extracomunitaria magnifica il multiculturalismo. Così, il problema attuale non sono tanto le imprese di Garibaldi in Sicilia, ma le élite palermitane che non provvedono alla spazzatura o agli antichi e bellissimi palazzi di Corso Vittorio Emanuele non ancora restaurati dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Il nostro Sud è bellissimo, pieno di brava gente, ma ancora con troppi Gattopardi, troppi letterati che provano compiacimento solo a descriverlo come un film di Scorsese, troppi amministratori che pensano a sistemare amici e clienti, a trafficare con le Asl, organizzare mostre e convegni e non si curano delle fogne, della rete idrica, della spazzatura.

Come ha scritto Aldo Grasso, "Un posto al sole", la soap italiana più nota, è il simbolo della Napoli bassoliniana, chiusa in un palazzo nobiliare dotato di tutti i comfort, col mare e il Vesuvio di fronte, dove non è mai esistito il problema della spazzatura, perché appunto non c’è mai stata Napoli, una città che avrebbe bisogno di opere concrete più che discorsi pomposi sul Risorgimento. Tra i tanti lamenti per la mancanza di fondi per celebrare l’unità, non c’è stato un intellettuale che abbia ricordato come il miglior modo per ricordare i 150 anni sarebbe la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, una grande opera che darebbe a tutti l’idea – anche a chi non conosce la storia e anche a chi non è italiano –  di cosa possa fare l’Italia quando si mette in cammino.

Commenti
Giometrico
04/07/10 12:51
Retorica risorgimentale
Cara Daniela, hai perfettamente ragione. Non è con la retorica sul Risorgimento che il Sud diventerà più moderno. Benchè, prima del risorgimento e delle sue retoriche, il Sud “modernizzasse” in talmente tanti aspetti ecomomici e industriali e sociali ecchippiù, da poter essere, senza scandalo alcuno, considerato, almeno un po’, più moderno degli altri stati italiani. La miriade di primati nazionali ed europei e mondiali, la valutazione dei titoli alla borsa di Parigi (superiore a cento quella del regno duesiciliano, rapportata a quella savojarda, molto al di sotto del nominale), il piazzamento al terzo posto, dopo Inghilterra e Francia, alla Esposizione Universale di Parigi del 1855, la recente testimonianza del console svizzero Claude Duvoisin (“nel secolo precedente, il Meridione d’Italia rappresentò un vero e proprio eden per tanti Svizzeri, che vi emigrarono, spinti soprattutto da ragioni economiche, oltre che dalla bellezza dei luoghi e dalla qualità di vita. Luogo di principale attrazione: Napoli, verso cui, ad ondate, tanti Svizzeri, soprattutto Svizzeri tedeschi di tutte le estrazioni sociali emigrarono con diversi obiettivi personali. Verso la metà dell’Ottocento, nella capitale del Regno delle due Sicilie quella svizzera era tra le più numerose comunità estere”), la certezza, da più parti espressa, che mafia e camorra, che preunitariamente non esistevano, furono “gentile omaggio di sua graziosa (e galantuoma) maestà”, sono solo alcuni eclatanti e sbalorditivi esempi trascurati ed oscurati dall’immobilismo sacrale della romanzata ufficialità. Certo, l’insipienza di noi meridionali e della nostra classe politica è sotto gli occhi di tutti, ormai da troppo tempo. Paradossali ed ultime, le proteste per i tagli dell’ultima manovra, quando non riusciamo a spendere manco quello che l’Europa ci assegna. Anche se, di contro e altrettanto paradossale, l’evidenza di quanto,la carta costituzionale di autonomia della Regione Siciliana, venga giuridicamente massacrata e le venga negato in via interpretativa ciò che le venne riconosciuto in via legislativa (con la mostruosa motivazione giuridica che le norme dello statuto contrastano con quelle della costituzione. Ma come, riconosci la necessità di regolamentare e differenziare la mia autonomia, e poi la elimini perchè in contrasto con la tua?). Ecco che allora concordo, appieno, sulla considerazione che il Sud avrebbe bisogno di opere concrete più che discorsi pomposi sul Risorgimento. Ecco che, ancora, concordo, appieno ed anche più, su “come il miglior modo per ricordare i 150 anni sarebbe la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, una grande opera