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Alle primarie è tempo di fuochi d’artificio

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Tutti contro tutti. Hillary attacca Obama, che le risponde per le rime. Il New York Times insinua sospetti sull’integrità di McCain. Il senatore dell’Arizona non ci sta e promette battaglia. Ralph Nader, l’avvocato dei consumatori, annuncia la sua (ennesima) candidatura alla presidenza. E ne ha per tutti. Se volevate i fuochi d’artificio siete accontentati.

“Sarà una campagne elettorale corretta”, promettevano i protagonisti qualche mese fa. Una pia illusione, a giudicare dalle tonnellate di fango che i candidati rimasti in campo si stanno gettando l’uno addosso all’altro. I colpi bassi caratterizzano soprattutto la sfida in casa democratica. Anche il 20.mo dibattito televisivo tra Obama e Hillary (ieri a Cleveland) è stato caratterizzato da toni ruvidi e scambi di accuse reciproche. E’ stato il culmine di un febbraio rovente. “Shame on you Barack Obama”, “Vergognati”: non è andata per il sottile la senatrice di New York, che la settimana scorsa parlando (volto tiratissimo) a Cincinnati, in Ohio, ha sferrato un attacco senza precedenti nei confronti del senatore dell’Illinois. Hillary ha accusato lo staff di Obama di aver inviato migliaia di email e diffuso volantini in cui si attribuiscono alla ex First Lady dichiarazioni false sul sistema sanitario e l’accordo commerciale NAFTA (North American Free Trade Agreement), che proprio in Ohio è costato il posto di lavoro a 50 mila persone. Hillary ha accusato Obama di usare i trucchetti di Karl Rove, il consigliere di Bush (“l’architetto” delle sue vittorie), inviso agli elettori democratici.

Tirato in ballo dalle critiche veementi della Clinton, Obama ha risposto che la rabbia di Hillary è pura tattica ed ha rilanciato: “Quando ero sotto di 20 punti andavo bene, adesso che sono avanti vengo attaccato ogni giorno”. A molti commentatori, in effetti, la violenza verbale di Hillary Clinton è sembrata una prova di debolezza. La ex First Lady ha visto erodere, Stato dopo Stato, il suo vantaggio iniziale ed ora si gioca il tutto per tutto nelle primarie del 4 marzo (Texas ed Ohio). I sondaggi, che le arridevano, ora la danno perdente. Obama sembra un rullo compressore che conquista delegati, maggiorenti del partito e last but not least montagne di dollari in fondi elettorali. Per il New York Magazine, Hillary sarebbe vicina alla disperazione. Continua a ripetere di essere pronta a governare il Paese dal primo giorno allo Studio Ovale e di avere l’esperienza giusta per guidare la nazione. E non si rende conto che la partita le è sfuggita di mano. I giornali americani sono impietosi nel far notare che, mentre Obama riempie gli stadi, Hillary raccoglie solo qualche centinaia di supporter nei suoi appuntamenti elettorali. Eppure, va riconosciuto che la senatrice di New York non ha tutti i torti quando denuncia una certa ambiguità del senatore afro-americano in politica estera. Tuttavia, l’onda dell’obamamania, un fenomeno metapolitico, non sembra ancora arrestarsi, almeno tra i Democratici.

Davvero disperata è parsa l’ultima mossa dello staff di Hillary Clinton: la foto di Obama con turbante e vestiti tribali, scattata durante un viaggio del 2006 in Kenya, (la terra dei suoi avi) comparsa sul sito web “scoopistico” Drudgereport e consegnata da “mano clintoniana”. Si vuole far passare l’immagine di un Obama pittoresco e viene rilanciata la notizia (falsa) che il senatore sia di fede islamica (recentemente il leader radicale dei musulmani d’America, Farrakhan, ha espresso sostegno ad Obama, mettendolo in imbarazzo). La vicenda è stata definita “vergognosa e offensiva” da David Plouffe, capo dello staff elettorale di Barack Obama. Negli stessi giorni, il senatore afro-americano ha subito anche gli attacchi dei Repubblicani che lo giudicano poco patriottico. Obama viene punzecchiato perché non mette la mano sul cuore quando canta l’inno. E anche la moglie Michelle, che aveva dichiarato di sentirsi solo ora orgogliosa del suo Paese, finisce nel mirino. Insomma, nulla passa inosservato.

Anche il senatore John McCain ha il suo bel da fare. Dopo l’articolo del New York Times sulla sua presunta liaison con una lobbista, ora è la volta dei sospetti sull’uso dei fondi elettorali. Il presidente del partito dell’Asinello, il sanguigno Howard Dean, ha affermato che il senatore dell’Arizona non rispetta le regole da lui stesso messe a punto in Senato. McCain, in tempi di vacche magre per la sua campagna elettorale, aveva optato per il finanziamento pubblico, ora la preferenza va ai fondi privati. C’è però un prestito di mezzo, chiesto dal senatore repubblicano tempo a dietro e che, secondo Dean, impedirebbe a McCain di poter ora scegliere il finanziamento privato. Pronta risposta del consigliere legale di McCain, Trevor Potter: “L’accordo per il prestito con la Fidelity & Trust Bank è stato stabilito proprio in modo da poter dare la possibilità al senatore di rinunciare al finanziamento pubblico durante le primarie”. C

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