Afghanistan. Cristiano accusato di apostasia, negata l’assistenza legale
11 Dicembre 2010
di Redazione
Niente assistenza legale per Said Musa, un uomo di 45 anni che rischia la condanna a morte per apostasia in Afghanistan. Le autorità legali hanno infatti impedito a un avvocato della regione (non afghano) di visitare l’uomo nel carcere di Kabul, dove è detenuto.
Il legale, che chiede l’anonimato, si è presentato in Afghanistan a nome dell’organizzazione ‘Advocates International’ di cui fa parte, ma le autorità gli hanno impedito di incontrare Musa e di avere accesso al suo fascicolo. "Se un uomo non è libero di definire il proprio credo, e di cambiare idea in merito, in base alla legge costituzionale vigente in Afghanistan, allora come questo governo può essere più morale di quello dei Talebani?", si chiede l’avvocato.
Dopo svariati rinvii, Musa è apparso in tribunale il 27 novembre, senza preavviso. Il suo fascicolo è stato respinto in quanto carente e il giudice lo ha inviato all’ufficio del procuratore generale per le correzioni. Secondo l’avvocato, quello che mancava era l’atto formale di accusa e altri elementi di prova "incriminanti".
Il legale spiega che, in base alla legge afghana, l’imputato ha il diritto di vedere una copia dell’atto di accusa e le prove contro di lui, ma in questo caso entrambi i diritti sono stati negati. Inoltre, la legge prevede che se il procuratore non presenta un atto d’accusa entro 15 giorni dall’arresto, la persona detenuta deve essere rilasciata. Ma Musa è in carcere del 31 maggio.
