Al Qaeda e l’Iran sono le due minacce alla sicurezza nucleare

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Al Qaeda e l’Iran sono le due minacce alla sicurezza nucleare

11 Aprile 2010

Oggi Washington ospita il primo “Nuclear Security Summit”, un megavertice dove prenderanno la parola quaranta capi di stato interessati – come ha promesso il Presidente Obama – a mettere sottochiave "entro quattro anni" gli arsenali nucleari a livello globale, per impedire ad Al Qaeda ed altri gruppi terroristici di impadronirsi o confezionare “bombe sporche” per un nuovo 11 Settembre.

Il convitato di pietra del vertice è l’Iran di Ahmadinejad, su cui pende la minaccia di nuove e più dure sanzioni internazionali se dovesse proseguire nel suo programma nucleare. Nel 2009, l’America ha cercato, senza ottenere dei successi concreti, di ristabilire un minimo di relazioni diplomatiche con l’Iran per evitare che la crisi potesse degenerare. Ma la scorsa settimana sia il Dipartimento di Stato che quello della Difesa hanno ricordato che per gli Usa tutte le opzioni sono sul tavolo.

Mentre la diplomazia americana si muove per ottenere il voto favorevole di Cina e Russia alle sanzioni, sabato scorso lo “Zar” obamiano delle armi di distruzioni di massa, Gary Samore, ha dichiarato: “Si tratta di sconfiggere le possibilità di furto, commercio illegale e contrabbando di materiali pericolosi come l’uranio arricchito e il plutonio”. Samore, un passato di negoziatore per il controllo degli armamenti nell’amministrazione Reagan, è un “clintoniano” di ferro, che nel suo curriculum sconta la macchia dell’insuccesso nel suo approccio con la Corea del Nord.

Paladino del disarmo nucleare, nel gennaio 2009 sosteneva che per coinvolgere diplomaticamente Teheran nella partita sarebbe stato opportuno “stabilire un rapporto diretto con la Guida Suprema della Rivoluzione islamica, che è, dopotutto, la figura più importante in termini di chi prende decisioni di politica estera e sulla difesa in Iran. Credo che, almeno tatticamente, avrebbe senso se provassimo a organizzare un incontro fra rappresentanti della amministrazione Obama con quelli della Guardia Suprema per valutare se da questo potrebbe nascere un dialogo”.

E’ trascorso un anno dalla “mano tesa” dello zar di Obama a Khamenei e ieri la Guida Suprema della Rivoluzione iraniana ha chiarito una volta ancora cosa ne pensa degli inviti alla ragionevolezza americani: “Il presidente Obama – ha detto – ha minacciato implicitamente gli iraniani di usare le armi nucleari contro il nostro popolo”. “Il governo americano è perverso e non ci si può fidare di lui”. Nel frattempo, l’organizzazione per il nucleare iraniano fa sapere che nei prossimi mesi verranno prodotte nuove centrifughe di seconda generazione per il sito di Natanz, e il Presidente Ahmadinejad annuncia la realizzazione di centrifughe di terza generazione dalla primavera del 2011.

E’ chiaro che l’Iran sia sempre più vicino a dotarsi dell’arma nucleare, e che l’America, nonostante le minacce, potrebbe accettare un esito del genere, ritenendolo, in fin dei conti, meno costoso di un intervento militare “mirato” contro i siti nucleari iraniani. D’altra parte, lo stesso voto sulle sanzioni appare incerto: Obama ha strappato a Medvedev un mezzo sì, anche se i russi non voteranno misure troppo dure come quelle destinate a colpire gli interessi petroliferi del regime, forse le uniche che potrebbero avere qualche effetto; la Cina, che potrebbe ottenere dei vantaggi schierandosi con Washington, sembra comunque orientata a proseguire sulla strada del dialogo con l’Iran, uno dei suoi principali fornitori energetici.

L’America può contare sugli alleati europei, come la Francia, che da almeno un anno chiede un inasprimento delle sanzioni, ma dovrà vedersela con altre potenze in ascesa, come il Brasile di Lula, atteso in visita ufficiale a Teheran il mese prossimo, che ha difeso il diritto di ogni Paese a sviluppare energia nucleare per scopi pacifici; oppure la Turchia, ancora inviperita per la risoluzione del Congresso americano sul genocidio armeno e riluttante a qualsiasi proposta di rafforzare le sanzioni contro l’Iran. Il fatto stesso che il premier israeliano Benjamin Netanyahu abbia deciso di non partecipare al vertice, per timore di cadere in una trappola, indica che si è scelto un basso profilo, che le varie nazioni protagoniste dell’incontro si muoveranno in ordine sparso, e che pure le sanzioni dovessero passare non risolveranno l’empasse iraniana.