Al via il vertice in Danimarca, fra “green economy” e bugie della Scienza

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Al via il vertice in Danimarca, fra “green economy” e bugie della Scienza

07 Dicembre 2009

Phil Jones, il direttore del programma di ricerca al centro del “climategate”, è stato temporaneamente sospeso dal suo incarico la settimana scorsa. E sempre nei giorni scorsi, la Pennsylvania State University ha fatto sapere di voler lanciare un’indagine sulla condotta di Michael Mann, uno dei suoi professori e forse il più importante paleoclimatologo al mondo.

Jones e Mann hanno dato entrambi un contributo chiave all’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite. Le email filtrate due settimane fa dalla University of East Anglia’s Climatic Research Unit hanno rivelato, fra molte verità scomode, la corruttela del processo di valutazione delle scienze climatiche che si fonda proprio sull’IPCC. In ogni caso, a dispetto delle indagini che toccano alcuni partecipanti decisivi a questo programma di ricerca, i cattedratici responsabili dell’organismo insistono che non ci sia niente di marcio in quello che sta accadendo nello stato di Danimarca, dove i leader mondiali si stanno incontrando per discutere su politiche basate sulle conclusioni dell’IPCC. 

“E’ un processo davvero trasparente, un processo davvero comprensivo, che ci assicura che se qualcuno volesse omettere anche solo un pezzo di letteratura scientifica sarebbe virtualmente impossibile”, ha detto Rajendra Pachauri al Guardian di domenica scorsa, aggiungendo “la gente che ha avuto modo di riscontrare le funzioni dell’IPCC e di riconoscere la sua credibilità probabilmente non si farà influenzare da un incidente di questo tipo” (l’increscioso scambio di email, ndt).

Ma l’accresciuta consapevolezza sul funzionamento dell’ICPP sembra precisamente quello che attualmente tormenta di più il frontman del “global warming” alle Nazioni Unite. Così non sorprende che, a dispetto della insistenza con cui si considerno immacolati i metodi del gruppo, Pachauri sia sembrato ansioso di spostare l’oggetto della discussione lontano dai confini della Scienza. Sembra che quello che lo interessi maggiormente in questo momento non sia la climatologia, o lo studio delle glaciazioni, o l’oceanografia, ma il modo in cui viviamo. “Oggi abbiamo raggiunto il punto in cui il consumo e il desiderio della gente di consumare hanno oltrepassato le proporzioni,” ha spiegato sempre domenica all’Observer. “La realtà è che i nostri stili di vita sono insostenibili”.

Le azioni di Pachauri parlano a voce più alta delle sue parole. Il mese scorso, ha definito “arrogante” il ministro dell’ambiente indiano dopo che l’ufficio di quest’ultimo aveva diffuso uno studio che mette in discussione il fatto che il cambiamento climatico sia causato da un anormale restringimento dei ghiacciai himalayani. La linea dell’ICCP in materia è che i ghiacciai dell’Himalaya potrebbero ridursi dell’80 per cento o sparire completamente entro il 2035, anche se per legittimare questa tesi non vengono citate ricerche scientifiche ma solo i gruppi di attivisti come il WWF. Attualmente, la metereologa ed esperta dell’ICPP Madhav Khandekar ha sostenuto su dei blog che la data del 2035 è un refuso, un errore di battitura, basato su un paper sulle nevi e i ghiacchi che risale al 1996 ed è stato pubblicato da quel V.M. Kotlyakov che ha stimato una drastica riduzione o il completo esaurimento dei ghiacciai mondiali per il 2350.          

Dal canto suo, Pachauri non era disponibile per rilasciare dei commenti in conferenza stampa, ma la scorsa settimana sul suo sito internet ha detto chiaramente che la Scienza, per lui, viene al secondo posto. Dopo aver ammesso che Copenhagen “chiaramente non farà fare molti progressi da questo punto di vista”, ha chiesto di mettere a fuoco “il grande problema dello sviluppo sostenibile, di cui il cambiamento climatico è al massimo un sintomo”.  

In altre parole, se Pachauri resta ottimista circa la sottovalutazione dei metodi scientifici utilizzati dall’ICCP, può permetterselo perché il suo principale convincimento non è la Scienza in sé. Piuttosto, se vogliamo giudicarlo dalle sue recenti dichiarazioni pubbliche, è molto più concentrato su una agenda tanto economica quanto ideologica, in cui i cambiamenti climatici sono poco più che un utile aggeggio. Visto che la copertura è saltata per colpa delle email che sono sfuggite ai controlli, dobbiamo prendere le dichiarazioni di Pachauri come una benvenuta istanza verso una sua piena e volontaria confessione.

Tratto da Wall Street Journal

Traduzione di Bernardino Ferrero