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L'ombra di Di Pietro

Alta tensione per il voto abruzzese dove Veltroni perde comunque

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Ad andarsi a riposare appagato e soddisfatto, dopo la quarta giornata abruzzese di Silvio Berlusconi a sostegno della sua candidatura, Gianni Chiodi non c’ha pensato proprio. Ripartito il premier, venerdì sera, s’è fermato qualche minuto nel piazzale antistante al Palatricalle di Chieti. Commosso. Chissà, forse col pensiero a quei febbrili giorni di settembre e ottobre – pochi mesi, un’eternità fa – quando nel centrodestra trovare “la quadra” sulle candidature sembrava una missione impossibile, “sinistri” avvoltoi fluttuavano attorno al quartier generale azzurro di Pescara sperando (invano) in un’implosione interna, e in pochi erano pronti a scommettere che nell’agone elettorale si sarebbe invece trovata a combattere una squadra compatta e leale, determinata nel puntare al traguardo e convinta che fra tanti centravanti di valore alla fine fosse stato scelto l’uomo giusto per andare in goal. Poi è volato in macchina, perché a Teramo, da dove tutto è cominciato e dove l’ultima serata elettorale si apprestava a concludersi, la sua gente lo aspettava per dargli la carica finale.

Così il frastuono  di guerra di una campagna breve ma intensissima ha ceduto il passo al silenzio che precede l’apertura delle urne. Con il Cavaliere, di fronte ai cittadini e ai protagonisti di questa battaglia al fulmicotone (i parlamentari abruzzesi del PdL e con il cuore il coordinatore Filippo Piccone costretto a letto da una febbre da cavallo, gli esponenti dell’Udc che hanno deciso di lasciare il partito per sostenere Gianni Chiodi, e il “supervisor” azzurro Gaetano Quagliariello “che – ha detto il premier – si è speso in una maniera davvero straordinaria”) a ricordare i successi già mietuti dall’esecutivo in questi primi mesi di attività, ad assicurare vicinanza all’Abruzzo e al suo futuro governo regionale, e a specificare che se qualcuno per protesta, per cattivo carattere o per problemi suoi si fosse fatto abbacinare dal tribuno di Montenero di Bisaccia, a quel qualcuno bisogna spiegare che “un voto dato all’Italia dei Valori e al signor Di Pietro non sarebbe un voto, ma un’abiezione morale”.

E Di Pietro, in Abruzzo, significa l’intera coalizione di centrosinistra. Perché dipietrista è il candidato presidente, quel Carlo Costantini che di qui a pochi giorni, dovendo scegliere se restare in Regione a fare opposizione o tornare a occupare il suo comodo scranno parlamentare, dimostrerà di quanta consistenza sia fatto il moralismo peloso che ha sparso a piene mani per un mese e mezzo. Perché i diktat dell’ex pm di Milano hanno dettato la linea agli alleati, che supinamente hanno accettato l’imposizione del suo “codice etico”. E anche perché se c’è un significato politico che da questa campagna elettorale – comunque vada a finire – si può trarre, è che nella corrispondenza d’amorosi sensi tra Pd e Idv è stato Veltroni a fare più di un passo per allinearsi all’ingombrante alleato, e non viceversa. I toni degli ultimi giorni stanno lì a dimostrarlo: le invettive di Dario Franceschini, e le stesse parole con cui il segretario del Pd, all’Aquila, ha chiuso la campagna di Costantini: ha dato al premier del “bugiardo” e della “caricatura”, e ha definito Chiodi un “ragazzo spazzola”.

Se si sia trattato di espressioni frutto della disperazione, o del maldestro tentativo di recuperare qualche voto sull’Italia dei Valori per non vedere proprio in Abruzzo definitivamente compromessa la sua leadership, non è dato saperlo. Di certo, nonostante le toppe preventive dei suoi colonnelli che già si affannano a negare il valore nazionale di queste elezioni regionali, è proprio tra le rive dell’Adriatico e le pendici del Gran Sasso che Walter Veltroni sembra aver abdicato definitivamente non solo alla vocazione maggioritaria del Pd, ma anche alla più contenuta ambizione di essere il capo dell’opposizione. Come andranno a finire le elezioni amministrative lo sapremo solo lunedì. Ma il dato politico è già emerso prepotentemente. E, qualsiasi sia il risultato, per smentirlo è ormai troppo tardi. L’ex riformista del Lingotto ha perso sulla Roma-L’Aquila la sua ultima occasione.


 

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