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Anche i classici prima di diventare classici hanno fatto la loro gavetta

A guardarli con gli occhi dei loro contemporanei, i libri diventati classici prendono tutta un’altra forma, al netto delle porpore e degli allori successivi. Diventano carta, inchiostro, problemi editoriali, refusi, revisioni, contese sui diritti d’autore, ubbie editoriali, revisioni. E, spesso, una schietta questionaccia di quattrini. Perché fin dall’invenzione della stampa l’oggetto cartaceo che si chiama libro, anche nel caso delle pietre angolari della nostra letteratura, è sempre stato frutto di un convulso backstage nascosto agli occhi del lettore. Una cosa seria fin dall’inizio, se si pensa al primo bestseller a stampa nostrano, cioè Petrarca, di cui, se si considerano “Il Canzoniere” e “I Trionfi”, furono poste in circolazione circa ventimila copie nel breve torno d’anni tra il 1470 e il 1500.

In “Classici dietro le quinte. Storie di libri ed editori da Dante a Pasolini” si raccontano una quindicina di vicende editoriali italiane dai tempi di Gutenberg fino al secondo Novecento. Copie pirata ed edizioni con frontespizi falsi. Nonché i tentativi da parte degli autori di raccattare qualche spicciolo dalla diffusione delle loro opere, anche se ancora a inizio Settecento “gli scrittori solo in pochi casi possono aspirare a una certa autonomia economica e professionale, anche se per un intellettuale privo di rendite è diventato possibile guadagnarsi da vivere a ridosso del sistema libro, lavorando come traduttore, come curatore di edizioni, come compilatore di dizionari, come collaboratore di giornali”. Nelle pagine curate con piglio narrativo a tratti quasi giallistico da Giovanni Ragone e da alcuni sui collaboratori si incontrano le più varie avventure editoriali. Perlopiù disavventure, per la verità, come quella del Foscolo che consegna qualche pagina dell’Ortis allo stampatore Jacopo Marsigli e viene poi risucchiato in giro per l’Italia dalla sua tormentata esistenza. E si infuria non poco quando, un paio di anni dopo, gli capita in mano il suo stesso libro già bello stampato a sua insaputa (in ben due edizioni) tutto riscritto e più che raddoppiato da un giovanotto assoldato alla bisogna dal Marsigli.

Manzoni invece vuole evitare noie con gli editori e vuol fare tutto da sé. Anzi dando alle stampe il suo più volte rimaneggiato capolavoro tenta anche, parole sue, “uno speculatorone”. Risultato: quasi un bagno di sangue, visto “che riesce a rientrare solo per poco più della metà delle 80 mila lire investite”. Non va meglio a Edmondo De Amicis, finito nell’esigente (e remunerativo) abbraccio del primo grande editore “industriale”, il milanese Treves, che gli sollecita per anni l’annunciato “Cuore” facendosi confidare dalla madre dello scrittore se questi fa flanella o riempie i quinterni promessi (un “clandestino commercio di mia madre con l’editore”, secondo definizione dello stesso De Amicis).

Editori spremitori ma anche, a volte, ultrapazienti o, quantomeno, tenaci. Come nel caso di Giulio Einaudi capace di aspettare per undici anni, dal 1952 al 1963 le more di un Gadda che gli aveva promesso “La cognizione del dolore”, salvo sbadatamente offrirla nel 1957 anche all’editore Ricciardi.

Giovanni Ragone, “Classici dietro le quinte. Storie di libri ed editori da Dante a Pasolini”, Laterza, pagine 376, euro 20

 

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