Venerdì 25 Luglio 2014

Ai relativisti nostrani non piace il relativismo della sentenza anti-sarda

12 Ottobre 2007

Finalmente una  sentenza che rompe con la retorica dell’illuminismo, con l’universalismo liberale, con i presunti "diritti naturali" dell’uomo e del cittadino ovvero con tutte quelle brutte cose che hanno partorito il totalitarismo rosso e nero! I giudici di Hannover hanno inflitto una condanna di sei anni a un giovane sardo, Maurizio Pusceddu, colpevole di aver tenuto prigioniera e seviziato l’ex fidanzata lituana. Avrebbero dovuto dargliene otto ma hanno considerato le "attenuanti etniche e culturali".

Se il conterraneo di Graziano Mesina si fosse trovato dinanzi a magistrati kantiani, ammalati di imperativi categorici e di "norme che dettano incondizionatamente", non avrebbe avuto nessuno sconto di pena: "Sei uomo e, come tale, avresti dovuto ascoltare la voce del Dovere e trattare l’altro (in questo caso l’altra) sempre come fine e  mai solo come mezzo".

Per fortuna,  i tempi cambiano e i presidenti dei tribunali, anche in Germania, sanno che gli uomini non sono eguali, che i costumi, le mentalità, i modi di trattare l’altra metà del cielo variano con le latitudini e le longitudini e che uno stupro al di qua del fiume non è la stessa cosa di uno stupro al di là. Hanno commesso un piccolo errore, quello di attribuire alla Sardegna la stessa "cultura" (nel senso più neutrale e antropologico del termine) di qualche sperduto altopiano asiatico abitato da fondamentalisti musulmani. Errare humanum est e uno sbaglio non è una colpa: non si offende nessuno—che sia sardo o scozzese—a scambiarlo per un taliban: le tribù hanno tutte la stessa dignità anche se sono molto diverse e se qualcuna (quella occidentale) ritiene, con grande presunzione, di non essere una "tribù".

Invece di applaudire al coraggio dei magistrati tedeschi s’è scatenata, in Italia, una canea trasversale che ha visto unite destra e sinistra. Il legale di Pusceddu, ha detto di essere inorridita per i "riferimenti alla razza e all’etnia" ma non solo si è guardata bene dall’esigere, per il suo assistito, la stessa identica pena che sarebbe stata comminata a un cittadino tedesco—otto anni invece di sei— ma, come ha riferito l’ANSA "ha presentato istanza alla Corte d’Appello del capoluogo sardo per ottenere che la pena possa essere scontata in Italia": non si capisce bene a quale titolo dal momento che il Pusceddu ha commesso il reato in Germania e la sua vittima non ha nulla a che vedere col nostro paese, trattandosi, come s’è detto, di una immigrata lituana.

Insomma l’Avv. Annamaria Busia desidera che il suo conterraneo venga trattato come un cittadino italiano ed europeo? E allora perché accetta lo sconto di pena e vuole riportarselo in Italia come se fosse un ‘diverso’? Se invece non lo considera uguale agli ospiti tedeschi e ne richiama l’appartenenza a "un sistema dove è sempre stato in vigore il matriarcato", perché non chiede, per lui, una pena doppia giacché un reato misogino commesso da chi ha le sue radici in una società patriarcale è meno grave di quello imputabile  al rampollo di una comunità matriarcale?

A dare man forte alla Busia non potevano mancare i politici. Il deputato di AN, Bruno Murgia, ha subito sollecitato il nostro governo "a chiedere le scuse della Germania" e ad offrirle "un corso gratuito di antropologia culturale. Il giudice di Hannover scoprirà così che i sardi non sono tutti zoticoni e incivili, come non tutti i tedeschi sono responsabili di aver messo gli ebrei nei forti crematori". Una reazione esemplare col  suo mix di politically uncorrect e di opportuni richiami ai Lager, quale poteva venire solo da un vero patriota italosardo!