che darebbe a tutti l’idea – anche a chi non conosce la storia e anche a chi non è italiano – di cosa possa fare l’Italia quando si mette in cammino”. Epperò, non ultima, ci aggiungo la necessità che quei pomposi discorsi sul “glorioso risorgimento” vadano, anche e soprattutto, alla ricerca di verità e giustizia. Perché è innegabile che, con l’unità, le condizioni del Sud peggiorarono “assaìssimo” Perché, con l’unità, il Sud è stato massacrato e derubato ed umiliato, ed ha tutto il diritto di veder restituita dignità a quei briganti, semmai briganti non furono, che combatterono e resistettero senza l’aiuto di una quinta armata che li conducesse alla vittoria e garantisse loro la qualifica di partigiani. Perché unità sia, anche sulla reciproca consapevolezza degli errori commessi. Alla faccia di quel disgraziato di Garibaldi. Giovanni Piazza Piazza Armerina
Luca
07/07/10 16:00
1. Non sono gli interessi
1. Non sono gli interessi materiali che tengono unita una nazione. 2. Definire Ciampi e Napolitano "uomini di sinistra" tout court non ha senso: uno è il solito "progressista" che va a braccetto con i poteri economici, l'altro è un ex comunista. 3. Affermare, come nel commento qua sopra, che mafia e camorra non esistevano prima dell'Unità d'Italia, è semplicemente ridicolo. 4. Unire gli italiani vorrebbe dire eliminare le consorterie, i gruppi di potere, le lobbies, i corporativismi (ad esempio i giudici, i giornalisti, i professori universitari, i sindacati): ciò che nessuno, nell'Italia di oggi, ha intenzione nè modo di fare.
09/07/10 10:47
Risorgimento culturale
La conoscenza della storia non dovrebbe servire a forgiare patrioti, magari da schierare quali fedeli combattenti in qualche delirante disegno guerrafondaio, bensì ad offrire ad ogni cittadino gli strumenti per comprendere il proprio passato ed acquisire consapevolezza del proprio ruolo di erede di un lungo cammino di civiltà. In questo senso le celebrazioni risorgimentali dovrebbero porre l’accento su quale sia stato il percorso che ha portato non ad un'unità ex novo, ma ad una riunificazione dell’Italia, dopo oltre un millennio di travagli. Il Risorgimento non andrebbe visto come un periodo storico che ha condotto alla formazione di uno stato rivendicante un preciso ruolo politico e militare nel consesso delle nazioni, ma come un progressivo ritrovamento e rinnovamento delle proprie comuni radici, da parte di un paese che può considerarsi la culla della civiltà occidentale. Non avrebbe senso infatti parlare di Manzoni senza parlare di Dante, così come non si può parlare di epopea risorgimentale senza valutare la portata culturale internazionale dell’Umanesimo e del Rinascimento italiani. Il Risorgimento dunque non è una tragica invenzione sabauda per portare a compimento la politica del carciofo dell’avo Emanuele Filiberto, ma una naturale conseguenza di un’evoluzione civile dell’intera Europa. Evoluzione civile peraltro legata a profonde differenze sociali, dunque avvertita da una minima parte della popolazione, con inevitabili e disastrose strumentalizzazioni. Oggi sarebbe dunque utile riproporre la tematica risorgimentale per ripensare al ruolo dell’Italia nella formazione della cultura universale ed offrire ai suoi cittadini la consapevolezza, così come la responsabilità, dell’importanza di essere Italiani. Se dunque la televisione ha dato modo agl’Italiani di ritrovarsi tutti insieme davanti a Lascia o Raddoppia, imparando a parlare un’unica lingua (che peraltro gl’intellettuali non solo italiani parlavano già da diversi secoli, oltre al Latino), oggi la superficialità della comunicazione tende a svalutare la portata culturale dell’Unità, riducendola ad una sorta di combinazione di fattori opportunistici sostanzialmente superati. La cultura dell’effimero porta ad inorgoglirsi per un successo sportivo o per un’etichetta Made in Italy ed a deprimersi per un’eliminazione ai Mondiali o una crisi delle esportazioni. Si vorrebbe addirittura un ponte sullo Stretto di Messina per ritrovare l’orgoglio nazionale, ma nessuno sembra voler invitare gl’Italiani a sentirsi uniti ed un poco più importanti entrando in una biblioteca, in un teatro o in un museo.
