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Voglia di exit strategy

Afghanistan, il “surge” a scadenza di Barack Obama

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Dopo 92 giorni di incertezze il presidente Barack Obama ha finalmente dato una risposta alle richieste del generale Stanley McChrystal autorizzando l’invio in Afghanistan di 30 mila militari a rinforzo dei 104 mila soldati alleati, per oltre due terzi statunitensi, già schierati nel Paese asiatico. I rinforzi, che porteranno a 100.000 i soldati di Washington, verranno dispiegati entro sei mesi e i primi 9.000 marines raggiungeranno già entro Natale la provincia di Helmand. Obama ha così respinto le pressioni di quanti nel suo entourage, come il vicepresidente Joe Biden, si erano dichiarati contrari al rafforzamento del fronte afgano.

La scelta dell’accademia militare di West Point per l’atteso annuncio del “surge” indica la volontà del presidente di recuperare il rapporto con i militari, incrinatosi in questi mesi di incertezza interpretati da molti come una mancanza di fiducia nelle valutazioni dei comandanti. Obama accontenta però solo in parte le richieste del generale McChrystal, che considerava indispensabili almeno 40.000 militari in più da schierare sul campo entro gennaio con l’obiettivo di attaccare in forze i talebani fin dall’inverno, quando le condizioni ambientali impediscono i movimenti degli insorti. McChrystal dovrà fare il possibile con un numero di truppe inferiore e disponibile interamente solo a primavera inoltrata. Inoltre le speranze di Obama che gli europei forniscano altri 10 mila soldati al “surge” sembrano vane. Gli europei non rinunciano ai “caveat” che finora hanno impedito a molti contingenti di combattere e in queste condizioni anche eventuali rinforzi rischiano di risultare inutili ai fini bellici.

Le nuove forze americane verranno concentrate nelle province a maggiore presenza talebana e lungo il confine pachistano con l’obiettivo di ridurre le capacità operative del nemico e tagliarne i collegamenti con le retrovie nell’area tribale pachistana. Un piano che risulterà vincente solo se riuscirà a impedire agli insorti di sfuggire alla morsa alleata trovando rifugio in province meno presidiate come è già accaduto in passato.

Il limite strategico del "surge" di Obama risiede però nell’aver posto un termine preciso allo sforzo bellico indicando già nel 2011 la data per l’avvio del ritiro delle truppe dall’Afghanistan entro la quale le forze governative afgane dovranno cavarsela da sole. Un’affermazione che conferma come questo “surge” costituisca in realtà l’anticamera della “exit strategy”, termine che i talebani traducono in “ritirata”. I jihadisti vengono indotti da Obama a ritenere che basti resistere ancora un po’ di tempo infliggendo più perdite possibile agli alleati per indurli a fare la valige. Spiace dirlo, ma la valutazione dei talebani pare corretta e giustifica l’intenzione di voler alzare il tiro aumentando il livello dello scontro bellico, come hanno reso noto all’indomani del discorso di Obama.

I jihadisti hanno fiutato la voglia di “exit strategy” degli occidentali e sanno che l’escalation delle violenze potrebbe portarli al successo. Nel discorso di West Point il presidente statunitense ha commesso molti errori per un leader di un Paese in guerra. Ha detto al nemico di volersi ritirare indicando anche la data in cui inizierà a farlo azzerando così la possibilità che i talebani accettino di negoziare la pace o la resa perché ora sanno di avere la vittoria almeno a portata di mano. George Bush si era sempre rifiutato, anche nei momenti di più bassa popolarità, di indicare scadenze temporali per concludere le missioni in Iraq e in Afghanistan. “Ce ne andremo quando avremo vinto” affermava il presidente repubblicano. Di “vittoria” Obama invece non ha parlato ma ha imposto al generale Stanley McChrystal di cavarsela con 30.000 rinforzi invece dei 40.000 richiesti e di conseguire risultati positivi in appena un anno.

Combattere con un occhio al calendario del ritiro invece che per la vittoria non contribuirà certo a motivare i comandanti alleati né quelli afgani specie quando tutti gli esperti militari anglo-americani ritengono necessari altri cinque anni prima che Kabul possa cavarsela da sola contro gli insorti.

Consapevoli della gaffe presidenziale, alcuni esponenti dell’Amministrazione, in testa il segretario alla Difesa, Robert Gates, hanno provato a precisare che in realtà non è stata fissata alcuna data per l’inizio del ritiro dall’Afghanistan ma a smentirli ha provveduto lo stesso Obama che, a Oslo per ricevere un ridicolo Nobel per la Pace, ha pensato bene di ribadire che nel 2011 inizierà il rientro delle truppe. Con rinforzi che affluiranno in Afghanistan tra gennaio e agosto ma cominceranno ripiegare l’estate successiva sarà difficile seminare il panico tra i jihadisti.

Giusto per rendere ancor più debole il suo proclama (ma  più digeribile ai pacifisti del suo partito) Obama ha poi dichiarato davanti ai cadetti che “se non pensassi che la sicurezza degli Stati Uniti e quella degli americani è in gioco in Afghanistan, domani darei con gioia l’ordine a tutti i soldati di rientrare”. Inevitabile quindi che Obama, già ridicolizzato negli ambienti militari per i tre mesi persi a decidere se dare credito o meno al rapporto del generale McChrystal, abbia dovuto incassare critiche durissime.

“Qui abbiamo un ragazzo senza molta esperienza, che fa solo propaganda contro tutto quello che abbiamo fatto noi in passato” ha dichiarato l’ex vice presidente repubblicano, Dick Cheney, secondo il quale “tantissimi afgani appoggeranno i talebani se sentono dire che gli Usa sono pronti a lasciare il loro paese. Anche il senatore John McCain, rivale di Obama alle elezioni presidenziali, ha criticato l’annuncio della data del ritiro. Se Cheney e McCain sono comunque avversari politici di Obama non si può dire altrettanto del giornale di sinistra britannico Guardian che ha titolato “Il surge disperato di Obama“ accusando il presidente di “non avere chiaramente lo stomaco per questa guerra, non più di Gordon Brown o dei suoi alleati europei”. La strategia di Obama sembra quindi porsi obiettivi limitati con scadenze orientate più al conseguimento di un secondo mandato presidenziale che al successo militare in Afghanistan. 

© Analisi Difesa

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