Home News A Firenze si sgretola il potere rosso e Veltroni cerca di salvarsi dalle macerie

Scricchiolii sinistri

A Firenze si sgretola il potere rosso e Veltroni cerca di salvarsi dalle macerie

1
19

 

Caso Firenze, Veltroni ha deciso: via le primarie Pd per il candidato sindaco seppure a campagna elettorale già iniziata, avanti tutta con quelle di coalizione.

La mossa romana in riva d'Arno ha due obiettivi. Il primo: mettere una pezza sopra il caos delle primarie di partito trasformate in una guerra permanente tra quattro candidati con relative fazioni e per questo diventate un meccanismo ormai fuori controllo e un boomerang micidiale nella road map dei democrat verso le amministrative 2009.

Il secondo: scongiurare il rischio che i già traballanti equilibri del governo di Firenze e della maggioranza di centrosinistra possano franare definitivamente e prima della naturale scadenza del mandato sotto il peso di nuove defezioni nella giunta del sindaco Leonardo Domenici, già orfana di tre assessori per le ripercussioni politico-giudiziarie collegate alla vicenda Castello, e di ulteriori fibrillazioni tra Pd e alleati.

Il progetto di sviluppo nell'area a nord-ovest della città (tra l'aeroporto di Peretola e l'autostrada) è finito al centro dell'inchiesta della procura che ha iscritto nel registro degli indagati gli assessori Gianni Biagi (due settimane fa ha lasciato Palazzo Vecchio e la delega all'urbanistica) e Graziano Cioni (tuttora titolare della sicurezza e politiche sanitarie), quest'ultimo in corsa per le ormai ex primarie Pd. Prima della bufera giudiziaria se n'era andato l'assessore alla Cultura Giovanni Gozzini che in dichiarazioni pubbliche aveva manifestato perplessità proprio sull'operazione Castello.

Il terremoto politico che ha investito la maggioranza ha prodotto le dimissioni del capogruppo dei democratici in consiglio comunale Alberto Formigli (sotto inchiesta per un'altra vicenda giudiziaria e “intercettato” dagli investigatori in conversazioni telefoniche con Biagi su Castello) e qualche giorno fa anche quelle dell'assessore Paolo Coggiola. Dimissioni in quest'ultimo caso avvenute per ordine di partito. Nella vicenda Castello infatti, Diliberto e i dirigenti toscani del Pdci non hanno digerito – politicamente - la posizione dell'amministrazione comunale e in particolare quella di Cioni del quale avevano chiesto la testa. Per questo sono usciti dalla maggioranza.

C'è di tutto e di più nel complicatissimo puzzle fiorentino. Perché all'aspetto meramente giudiziario che riguarda eventuali responsabilità dei singoli ancorché esponenti della giunta comunale come nel caso dei due assessori coinvolti (il sindaco Domenici non è indagato e ha sempre rivendicato la correttezza degli atti dell'amministrazione su Castello), si aggiungono inevitabilmente i risvolti politici che il “caso” Firenze mette in luce. Anzitutto quello di un modello di governo che qui in Toscana, da sempre laboratorio avanzato della sinistra italiana e del progressismo tout court, comincia a mostrare limiti e fragilità. E non è un caso se la procura fiorentina sostiene che sui 160 ettari dei terreni di Castello di proprietà di un gruppo imprenditoriale lombardo, dove era prevista la realizzazione di edilizia residenziale, strutture ricettive e commerciali, il trasferimento delle nuove sedi di Regione e Provincia, un parco pubblico e di recente si era ipotizzata perfino la costruzione del nuovo stadio, “non è stato perseguito l'interesse pubblico”.

C'è poi la travagliata questione delle primarie Pd dalla quale emerge la debolezza di un partito che pure in uno degli ultimi “fortini” del potere rosso, fa i conti con una perdita di consenso significativa come segnala l'ultimo sondaggio Swg (prima della vicenda Castello) in base al quale dal 48,7% delle politiche i democratici scendono a quota 44 (ma da recenti rilevazioni interne il termometro del consenso segnerebbe una flessione al 39%).

Dunque sul tavolo di Veltroni, oltre a quelle di Napoli, Genova, della Basilicata e dell'Abruzzo, è finita anche la “pratica” Firenze. E la soluzione finale per rimettere insieme i cocci di un partito lacerato da mesi di tensioni interne e in preda a un clima da resa dei conti permanente, appare nient'altro che un compromesso per salvare il salvabile. Primo perché fino a ieri i democratici fiorentini hanno sempre rifiutato l'idea di primarie di coalizione, rivendicando la vocazione maggioritaria del partito che lo stesso Veltroni sei mesi fa indicò come via maestra salvo poi strambare lungo la rotta tracciata da Di Pietro, e l'indubbio peso della “cassaforte” elettorale in riva d'Arno. Oggi, invece, è lo stesso leader Pd a decidere per Firenze un'eccezione alla regola. Secondo, perché i candidati democrat alle primarie di coalizione saranno gli stessi quattro che fino a due giorni fa erano l'un contro l'altro armati in quelle di partito. Il regolamento prevede che alle consultazioni tra alleati il Pd partecipi con due candidati (ciascuno dei quali depositario del 35% dei consensi dell'assemblea cittadina del partito), ma nulla vieta a chiunque lo voglia di partecipare previa raccolta di un tot di firme che adesso il tavolo dell'alleanza dovrà ridefinire.

E se i candidati potenzialmente in quota Pd saranno il parlamentare Lapo Pistelli (ex Dl) e l'assessore comunale Daniela Lastri (ex Ds), gli altri due ovvero il presidente della Provincia Matteo Renzi (33 anni, rutelliano doc) e l'assessore Cioni (già parlamentare Ds molto popolare in città tanto da essere chiamato “lo sceriffo” per il suo decisionismo e l'iperattività non sempre gradita alla nomenklatura post-Pci) hanno confermato che sì, correranno lo stesso, nonostante il cambio in corsa delle regole, andandosi a cercare le firme necessarie alla nuova competizione. Il risultato finale di questo risiko tutto interno al Pd è che il tentativo del partito fiorentino di “depotenziare” Renzi e Cioni (specie quest'ultimo per il suo coinvolgimento nell'inchiesta su Castello) non è riuscito compiutamente. E l'effetto immediato è che alle primarie di coalizione i candidati lieviteranno. Da qui l'escamotage uscito dal vertice con Veltroni di prevedere un doppio turno. Obiettivo duplice: da un lato evitare che il Pd subisca una pericolosissima frammentazione dei consensi spalmata sui quattro candidati democrat rispetto ai competitor che gli alleati metteranno in lizza; dall'altro indurre alla “resa” gli stessi Cioni e Renzi. Insomma, su Firenze Veltroni ha preso una decisione gattopardesca: si cambia tutto perché nulla cambi.

Ma, al di là dei tatticismi e dei veti incrociati dentro e tra i partiti del centrosinistra che nulla hanno a che vedere col futuro della città, il rischio vero in riva d'Arno è che il voto amministrativo di giugno possa sancire la fine del potere rosso che da sessant'anni a Firenze e in Toscana impedisce quell'alternanza di governo che è linfa vitale di ogni democrazia.

 

  •  
  •  

1 COMMENT

  1. Finalmente il grande potere
    Finalmente il grande potere rosso inizia a gretolarsi. Adesso serve però cogliere l’occasione, presentare persone competenti, capaci, magari non troppo legati con la politica ed il partito.
    Firenze ha bisogno di gente seria, di intrami di palazzo e di potere non ne può più..

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here