Giometrico
10/07/10 07:40
Retorica risorgimentale
Prima di bollar di ridicolaggine una qualunque affermazione, si dovrebbe avere il buon senso (insieme a prudenza ed un pizzico di furbizia) di controllare su quali basi poggia quella presunta stupidità. Ecco che allora quella affermazione non sarà più ridicola ma, tuttalpiù, controversa. Perchè “è un dato di fatto storico ed innegabile che prima dell'unità d'Italia la mafia in Sicilia non esisteva. Gli sforzi fatti da certi scrittori interessati e per nulla obiettivi di ravvisare in certe formazioni feudali al soldo dei feudatari dell'epoca gli antenati della mafia sono destinati a naufragare di fronte alla considerazione che in tutti i regimi feudali e parafeudali esistevano tali formazioni, che non avevano nulla a che vedere con la vera e propria mafia. Chi non ricorda a proposito Don Rodrigo e l'Innominato con i loro "bravi" di manzoniana memoria? Eppure nessun critico serio, ed a ragio¬ne, si sognerebbe mai di considerare mafiosi tali personaggi.” Il parere di un esperto di mafia: Rocco Chinnici, magistrato palermitano assassinato nel 1983, nella sua relazione sulla mafia presentata al convegno di Grottaferrata il 03-07-1978, scrive: "Riprendendo le fila del nostro dis¬corso, prima di occuparci della mafia del periodo che va dall'unificazione del Regno d'Italia alla prima guerra mondiale e all'avvento del fascismo, dobbiamo brevemen¬te, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denomina¬zione, prima dell'unificazione, non era mai esistita in Sicilia" e poi aggiunge: "La mafia ... nasce e si sviluppa subito dopo l'unificazione del Regno d'Italia". Esiste poi un libercolo turistico inglese preunitario che riconosce ai Borbone di aver reso sicure le strade del regno, mentre Claude Duvoisin, console svizzero, così si espresse in tempi recenti: “nel secolo precedente, il Meridione d’Italia rappresentò un vero e proprio eden per tanti Svizzeri, che vi emigrarono, spinti soprattutto da ragioni economiche, oltre che dalla bellezza dei luoghi e dalla qualità di vita. Luogo di principale attrazione: Napoli, verso cui, ad ondate, tanti Svizzeri, soprattutto Svizzeri tedeschi di tutte le estrazioni sociali emigrarono con diversi obiettivi personali. Verso la metà dell’Ottocento, nella capitale del Regno delle due Sicilie quella svizzera era tra le più numerose comunità estere” . E questo è il parere di un “vincitore”, Conte Alessandro Bianco di Saint-Joroz, capitano nel Corpo di Stato Maggiore Generale Piemontese: "Il 1860 trovò questo popolo del 1859, vestito, calzato, industre, con riserve economiche. Il contadino possedeva una moneta e vendeva animali; corrispondeva esattamente gli affitti; con poco alimentava la famiglia, tutti, in propria condizione, vivevano contenti del proprio stato materiale. Adesso è l'opposto. La pubblica istruzione era sino al 1859 gratuita; cattedre letterarie e scientifiche in tutte le città principali di ogni provincia. Adesso veruna cattedra scientifica. Nobili e plebei, ricchi e poveri, qui tutti aspirano, meno qualche onorevole eccezione, ad una prossima restaurazione borbonica" Dunque, sono diversi e di varia e variegata provenienza, i pareri secondo i quali l'annessione della Sicilia al Piemonte e poi al Regno d'Italia creò le pre¬messe e le condizioni favorevoli per la nascita e lo sviluppo della mafia. Epperò, l’immobilismo sacrale della romanzata ufficialità, con i suoi eroici romanzetti strappalacrime, è riuscito ad inchiodare, alle coscienze del sud, la convinzione che furono le schioppettate garibaldine a farci uscire dalle tenebre medievali. Scaraventando poi, su quella convinzione, anche il macigno dei sensi di colpa derivanti da “delicatissime” teorie di popolo e razza: “L’intero popolo del mezzogiorno assume i connotati del delinquente atavico”. (Cesare Lombroso) “La razza maledetta, che popola tutta la Sardegna e la Sicilia e il mezzogiorno d’Italia dovrebbe essere trattata ugualmente col ferro e col fuoco, dannata alla morte come le razze inferiori dell’Africa, dell’Australia...” (Alfredo Niceforo) Ecco, queste le poche e “ridicole” ragioni di quella miriade che il Sud sconosce e che mi consentono di riaffermare “ la certezza, da più parti espressa, che mafia e camorra, che preunitariamente non esistevano, furono gentile omaggio di sua graziosa (e galantuoma) maestà”. Alla faccia di quel disgraziato di Garibaldi!