Non meno reattivo è stato il sottosegretario alla Giustizia, Luigi Manconi, che non ha esitato a bollare come "razzismo differenzialista" una sentenza pur ispirata  al multiculturalismo e al relativismo oggi in auge. "Le appartenenze culturali, le tradizioni etniche (ma non esiste una etnia sarda), le credenze religiose, le consuetudini alimentari, le forme di relazione, i costumi e gli stili di vita—ha sentenziato-- possono, e devono essere, accettati e fin tutelati. Ciò  vale per i sardi, i valtellinesi e i musulmani ma a una e irrinunciabile condizione: che non violino i diritti fondamentali della persona. In questo caso, la parità, la libertà e l'integrità della donna". Bene, torniamo ai vituperati lumi! Ma allora perché non esigere che Pusceddu venga condannato a una pena  più severa e, soprattutto, che la sconti in Germania, un paese serio, in cui se si viene condannati a un periodo di detenzione, breve o lungo che sia, non  si prevedono indulti e indultini che facciano uscire il reo prima del tempo?

 Isabella Bortolini, VicePresidente dei Deputato di Forza Italia, sa con chi prendersela per il "messaggio gravemente diffamatorio e razzista" che viene da Hannover: "Le affermazioni del nostro Ministro Amato sulla tradizione siculo-pakistana di picchiare le donne—ricorda opportunamente— non aiutano il nostro Paese a uscire dalla schiavitù dei luoghi comuni e dei pregiudizi". S’impone anche per lei, pertanto, la protesta ufficiale di Prodi e di D’Alema "presso la Merkel per difendere il buon nome degli italiani all’estero". Neppure la Bortolini, però,ci dice se il torturatore-stupratore delle donne debba o no rimanere in Germania e se i sei anni siano da considerarsi bastanti per le violenze subite dalla malcapitata lituana. E’ una professionista politica, si dirà, più interessata a spargere fumi polemici e atti di accusa con risonanze massmediatiche che a venire al dunque.

Per fortuna, però, è intervenuta l’accademia a rimettere le cose a posto e a portare nel tenebroso affare la luce della scienza. Non sa il giudice tedesco, ha detto il Professore Emerito dell’Università di Sassari, Manlio Bragaglia, "che la leggenda vuole che in Sardegna c’è ancora il matriarcato e, quindi, sono le donne che picchiano gli uomini?".

A dir la verità, non lo sapevamo neppure noi italiani "continentali" che, pensando alle donne sarde, ci figuravamo umili e discrete zie Pottoi intente ai fornelli o al telaio, e che ora, alla luce di tali  costumi, possiamo capire perché sei anni di galera "non sono pochi" (i poveri maschi sardi, abituati ad essere picchiati da madri e mogli, anzi dovrebbero venir elogiati qualora le parti s’invertissero! ) Grazie a Bragaglia siamo pure in grado di collegare i "motivi etnici e culturali", addotti nella sentenza,  alla formazione filosofica dei giudici tedeschi condizionati "evidentemente" dalle "teorie di Lombroso e di Niceforo" che "continuano a circolare".

Ci saremmo non poco preoccupati, per la verità, se fossero mancate le citazioni di Cesare Lombroso e di Alfredo Niceforo. I due scienziati sociali, infatti, da tempo non più letti,   restano nondimeno, nell’immaginario collettivo degli eterni don Ferrante, come i simboli più tetri del positivismo superficiale e razzista. Inutile dire che, nonostante gli aspetti irrimediabilmente caduchi delle loro ricerche, furono studiosi tutt’altro che mediocri e che appartennero a quella cultura moderatamente progressista e con tratti liberali che avrebbe voluto fare del nostro un "paese civile", cominciando col distruggere le illusioni sulla ricchezza del meridione, sulle eccellenti qualità dell’italiano medio, sulla nostra antica, superiore, civiltà. Dove impera la retorica, l’analisi pacata e ragionevole si ritira in buon ordine.

Nel Pantheon già tanto ricco della filosofia e della scienza tedesche tra Otto e Novecento, Bragaglia, in definitiva, vorrebbe pure includere i nostri due antropologi: l’orgoglio "etnico" ferito si converte, paradossalmente, nella svendita del nostro patrimonio intellettuale! E’ una pagina di regressione tribale che ci si augura di veder chiusa al più presto.

