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Cultura in lutto

Addio a Raspail, degno figlio dell’ultimo Occidente

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Oggi si sono serrati due occhi visionari che in Italia non sono stati fissati abbastanza per vederci dentro la catastrofe che avrebbe colpito questa terra puttana e senza grazia, senza più alcuna lucidità. Si sono chiusi per sempre gli occhi celesti di Jean Raspail che se n’è andato giusto in tempo per vedere le sue profezie incarnarsi ma non per viverne pienamente l’umiliazione degli effetti.

“Adorato da alcuni, maledetto da altri”, così come scrive in estrema testimonianza Le Figaro di oggi che preferisce non compiere lo sforzo della scelta, lo scrittore, giornalista ed esploratore francese si è spento a novantaquattro anni all’ospedale Henry-Dunant di Parigi. Vincitore del Grand Prix dell’Accademia di Francia, cattolico, amante della monarchia, scrittore, romanziere pungente e prolifico, ha segnato la letteratura del XX secolo.

Raspail, come il Camus de Le grande remplacement, è degno figlio dell’ultimo Occidente vitale, e in particelle vitalistico, coraggioso, generato sul marmo degli uomini sovrani di sé stessi, integri, ancora non storditi, e della Francia del sangue misto, delle banlieue, come di quella letteraria, che legge la storia nella notte della fine, che riesce ad allungarsi verso il suicidio dell’Occidente, come per Houellebecq, Carrère e, su tutti, Dominique Venner – del cui consistente coraggio non siamo degni lettori -, in cui prolifera il mondo ipertrofizzato e infetto nella decomposizione umana nella “religione dell’umanità”, come la chiamerebbe Jean Louis Harouel, dell’Uomo-Dio che cerca redenzione solo da sé stesso e che alla dittatura della sua carne e delle sue necessità di sopravvivenza innalza le uniche preghiere, abbandonato il Divino, incapace di coltivarsi, di prolungare la Bellezza del mondo, se non nel godere eroticamente delle proprie soddisfazioni materiali. Pupazzi avvicinati e compromessi, regnati dalle emozioni, azzerati nelle dimensioni più profonde, incapaci di essere integri e lucidi mentre tutto intorno brucia.

Pupazzi che si svelano ancor più tra le pagine de Il campo dei santi, forse l’opera più iconica di Jean Raspail, uscita nel 1973 per Robert Laffont, che nella pigra Italia del feudalesimo culturale, intenta ancora a masturbarsi alacremente con le invettive sulle camicie nere 3.0 di Michela Mugia o sui fascisti sudati, dopo quelli su Marte, di Carofiglio – personaggi eletti dall’élite in cerca di una giustificazione di esistenza -, in una salotteria ideologica impolverata come le bomboniere nella vetrina della zia tirchia, arriva di striscio clandestino sul finire degli anni ‘90 (tradotto da Fabrizio Sandrelli per le Edizioni di Ar).

Serva Italia, ostello di dolore autoinflitto, che dalle pagine di quel romanzo avrebbe dovuto attingere insegnamento per nutrire la cultura di massa e a cui, invece, ha riservato la consueta indifferenza dedicata ad arte a ciò che mette in discussione il dogma della globalità alla Jovanotti e del progressismo. Quel culto laico sostitutivo di ogni altro che sta costruendo la sua horrorville, un villaggio di uomini folla, replicanti, senza Dio, né Patria, senza confini, né identità legate alla storia e al volto comune dei padri, in cui si cerca l’estinzione dell’alternativo pensare rispetto all’imposto, la sua riduzione a fatto privato, a questione non comprendente gli orizzonti della Civiltà.

La storia de “Il campo dei santi” è semplice, terribilmente veritiera ed è riassumibile in un’unica grande visione: l’immigrazione di massa e le sue conseguenze socio-politiche tornite su una precisa speculazione ideologica progressista. Il “coprofago”, personaggio carismatico, vorace, totalizzante, conduce sulle coste della Francia una folla immensa di paria partita da Calcutta dopo essersi impadronita di un centinaio di imbarcazioni. Una lunga odissea che si concluderà solo dopo un paio di mesi sulle coste francesi. A contatto avvenuto scatta la lenta sottomissione, il disarmo morale dell’Occidente, sponsorizzato dalle élite, verso i migranti, verso quel “nuovo” che, con acido retrogusto boldriniano, sarà uno stile di vita migliore per gli occidentali. Tratto da una storia vera.

“I migranti sono visti come l’ ‘avanguardia di un nuovo stile di vita’, gli autoctoni vengono esortati ad espiare la colpa coloniale prodigandosi in una accoglienza senza limiti. A Roma vi è anche un Papa che incoraggia alla mistica fusione di razze e religioni. Raspail lo immagina sudamericano…”, scrive Alfonso Piscitelli che entra ottimamente nelle viscere de Il campo dei santi, che nel 2011, per volere di Raspail, viene ristampato con una nuova introduzione dal titolo “Big Other”, evocazione di quell’adorazione senza limiti per l’altro, amplificata dall’odio di sé, della propria cultura, della propria civiltà.
Mito, leggenda, profezia, distopia. Schiaffo in faccia di realtà e una risata di lugubre ironia ben espressa tra le pagine, rendono Il campo dei santi e la memoria di Raspail ancor più densi e illuminanti nella constatazione di un tempo, come il nostro, che sta facendo di tutto per far estinguere la propria millenaria identità, speronamento dopo speronamento, statua abbattuta dopo statua abbattuta, senso di colpa dopo senso di colpa, in una bomba ad orologeria ormai innescata: “Se volete la mia profezia, tutto salterà in aria tra 30 anni, nel 2050. È allora che le persone, le persone vere, non potranno più sopportare di vivere con gli estranei. Non saranno più in grado di sopportarsi a vicenda, e in quel momento le cose accadranno.

Non credo sia possibile possa succedere in altro modo”. Parola di Jean Raspail, i cui occhi, anche da chiusi e coperti di terra, siamo sicuri ci vedranno benissimo. Si tratta solo di cogliere un’eredità e metterla a frutto, il compito più difficile per gli uomini odierni. Qui è la vera incarnazione della geniale immaginazione di Jean Raspail. Esploratori non archeologi. Qui è anche la vera sfida a noi altri esistenti, se ancora vogliamo essere storia.
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