Ahmadinejad è una minaccia anche per il regime iraniano
10 Ottobre 2007
di Redazione
La visita del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad a New York, con i discorsi pronunciati alle Nazioni Unite e alla Columbia University, ha scatenato una serie di polemiche negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Ma chi è Mahmoud Ahmadinejad e cosa vuole? Può essere considerato il nuovo Hitler o un leader con delle rivendicazioni ragionevoli con cui dialogare? A prescindere dall’interesse suscitato e dall’ingenuità dimostrata troppo spesso nei suoi confronti, quale parametro dobbiamo considerare per giudicarlo nella giusta maniera?
La demagogia di Ahmadinejad è evidente per tre motivi. Primo: sta cercando di sfruttare le sue posizioni radicali (estremiste persino per il già estremista spettro politico iraniano) per conquistare il controllo del paese. Come leader di un raggruppamento politico, spinto dall’ambizione personale, il suo scopo è quello di soppiantare le fazioni rivali. Ciononostante, la persona più potente in Iran rimane la guida suprema Ali Khamenei, il vero avversario di Ahmadinejad. Secondo: Ahmadinejad insegue l’obiettivo di lungo termine della rivoluzione islamica khomeinista – che per il regime non sempre ha rappresentato la priorità assoluta -, ossia quello di espandersi in tutta la regione così da far diventare l’Iran la forza più potente del Medio Oriente. Infatti, nella sua strategia di affermazione della supremazia di Teheran, l’elemento nazionalista è presente come quello islamico. Terzo: Ahmadinejad sembra credere ciecamente nell’ideologia islamica che concepisce le relazioni internazionali alla stregua di una lotta tra i veri seguaci della divinità e gli alleati di Satana.
Pertanto, gli obiettivi di Ahmadinejad sono, più o meno in questo ordine: assumere il controllo completo della situazione politica interna, stabilire il predominio iraniano sul Golfo Persico (e in Iraq soprattutto), distruggere Israele, affermare la leadership iraniana in Medio Oriente e persino dominare il mondo.
Ahmadinejad non è un fenomeno unico nella storia moderna del Medio Oriente. Il ruolo da lui ricoperto è quello di leader degli arabo-musulmani e di primo nemico dell’America, d’Israele e dell’Occidente. In questo senso può essere paragonato al presidente egiziano Gamal Abdel Nasser dal 1950 al 1960; all’ayatollah iraniano Ruhollah Khomeini dal 1970 al 1980; al presidente iracheno Saddam Hussein dal 1980 al 1990, e ad Osama Bin Laden nel periodo antecedente e soprattutto successivo all’11 settembre 2001. Ahmadinejad, però, incarna anche il simbolo della sfida radicale islamica contro tutto il resto del mondo.
Cosa rende Ahmadinejad diverso dai suoi predecessori? Oltre alle parole e al comportamento, il fattore chiave è che agisce senza cautela, ovvero senza un calcolo razionale dell’equilibrio delle forze in campo. In altre parole, sembra essere capace di qualsiasi cosa e di conseguenza è piuttosto pericoloso. Questo non riguarda solo la difesa dell’Occidente. Scommetto che a volte riesce a spaventare persino Khomeini.
Ecco alcuni elementi di quell’insieme di problematiche che il presidente iraniano rappresenta:
– Ahmadinejad è convinto che la fine del mondo sia alle porte e che il messia degli sciiti stia arrivando. Quindi non considera che lo scoppio della guerra con Israele o gli Stati Uniti possa mettere a rischio la sopravvivenza del regime islamico iraniano nell’adempimento della sua missione divina.
– Ahmadinejad pensa che la sua fazione stia vincendo e che l’Occidente sia debole e in fase di ritirata. Ciò, infatti, potrebbe condurlo a un avventurismo ancora più estremo.
– Mentre gli altri leader iraniani hanno solamente accennato alla distruzione di Israele, lui la considera il punto principale della sua agenda ed è molto probabile che troverà un modo per raggiungere tale obiettivo.
– Potrebbe utilizzare le armi nucleari, di cui è in possesso, per raggiungere questi scopi. A tal proposito, bisogna prendere in considerazione due punti importanti. Primo: i corpi delle guardie della rivoluzione islamica, suoi fedeli alleati e principale legame tra l’Iran e i gruppi terroristici, possiedono bombe e missili. Secondo: anche se l’Iran non dovesse utilizzare le armi nucleari, nella regione le conseguenze sarebbero comunque devastanti: i governi arabi non perderebbero tempo a stringere politiche di appeasement con l’Iran; un gran numero di arabi correrebbe a unirsi ai gruppi radicali islamici nella convinzione che siffatti movimenti rappresentino il futuro.
– In Iraq l’Iran si è addentrato in uno stato virtuale di guerra contro gli Stati Uniti con lo scopo di proiettare l’influenza di Teheran e di uccidere i soldati americani.
– Ahmadinejad, per raggiungere tutti i suoi scopi, è anche diventato il leader della promozione dell’odio verso gli Stati Uniti e verso non solo Israele ma contro gli ebrei in generale.
Esiste un modo per sventare i pericoli posti da Ahmadinejad? Egli non ha ancora il controllo totale sull’Iran e potrebbe non raggiungere mai questo obiettivo. Le sue origini sciite e non arabe, non lo agevolano nel ruolo di leader del mondo arabo a larga maggioranza sunnita. Ciò non è impossibile, dato che questi ostacoli sono stati in buona parte superati, ma rimane comunque difficile. Ahmadinejad non ha ancora conseguito lo status di Adolf Hitler o di Joseph Stalin come principale minaccia alla pace e alla libertà del mondo, ma sta sicuramente cercando di elevarsi al loro rango.
Dovrebbe essere piuttosto ovvio che il presidente iraniano non è un problema dovuto alla mancanza di comunicazione e che ogni tentativo di negoziare con lui non avrà alcun effetto moderativo. Bisogna opporsi alla sua leadership e fare pressioni sul regime. A parte i problemi causati dal governo iraniano in generale, è necessario prendere una posizione dura nei confronti di Ahmadinejad per convincere sia i suoi alleati che gli avversari a liberarsi di lui e a moderare la posizione iraniana in modo da garantire la loro sopravvivenza e quella del regime.
(Traduzione a cura di Elena Sclocchi)
Barry Rubin è direttore del Global Research in International Affairs (GLORIA) Center ed editore del Middle East Review of International Affairs (MERIA) Journal Editor e dei Turkish Studies.