Commenti
14/10/07 10:01
Dino Cofrancesco
Evidentemente il desiderio di essere bastian contrari offusca la mente.
16/10/07 11:14
Territorialità del diritto o personalità del diritto. Questo è i
La sentenza di Hannover con la quale un giovane sardo ha beneficiato delle attenuanti generiche per le sue origini etniche e culturali, riapre l'annoso problema del rapporto intercorrente, fin dal tempo dei regni romano-barbarici, tra il criterio della territorialità del diritto e il criterio della personalità del diritto. Mentre il primo è tipico delle moderne legislazioni post-illuministiche e neo-statuali e sancisce che ogni soggetto deve attenersi alle leggi e agli usi del luogo in cui si trova, pena la sottoposizione alle sanzioni previste da quelle stesse leggi, il secondo è tipico di ordinamenti pre-statuali, tipici della realtà medioevale di diritto comune, nei quali ogni soggetto viveva sottoposto alla legge della propria natio (della propria cultura o civiltà, diremmo oggi) in virtù della propria appartenenza etnica. Di qui la presenza di un ordinamento multiculturale e pluralistico basato sulla "pacifica convivenza" di diverse tradizioni e diverse genti, nessuna delle quali accampava pretese volte all'imposizione dall'alto della propria legge. E' proprio di questa eterna opposizione tra i due modelli ciò di cui discute polemicamente in un suo recente articolo Dino Cofrancesco, secondo il quale questa professione di relativismo del tribunale tedesco ha stranamente colto impreparati i relativisti di casa nostra. I campioni del multiculturalismo a targhe alterne hanno infatti strillato contro una sentenza profondamente razzista, discriminatoria ed offensiva nel tempo dell'Europa unita. E, in effetti, proprio di questo si tratta: discriminazione non significa altro che trattare e considerare le persone in maniera diversa; ecco allora che, continua Cofrancesco, siccome gli uomini non sono tutti uguali, ma si distinguono per razza, cultura, religione e così via, andranno giudicati in base alla loro appartenenza etnica anche di fronte ad un giudice. Non si può essere infatti multiculturalisti se c'è da difendere il diritto della donna musulmana ad indossare il burqa e diventare universalisti quando un giudice tedesco applica la sharia ad un caso di divorzio, come accaduto nella primavera scorsa a Francoforte. Quella che si chiede è soltanto un minimo di coerenza. Dopodiché occorre valutare realmente i pregi e i difetti dei due sistemi. Se il primo, ovvero quello della territorialità del diritto, è certamente connaturato all'esperienza dello Stato nazionale e, quindi, non del tutto liberale, il secondo, al contrario, garantisce certamente uno spazio di libertà maggiore in quanto inserito in un contesto scevro da coercizione. A tal proposito sembrerebbe quindi aver ragione Lord Acton che affermava "La libertà è medioevale, l'assolutismo è moderno". D'altro canto l'universalismo degli assiomi di vita, proprietà, libertà (ossia quelle verità ultime sulle quali si fonda il liberalismo giusnaturalista) nati con la rivoluzione americana, hanno imposto un ripensamento della realtà relativista cui fa riferimento Cofrancesco, modificandola e garantendo a tutti i cittadini l'uguaglianza formale di fronte alla legge, principio quest'ultimo alla base dell'antico costituzionalismo liberale. Ed è proprio grazie a questo tipo di diritto che si è impedito che tutte le convenzioni e le consuetudini potessero essere supinamente accettate, è in forza di questi principi che si è combattuta la ghettizzazione e si è promossa l'integrazione. Se il diritto e le istituzioni giuridiche vanno considerate (solo) in relazione al processo che governa l'evoluzione delle pratiche consuetudinarie e fondate sulla tradizione, come sosteneva Friedrich August von Haye k e se sostenessimo solamente la "storicità dei diritti" di Norberto Bobbio, non potremmo in alcun modo opporci a quelle pratiche evolutesi spontaneamente o nel solco dello Stato di diritto, ma del tutto incoerenti con un sistema di libertà. A noi la quanto mai difficile scelta.
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n° 141 del 5 Aprile 2007.