emilio
10/08/10 23:47
Cara Sig.a Coli, ha ragione
Cara Sig.a Coli, ha ragione quando dice che il Sud non ha bisogno di pomposi discorsi sul risorgimento ma di opere concrete. Le comunico che, dal dopoguerra ad oggi, al sud ci sono circa 1000 km di ferrovie in meno, e chiaramente la maggior parte a binario unico. Se prova a guardare nel piano di sviluppo delle ferrovie dello stato, vedrà che nessun investimento è previsto al Sud ma tutti sono previsti al centro nord; e chiaramente non ce ne sono neanche all’orizzonte. Se poi guarda il trasporto su gomma la situazione è uguale; le strutture scolastiche al Sud sono vergognose, e quando si fa qualcosa è per un “intervento straordinario”, come se la scuola o le strade o gli acquedotti o le ferrovie fossero interventi straordinari. I fondi FAS vengono usati dovunque e per qualsiasi cosa tranne che per il Sud, si fanno aumentare le quote latte che ci spettano a livello europeo, usate esclusivamente al nord, a scapito delle quote agrumi, quasi tutte al Sud, poi ci si stupisce di Rosarno ; la sanità và male, ma le consiglio di guardare i bilanci, vedrà che una grossa fetta dei soldi spesi vanno alle regioni del nord, dove i malati del sud si recano per farsi curare. Su una cosa sono d’accordo con lei, la classe politica e dirigente del Sud ha grosse colpe, ma le ricordo che è figlia degli stessi che hanno svenduto la loro terra alle bestie scese dal piemonte a violentare, uccidere e derubare. So che forse a lei non interessa, e considera queste cose “normali” per un periodo di rivoluzioni, ma si dovrebbe ricordare che in Francia, il territorio nazionale è stato fatto crescere in maniera più o meno omogenea, mentre in questo paese una parte ha usato l’altra a suo piacimento; d’altronde avevano vinto una guerra che era di conquista, non certo di unione. “Cornuti e mazziati”, come dicono nella capitale(delle Due Sicilie); tutta la classe dirigente del sud attuale è “italiana” e innamorata del risorgimento, e soprattutto attaccata al suo portafoglio, come lo è da 150 anni, dietro ai vincitori per convenienza. Ha fatto poi un esempio interessante sul carbone, dato che in questi giorni cade l’anniversario della strage di Marcinelle, dove 136 italiani morirono nelle miniere, di cui 112 del Sud, questo per il patto Uomo –Carbone, come veniva chiamato, con cui noi ci impegnavamo a dare carne ed ogni uomo portava 200 kg di carbone per alimentare le industrie del nord; di quella carne l’80% era del Sud. Quando poi dice che da quando Bossi parla male dell’italia è tutto uno sventolare di bandiere e di inni, mi fa un po’ sorridere; non so dove lei vive ma io, nato, cresciuto e residente in Lombardia, tutto questo amore che lei dice non lo vedo, non esiste, tranne che per persone o intere scolaresche che vengono “precettate” per riempire le varie manifestazioni che vengono messe in piedi. Questo paese è stato costruito profondendo odio verso il Sud, per giustificare le stragi vergognose compiute dai “fratelli d’italia”, e fino a quando anche la storia non sarà raccontata per come veramente è stata, andremo sempre più verso la realizzazione degli articoli 1 e 2 dello statuto della lega Nord. Assieme a questo, concordo, ci vogliono anche le opere concrete. Sinceramente, glie lo scrivo senza volerla offendere, l’unica che fa’ retorica mi sembra proprio lei, che non vuole che si tocchi il “mito” del risorgimento e che, dato che non è conveniente, è meglio lasciar stare il passato, e “commuoverci” quando si parla dell’”eroe dei due mondi”, anzi, voglio essere generoso, diciamo anche 3 o 4 mondi. Quando leggo articoli come i suoi perdo la speranza che questo paese possa restare unito, anzi mi convinco sempre più che i veri nemici di questo paese siano proprio coloro che, forse, pensano di essere i migliori “italiani”. Con rispetto.
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