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Almeno un miracolo Obama l’ha fatto: resuscitare Hillary Clinton

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Barack Hussein Obama fa miracoli. In vita. Risuscita le persone dalla morte. Se c’è una regola reale e imperturbabile, ancorché ovviamente non scritta, della politica statunitense è che chi perde la faccia, le chance e il confronto in un testa a testa pubblico di grande momento scompare di fatto dalla scena politica. Si ritira, fuoriesce, si dà all’ippica oppure alla creazione di una grande biblioteca, ma certo non torna indietro. In alcun modo. Accade così quando, dopo essersene dette di tutti i colori, i candidati dei diversi partiti alla Casa Bianca si sfidano finalmente nelle urne e uno vince e governa e l’altro perde e se ne va.

Praticamente la stessa cosa accade pure con le elezioni primarie che precedono e che preparano la corsa alla presidenza. Quando due candidati dello stesso schieramento si scontrano frontalmente senza esclusione di colpi, quello che soccombe dopo aver cercato di strappare all’avversario la palma del vincitore si ritira con la coda tra le gambe. Per lui, o per lei, resta solo qualche poltrona foss’anche di pelle in un ufficio di lusso del quartier generale del partito, se la vuole, ma certo non più il proscenio nazionale. La logica, infatti, è che chi viene battuto tanto clamorosamente oggi non può certo riproporsi come nulla fosse domani. L’elettorato, infatti, diversamente da quel che si pensa, ha la memoria lunga.

Intendiamoci, tutti e ognuno i protagonisti della vita politica americana si sono fatti le ossa combattendo e perdendo nelle primarie, da sempre. Quelli che da lontano a noi appaiono sempre come degli “uomini nuovi” che sbucano alla ribalta apparentemente all’improvviso sono in realtà sempre dei veterani che ci hanno già provato, che si sono già provati, che ne sono usciti provati. Nessuno sfugge a questa seconda regola reale e imperturbabile pur essa, ma altrettanto non scritta della politica statunitense. Le primarie delle presidenziali, infatti, oltre che selezionare il front-runner finale dentro un determinato partito, servono anche ai diversi concorrenti per misurare sé e il campo, per valutare costi e benefici, per calibrare strategie e tattiche.

Ma se per intensità ed enfasi lo scontro delle primarie dentro un certo partito finisce per equivalere a quello fra candidati presidenziali di partiti diversi il discorso cambia. Nessuno a memoria di uomo ricorda infatti una seconda vita politica di grande importanza per candidati presidenziali sonoramente sconfitti al rush finale di novembre né il ritorno di ex che, perduto con grande onta alle primarie, siano tornati in auge. Insomma, alle primarie si può perdere sì, ma con stile, possibilmente sottovoce e pure nei primi mesi della corsa, prima cioè che la tenzone monti oltre misura e le parole anche.

Ora, tutti ricordano lo scontro che animò il Partito Democratico nella prima metà del 2008, allorché si sfidarono Hillary Clinton e Obama. Tutti ricordano anche che all’inizio Hillary era la favorita e che di Obama i più nemmeno sapevano come scrivere correttamente nome e cognome e middle name. E tutti ricordano pure la sostanziale paralisi dei commentatori progressisti, i quali dovevano arrampicarsi sui vetri per cercare di non violare la par condicio del “politicamente corretto”, vale a dire appoggiare l’una senza sembrar di criticare l’altro. Si trattava infatti dei campioni di due “minoranze” e “perseguitate”, le “donne” da un lato e gli”afro-americani” dall’altro, le quali per la prima volta concorrevano con propri rappresentanti popolari alla Casa Bianca e quindi occhio a non sbagliare aggettivo.

Hillary era certa di sfangarla, e lo stesso gran parte del potente entourage che la sosteneva. Poi però il vento cambiò, quasi d’improvviso, e quello stesso potente entourage prese a credere a ciò che un tempo non si riusciva neanche a immaginare, ovvero al fatto che uno sconosciuto senatore dell’Illinois totalmente alle prime armi, di colore a metà e non afro-americano (cioè non discendente da quegli sfortunati schiavi che in America Settentrionale abitavano, finalmente liberati e liberi, da un po’), avesse imparato la lezione che aveva portato al successo quattro anni prima, e con spolvero, George W. Bush jr., e che quindi rischiava di potercela fare. Soprattutto quel potente entourage prese atto del fatto che una parte assai significativa dell’elettorato americano si era accorta finalmente (giacché non era la prima) che in corsa vi era anche un non bianco. Quindi quel potente entourage decise di puntare tutto, o comunque moltissimo, sul nero e così abbandonò Hillary al destino.

Per lei fu il disastro. Obama la batté facendo cappotto, surclassandola, forse persino umiliandola, comunque polverizzandola, lui, nero a metà, lei già presidente a metà. Hillary le aveva tentate tutte, se l’era giocata tutta, aveva dato tutto. Non ci fu nulla da fare. Più singolare di quella tenzone non si ricorda in anni recenti durante le primarie, più parapresidenziale di quello scontro non si ricorda sfida di primarie. Tutti avemmo davvero l’impressione che il seggio alla Casa Bianca si giocasse in quella sfida Obama-Clinton, e non a novembre contro quel John McCain che troppo tardi scelse di accompagnarsi a Sarah Palin.

Ebbene, che è successo? È successo che dalla morte politica a cui la sconfitta avrebbe, secondo prassi e norma, dovuto consegnare Hillary, da più in alto si cade maggiore è il frastuono del tonfo e più lontano si ode, Obama ha tratto per i capelli colei che visse due volte. Hillary era data per “presidenziabile” prima della comparsa di Obama e solo battendo Obama avrebbe potuto restare in sella. La sconfitta con cui Obama l’ha schiacciata era la tomba e invece l’ex First Lady è stata ripescata che neanche l’Italia ai campionati mondiali di calcio ed è stata creata nientemeno che Segretario di Stato, la carica geo-politico-strategico più importante degli USA, talora (se ci si ricorda di Heinz “Henry” A. Kissinger e di James A. Baker III) persino più potente della stessa presidenza, certamente sempre in grado di condizionarla.

Eccolo qua il miracolo. Fra due anni nessuno ricorderà più la legge del vincitore e del vinto delle primarie 2008, Obama non potrà che ricandidarsi (chi è così folle e di quale astruso partito colui che non ricandida d’ufficio il presidente in carica, anche se è una sciagura e nessuno più lo vuole?), ma così la Clinton sarà bell’e pronta per il 2016. Non era più nessuno, Hillary, ora è in corsa come se nulla fosse stato, e con un pelo sullo stomaco lungo così. Pessimo due volte, Obama: per il suo governo fallimentare oggi, per l’assist di domani a chi era già nel mondo dei più. Che infatti già ora Hillary sia più popolare di Obama, il quale non piace più nemmeno ai suoi stessi partigiani, non è un mistero per alcuno. Forse che il famoso potente entourage Democratico abbia sussurrato all’Obama vittorioso nelle primarie di due anni fa qualcosina dentro a un orecchio, magari a nuora affinché suocera, o ex First Lady, intendesse?

Marco Respinti è presidente del Columbia Institute e Direttore del Centro Studi Russell Kirk

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2 COMMENTS

  1. !
    Sempre illuminante, dottor Respinti. Ho visto che ha fondato Columbia Institute, bello, ho visto il sito…

  2. Sì, peccato però che nel
    Sì, peccato però che nel 2016 Hillary Clinton avrà 69 anni…e ne sarà anche passata di acqua sotto i ponti fino ad allora.

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