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Mulini a vento

1992, la solita Italia che piace all’estero

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Va in onda “1992”, la serie tv nata da un’idea di Stefano Accorsi. C’è senza dubbio da apprezzare il fatto che le serie italiane siano diventate “maggiorenni”, come ha scritto Mariarosa Mancuso sul Foglio, tant’è che l’Hollywood Reporter dedica una lunga intervista agli autori, Rampoldi, Sardo, Fabbri, spiegandoci che finalmente anche la nostra industria culturale ha i suoi “showrunner”, insieme sceneggiatori e produttori, capaci di far decollare i prodotti seriali a livello globale.

Tutto va bene madama la marchesa? Non proprio. Se l’intento dichiarato non è quello di creare dei santini, degli “eroi di carta”, ovvero i giudici di Mani Pulite (vedremo se l’industria della memoria oltre a consegnarci i ritratti del pool di Milano farà qualche breve cenno sui metodi d’indagine usati da chi successivamente avrebbe scelto di fare politica), vale comunque la pena chiedersi che genere di prodotti il nostro Paese è in grado di esportare con successo all’estero.

Gomorra, Romanzo Criminale, 1992, saranno pure maggiorenni ma sempre sullo stesso tasto battono, l’Italia regno del crimine e delle scorribande politico-mafiose. Va bene che la “dark side” tira sempre di più delle storie positive e che di storie nere da offrire ne abbiamo a iosa, ma gli showrunner nostrani proprio non riescono a immaginare altre vicende? Magari storie che abbiano come protagonisti quei “piccoli maestri” di cui pure Accorsi sa qualcosa e dei quali parlava il presidente Napolitano poco prima di lasciare il suo incarico al Quirinale…

Che gli autori di 1992 si abbeverino a Boss e Game of Thrones è certamente una bella notizia; ma per raccontare l’Italia di ieri e quella di oggi non ci si può accontentare solo del “crime” finendo per rafforzare quella visione esotica (e stereotipata) che gli altri hanno di noi. Per diventare davvero mature, le nostre serie aspettano di andare oltre. Servirebbe per esempio una House of Cards italiana (ci riusciremo mai con la Rai lottizzata?), ma non farebbe male alla salute della nostra industria culturale raccontare, almeno ogni tanto, qualche vicenda che parli della nostra identità senza ridurla solo a una storia di mafia e di corruzione. 

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