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Afghanistan. Alla vigilia delle elezioni i talebani assaltano una banca, 5 banditi morti

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Ancora violenze in Afghanistan alla vigilia delle elezioni presidenziali. Si è concluso l'assedio alla palazzina della agenzia della Pashtani Bank a Kabul, dove si era asserragliato un numero imprecisato di uomini armati. Nell'operazione sono state uccise tre persone.

Questa mattina tre uomini armati hanno attaccato gli uffici di una banca nel centro di Kabul. L'attacco è stato rivendicato dagli estremisti talebani. I tre uomini si sono asserragliati all'interno di una agenzia della Pashtani Bank. Si è appreso che in comunicazioni con le forze di sicurezza i tre hanno assicurato di avere con loro esplosivi e di essere pronti a farsi saltare in aria. La zona è stata subito isolata e sul posto sono giunti reparti speciali della polizia e dell'esercito. Testimoni hanno riferito di una esplosione nell'edificio e di raffiche di armi automatiche. Un portavoce dei talebani ha detto ai media che si tratta di un attacco ad un edificio governativo, mentre la polizia parla invece di un tentativo fallito di rapina.

L'attacco è avvenuto alle 6 (le 2:30 italiane) nel quartiere Jadi Maiwand della capitale afgana. Fonti del ministero dell'Interno parlano di 3-4 uomini armati, mentre Zabiullah Mujahid, portavoce dei talebani, ha assicurato che "un commando di 20 kamikaze imbottiti di esplosivi sono entrati a Kabul" e che "cinque di essi si stanno scontrando con la polizia".

La polizia afghana ha quindi ingaggiato un pericoloso braccio di ferro a Kabul. La palazzina ha cinque piani: secondo i media locali che citano fonti della polizia, il commando si sarebbe asserragliato al quinto piano, con armi ed esplosivi. Le forze speciali di polizia, invece, si sarebbero appostate al quarto piano da dove hanno dato l'assalto finale nonostante il timore di una deflagrazione.

Zemarai Bashari, portavoce del ministero dell'Interno, ha assicurato che la polizia ha preso "il controllo della situazione" e che "presto tutto tornerà alla normalità". Secondo un inviato di Tolo Tv sul posto dell'attacco ha comunque indicato che "cinque cadaveri sono stati portati fuori dall'edificio" e che "uno solo continua a resistere all'ultimo piano".

"I talebani temono la democrazia ed elezioni credibili, il primo passo verso una ricostruzione di ownership afghana che tutti noi vogliamo" e "Kabul è una priorità, ma si deciderà dopo le elezioni se far restare le truppe di rinforzo". Lo dice il ministro degli Esteri, Franco Frattini, intervistato da Il Mattino e La Stampa alla vigilia delle elezioni in Afghanistan, definendo come "un'aggressione prevedibile e prevista" la sanguinosa prova di forza messa in atto dagli insorti.

Ciò che i talebani temono di più, continua Frattini, è "un governo afghano credibile e forte, in grado di avviare la riconciliazione". Quanto alla durata della presenza dei militari italiani di rinforzo, "per ora è previsto che restino per le elezioni, compreso un eventuale secondo turno - dice il ministro - La cosa importante oggi è che le elezioni siano credibili: i nostri soldati hanno fatto un ottimo lavoro in questa fase critica".

Per il capo della Farnesina è sbagliato parlare di exit strategy domani perché "c'è ancora molto da fare": "Sarebbe fare come i russi, che se ne andarono lasciando spazio ai talebani". Alla vigilia del voto in Afghanistan Franco Frattini puntualizza la posizione del governo italiano sottolineando che "la cosa importante, oggi, è che le elezioni siano credibili: i nostri soldati hanno fatto un ottimo lavoro in questa fase critica". Ma il ministro degli Esteri resta cauto sulla permanenza delle truppe di rinforzo: "Dipenderà - dice in un'intervista sulla Stampa - dall'assestamento postelettorale. Per ora è previsto che restino per le elezioni, compreso un eventuale secondo turno".

Insomma, "con Berlusconi e La Russa - aggiunge - non si è parlato per ora di un prolungamento della loro presenza. Alla luce dei risultati elettorali si potranno fare nuove valutazioni". Certo è che l'Afghanistan - insiste Frattini - "è la priorità numero uno della nostra politica estera". A giudizio del responsabile della Farnesina a Kabul, la Nato "è alla prova maggiore della sua credibilità dalla fine della guerra fredda: abbiamo preso un impegno e non possiamo lasciarlo incompiuto".

Ad ogni modo, chiarisce Frattini, vi sono "differenze notevoli" tra la situazione in cui si trovò la Russia 25 anni fa e l'attuale: sotto il profilo della sicurezza "sono stati ottenuti grandi risultati", anche se resta "la difficoltà di distinguere tra le organizzazioni talebane che rispondono a gruppi tribali e quelle legate ad Al Qaeda". Quanto a Karzai, "non avevamo una leadership alternativa, dopo un investimento così forte su di lui - rimarca Frattini - la comunità internazionale non si è sentita di abbandonarlo. Ma non ha un assegno in bianco". Detto altrimenti, "non abbiamo sposato un candidato: vogliamo il presidente voluto dagli afghani".

Gli fa eco il ministro della Difesa Ignazio La Russa: "Se minacci la gente significa che non la controlli. È la prima volta che questo succede, segno di grande debolezza". La Russa, intervistato dal Messaggero, analizza la situazione in Afghanistan alla vigilia del voto giudicando "naturale" l'intensificarsi delle azioni talebane: "Forse le previsioni erano peggiori. Incrociando tutte le dita e evitando la contabilità dei lutti che è cosa sgradevolissima, gli attacchi contro gli italiani - sottolinea il ministro della Difesa - si sono intensificati ma potevano andare peggio".

La Russa assicura che la controffensiva degli alleati "è servita ad aumentare di molto il territorio sotto l'effettivo, e non teorico, controllo del governo afghano" e giudica per l'appunto segno di debolezza la minaccia talebana di tagliare mani a chi vota: "Aver dovuto alzare il tiro contro la gente, i civili, significa che temono di perdere il controllo della situazione". Quanto a Karzai, "noi non parteggiamo per nessuno", ma "non mi ha convinto - dice il ministro - con quella brutta legge sulle donne, che aveva l'intento di avvicinare fasce di iper tradizionalisti afghani".

 

 

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