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Agamben: ecco perché è sbagliato rinunciare alla libertà per proteggere la libertà

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Va dato atto a Giorgio Agamben di essere stata una delle non molte voci, almeno finora, che hanno in Italia cercato di affrontare in modo non contingente e banale il tema delle conseguenze morali e politiche del Coronavirus. Intervenendo con vari articoli sul quotidiano “Il Manifesto” e soprattutto con post pubblicati in una sorta di blog che ha sul sito della raffinata casa editrice maceratese Quodlibet, il filosofo e teorico della cosiddetta “biopolitica” ha sempre offerto, negli ultimi due mesi, una prospettiva interpretativa controcorrente. Sia rispetto alle posizioni della destra, sia e soprattutto rispetto a quelle delle sua parte politica: la sinistra.

Pur essendo in qualche modo assimilabile a quella vasta e varia corrente di “pensiero radicale” a cui appartiene pure Slavoj Zizek, di cui ho parlato nell’articolo precedente, Agamben non mi sembra interno al sistema che critica come è il caso del pensatore sloveno. D’altronde, la sua cultura è solidamente classica, filologicamente attendibile, plasmatasi su testi sacri e mistici. Ovviamente, siamo anche nel caso di Agamben in un milieu culturale genericamente anticapitalistico, ma è curioso osservare come, da questa prospettiva, egli sia venuto maturando una posizione critica della situazione spirituale del nostro tempo che può essere fatta propria in molti aspetti anche da chi come noi si muove in tutt’altro orizzonte culturale.

In particolare, a me sembra che nessuno come lui abbia colto, con rapida ed efficace sintesi, da una parte, i seri problemi di libertà che genera la risposta delle autorità anche dei Paesi democratici alla crisi pandemica, e, dall’altra, la totale insensibilità o indifferenza che gli stessi cittadini occidentali generalmente dimostrano verso la propria libertà drasticamente limitata. Anzi, facilmente la scambiano o svendono con un po’ di protezione e sicurezza che presumono il potere possa loro garantire. Si tratta, perciò, di un problema politico ed etico al tempo stesso.

A questo punto bisogna considerare che Agamben aveva già avuto modo di affrontare nei suoi libri la questione di legittimità che si presenta negli “stati di eccezione”, dove è in questione sia chi decide sia fin dove egli si spinge con le sue decisioni. D’altronde, l’emergenza, che impone l’eccezione, nella nostra epoca globalizzata, rischia di essere uno stato permanente, indipendentemente da quanto gli stessi detentori del potere possano favorirlo o protrarlo oltre il dovuto per stabilizzare la loro posizione. Chi ci garantisce che risolta questa emergenza, un’altra e altrettanto grave non se ne presenti all’orizzonte? Che, in sostanza, l’eccezione non diventi la regola?

Anzi, in verità, in un mondo interconnesso, le possibilità che ciò avvenga sono veramente tante. A quel punto la rinuncia alle nostre libertà potrebbe essere tutt’altro che provvisoria, favorita anche dicevo da un più o meno indotto stato di paura o di panico che ci porta ad accettare tutto senza nemmeno porci troppi problemi. Che umanità sarebbe allora quella senza libertà che sembra prospettarsi?

In verità, Agamben, partendo da questa intuizione, è andato via via adeguando la sua posizione alla realtà, correggendo implicitamente l’affermazione che aveva fatto inizialmente del Covid-19 come “poco più di una influenza”. Il fatto che, al contrario, si tratta di una malattia seria e sconosciuta al tempo stesso, non muta però di molto il centro del suo ragionamento. Resta che, come mai prima nella storia, un intero Paese “senza accorgersene o fingendo di non accorgersene” sia crollato di fronte alla malattia, oltrepassando in certi punti o momenti “la soglia che separa l’umanità dalla barbarie” (Una domanda, post del 13 aprile. www.quodlibet.it). Fra gli esempi che Agamben porta vi è uno veramente poco considerato, ma altamente significativo: “Come abbiamo potuto accettare -si chiede-, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, che le persone che ci sono care e degli esseri umani in generale non soltanto morissero da soli, ma che – cosa che non era mai avvenuta prima nella storia, da Antigone a oggi – i loro cadaveri fossero bruciati senza un funerale?”. Dà molto da pensare, comunque la si voglia interpretare, la chiamaata in giudizio della Chiesa da parte di Agamben. Essa, “facendosi, ancella della scienza, che è ormai diventata la vera religione del nostro tempo, ha radicalmente rinnegato i suoi principi più essenziali. La Chiesa, sotto un Papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi. Ha dimenticato che una delle opere della misericordia è quella di visitare gli ammalati”.

La conclusione è perentoria, e in qualche misura anche discutibile, ma centra il problema, che a chi scrive premerebbe che semplicemente fosse preso a cuore dai cosiddetti “intellettuali”, che invece amano opportunisticamente cullarsi sulle certezze a buon mercato dei “ buoni sentimenti” e sui dettami della “correttezza politica” (“saremo tutti diversi ”, “torneremo a riabbracciarci”, e altre amenità del genere!). Richiamando addirittura Eichmann e la arendtiana “banalità del male”, Agamben osserva: “Una norma, che affermi che si deve rinunciare al bene per salvare il bene, è altrettanto falsa e contraddittoria di quella che, per proteggere la libertà, impone di rinunciare alla libertà”. Il problema, a me sembra, è tutto qua.

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