Alfano ha un compito arduo e poco tempo, ma anche molti vantaggi
03 Luglio 2011
Il segretario del Pdl, Angelino Alfano (lo scrivo per la prima volta così per esteso e mi suona strano ma mi ci abituerò) ha un duro lavoro davanti a sé. Deve trasformare una eccezionale monarchia carismatica in un banale partito democratico. E nel farlo non deve perdere un’oncia deve della tensione ideale, dello slancio creativo e dell’assoluta anomalia della vicenda berlusconiana. E’ facile allora capire quanto l’operazione si collochi nei dintorni dell’impossibile. Perché un “banale partito democratico” è già di per sé qualcosa di molto vicino difficile da costruire, basti pensare a quanti progetti abbiamo visto stentare e poi fallire negli ultimi anni e non solo in Italia. Se poi questo partito lo si vuole fondare e far crescere non a tavolino, in virtù di una ubris federatrice, magari attorno all’idea di nemico comune, o sotto la pressione costrittiva di un perfetto modello teorico, la cosa è anche più ardua, perché richiede, oltre alle normali materie prime, ingredienti volatili ed esplosivi come l’entusiasmo, la spontaneità, un pizzico di fede e qualche grano di follia.
Tutto il dibattito che in questi ultimi anni ha attraversato il centro-destra e più ancora il centro-sinistra, sui partiti liquidi, quelli solidi, quelli “delle tessere” e quelli “del territorio”, quelli “di plastica” e quelli “degli elettori”, non ha prodotto molti punti fermi e spesso ha solo coperto una sostanziale volontà di conservazione.
In questo senso Angelino Alfano, come si è visto nel giorno della sua elezione, ha qualche vantaggio in più da sfruttare e se lo fa, qualche chance in più di riuscire. Alfano si muove nello spazio di una investitura ampia, uno spazio che Silvio Berlusconi ha saputo spalancargli innanzi con uno di quei suoi gesti taumaturgici di cui è spesso capace, uno spazio che prima non c’era e adesso c’è. Alfano aveva ragione quando ha detto che qui non si tratta di “eredità o di lasciti”. Perché questi attengono ad altri ambiti e sono procedure frazioniste e burocratiche per suddividere altrimenti quello che c’era e non c’è più.
Il gesto di Berlusconi è stato altro, non ha lasciato e non ha spartito, ha creato una nuova occasione, esattamente come nel ’94, ma intestandola a qualcuno che ne garantisca la durata. “Voglio un partito che sarà qui tra 20 anni” ha detto subito Alfano, dando mostra di aver capito il senso di quel gesto, che implica il costruire qualcosa che in qualche momento scivolerà via anche dalle sue mani verso altre destinazioni. Questo rende Alfano più forte di qualsiasi erede o delfino, perché non ha lasciti da amministrare ma uno spazio da riempire, non deve quindi distribuire ma includere, aprire e lasciar entrare.
Alfano sa anche due cose importanti. La prima è che quello spazio non è veramente vuoto: esso è occupato da, diciamolo pure, un solido blocco di valori che era lì già prima che lo spazio fosse definito e l’idea di partito abbozzata. Chi vuole entrare deve volerci convivere, potrà esser più o meno distante dal suo epicentro, ma è la forza di attrazione di quel blocco a definire l’orbita della comunità che gli si addensa attorno. Alfano è stato bravo a definire quel blocco valori come una sostanza di destra. E a mostrare come onestà, giustizia, legalità, rispetto delle regole, senso dello Stato, siano di quella stessa materia. Vincendo quell’impigrimento della ragione che aveva diffuso anche nel Pdl l’idea che quella fosse tutta roba di sinistra e che il suono stesso di quello parole stesse a evocare l’essenza dell’antiberlusconismo e quindi andasse affrontato con i tappi nelle orecchie.
Alfano ha anche capito che uno spazio politico e i valori che lo definiscono non ha porte girevoli, neppure ha muri e torri d’avvistamento, ma certo ha linee di confine: c’è un dentro e c’è un fuori altrimenti non c’è niente. E ci sono regole per chi vuole entrare e sanzioni per chi merita di uscire. E’ la banalità della democrazia e potrà suonare strano a chi è abituato a vivere nella dimensione di una monarchia anarchica, ma questo è un lavoro che va fatto in fretta, perché in politica gli spazi vuoti non durano a lungo e senza regole si riempiono di quello che capita e si trasformano in qualcosa d’altro.
Alfano vive un momento magico di passaggio, gode di un carisma riflesso, ha saputo conquistarsi la benevolenza di molti, ha sfruttato la necessità di un cambiamento per farne virtù di novità, ma nessuna favola, nessun sogno, nessuna speranza regge a lungo all’attrito del giorno per giorno. Certi incroci astrali non si ripetono, certe gratuite generosità non aspettano, il buonumore in politica evapora come la pioggia d’estate. Alfano deve cavalcare l’onda, magari forzando un po’ quelle doti democristiane che gli sono state utili in altre fasi e potranno esserlo di nuovo in futuro. Da uomo del dire, deve passare rapidamente a uomo del fare: che si tratti di regole, primarie, tesseramenti, congressi o quel che serve.
Qui Alfano può giocarsi un altro dei suoi vantaggi: quello della squadra. Il suo discorso al consiglio nazionale ne ha già rivelato l’efficacia. Alfano ha parlato bene per aver ascoltato molto. Era chiara una tessitura di gruppo nelle cose dette dal neo-segretario: non una impossibile stesura a più mani, ma la sensazione di un lavoro comune che si ritrova nel racconto di una voce. Le parole di Alfano prendevano peso, si potrebbe dire caratura, da una classe dirigente data per ormai per acquisita e le cui diverse traiettorie si leggevano in controluce.
Se Alfano saprà farla lavorare questa squadra, regalerà alla politica italiana qualcosa di nuovo, di interesse generale e non solo di parte. Non si tratta di cooptazioni , di quote o di correnti o di colonnelli. Di questo s’è visto fin troppo sia a destra che a sinistra. Si tratta ancora una volta di un patto, un patto con gli italiani, solo che a prendere l’impegno dovrà essere un numero di firme più alto di uno.
