Il viaggio di Berlusconi/2

Afghanistan, oggi Obama chiederà aiuto al Cavaliere

L’incontro tra Obama e Berlusconi, previsto per oggi pomeriggio in quel di Washington D.C. è già di per sé un appuntamento carico di contenuti politici. La sindrome da controllo che attanaglia il Presidente americano, ha già fatto in modo di posticipare questo incontro con “l’imprevedibile italiano”. Saranno tanti, poi, i temi “caldi” di cui i due si occuperanno, tra crisi economica, elezioni europee e questioni mediorientali. E qui che, a nostro avviso, si giocherà la partita più importante: i recenti sviluppi in Libano, la vittoria irachena (ora finalmente riconosciuta pure dalla stampa “Liberal” di mezzo mondo), e soprattutto la partita ancora aperta che vede coinvolta l’Italia in prima linea: quella afghana. 

Le elezioni del 20 agosto prossimo in Afghanistan, infatti, preoccupano non poco. Preoccupano a livello politico, perché la situazione qui è ben lungi dal poter essere definita “stabile”. Il presidente Hamid Karzai è tuttora definito, non a caso, “il sindaco di Kabul”. Il suo potere di governo e controllo del territorio, infatti, si estende incerto fino ai confini della Capitale. Il resto del Paese, nonostante la presenza delle forze Nato che lo sostengono,  è ancora nelle mani dei Signori della Guerra e governatori locali. E a niente sembra sia valso il tentativo, un po’ da “Re Sole”, di portare i suoi antagonisti a Kabul, offrendo loro poltrone da ministri, al fine di “sradicarli” dal territorio e controllarli così un po’ più “da vicino”.

Le votazioni del venti agosto prossimo, poi, sollevano anche preoccupazioni di tipo logistico-militare. È solo di un paio di giorni fa il disperato appello del generale John Craddock, comandante supremo uscente della Nato, che si è definito “frustrato” per la carenza di truppe in Afghanistan, che condiziona pesantemente la condotta delle operazioni sul territorio. Tra l’altro, questa mancanza avrebbe portato a un completo stallo della guerra contro i talebani nel sud del Paese. Queste elezioni sono preoccupanti, e guarda caso l’America si sta mobilitando in tal senso. Entro la fine dell’anno, infatti, ai 61.000 militari della Forza Isaf, si aggiungeranno circa 21.000 soldati Usa.

Nell’immediato (quindi in vista delle elezioni) si interverrà invece nel settore ovest, dove di soldati ne stanno già arrivando circa tremila. Sono le “Screaming Eagles” (le “aquile urlanti”) della 101ª divisione aviotrasportata, già veterani di Iraq e Afghanistan.

Ecco allora che diventa interessante azzardare una previsione in vista del primo incontro ufficiale tra il Presidente Usa (che è anche il comandante supremo delle forze armate americane) Barack Hussein Obama, e il nostro Premier, Silvio Berlusconi. Il ministro della Difesa italiano Ignazio La Russa ha già detto a chiare lettere che il prossimo invio di un battaglione di 400 soldati, integrato con 120 militari albanesi, è limitato al periodo elettorale. A meno di un rinvio a un eventuale ballottaggio, quindi, questa “mini-surge” nostrana tornerà a casa una volta finita l’emergenza delle urne,  a settembre.

Ma c’è un’alternativa che sembra plausibile e anche compatibile con la disponibilità di uomini e mezzi che l’Italia può mettere sul tavolo della trattativa: gli addestratori delle forze di sicurezza. In Iraq, per esempio, è già attiva da tempo la “Nato Trainig Mission”: esercito e carabinieri addestrano le forze di sicurezza irachene. Una missione che da più parti è stata definita “di grande successo”. Sulla scia di questo successo, alla Nato hanno deciso di utilizzare la stessa ricetta anche in Afghanistan. Anche se la cosa è ancora a livello embrionale, se ne devono definire ancora tutti gli aspetti a livello politico.

L’Italia, però, ha già offerto i suoi cento addestratori provenienti dall’Arma dei Carabinieri. Vale a dire l’unico bacino da cui l’Italia, attualmente impegnata in 36 missioni sia nazionali che internazionali, per le quali sta impiegando circa 14.000 uomini, può ancora attingere. Per non parlare dei cosi detti “OMLT”, gli “Operational and Mentor Liaison Team”, (che hanno dato notevoli risultati), i quali addestrano i militari afgani e poi li supportano nelle “operazioni sul campo”, soprattutto in zone calde del Paese. Una strategia che calza a pennello il progetto a lunga scadenza della Nato: preparare il campo (e gli uomini) di oggi per poter lasciare l’Afghanistan agli afgani, in futuro.

Contemporaneamente, però, la stessa Nato ha annunciato il taglio delle truppe “Kfor”, la missione di stabilizzazione in Kosovo. Gradualmente, si passerà dagli attuali 14.000 effettivi a circa 2.200 soldati. Su questo fronte, il ritiro italiano sarà invece più brusco. Infatti, stando a quanto annunciato dal nostro ministro della Difesa, entro i prossimi 12 mesi più del 50 per cento degli italiani torneranno a casa (attualmente, i soldati sul posto sono circa duemila). Difficile, quindi, che Obama faccia a Berlusconi un’esplicita richiesta di “uomini e mezzi” aggiuntivi durante l’incontro. Più plausibile, invece, prevedere che al nostro Premier sia richiesto un impegno a più “a lunga scadenza”, fatto di formatori e addestratori, e che vada al di là del più immediato appuntamento elettorale. I sostenitori di una (seppur minima) “surge” dovranno attendere l’annunciato parziale ritiro dal Kosovo.

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