Anche sul colpo di stato Brunetta ha (tecnicamente) ragione

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Anche sul colpo di stato Brunetta ha (tecnicamente) ragione

22 Settembre 2009

Le dichiarazioni del ministro Brunetta su di un possibile colpo di stato che, quella da lui definita, la "sinistra per male" starebbe architettando, hanno suscitato un vespaio di polemiche. Polemiche che rischiano di essere sterili se non si riporta la questione ai suoi veri termini, che non sono quelli del confronto politico urlato e degli insulti reciproci, bensì quelli degli equilibri costituzionali della nostra democrazia.

A partire dalle elezioni politiche del 1994 l’Italia ha conosciuto una modifica della sua costituzione materiale. Alla prassi dei governi frutto di negoziati tra i partiti, si è sostituita la prassi dei governi nominati direttamente dal voto popolare. Alcuni decenni addietro, in uno suo saggio assai ricco di dottrina e di informazione comparativa, il compianto Leopoldo Elia ricordava che la forma di governo è una fattispecie aperta. Al di là della lettera del testo costituzionale, cioè, essa si modella sulla base della prassi istituzionale. Così era avvenuto nell’Italia della prima repubblica, dove la forma di governo si era ben presto indirizzata verso un equilibrio compiutamente partitocratico, nel quale il voto degli elettori era solo uno tra i tanti fattori (e certo non quello più importante) che determinavano la composizione e la durata dei governi. Tale condizione era favorita anche dall’esistenza di opposizioni antisistema che rendevano impraticabile l’alternanza.

Finita la guerra fredda l’equilibrio del sistema veniva irrimediabilmente compromesso. Si entrava perciò in una fase di liquefazione dei partiti storici, e di rimescolamento complessivo delle carte. Da questa situazione di grave crisi si usciva grazie a un mutamento di fatto della forma di governo, passando da una democrazia mediata a una democrazia immediata. Un processo che non è stato indolore e non è si è affermato senza contrasti.

Nel 1994 il primo governo designato direttamente dal voto popolare veniva spodestato, a pochi mesi dalle elezioni, per una defezione partitocratica della Lega. L’operazione venne bollata come "ribaltone", a sottolineare che, nel sentire comune, era stata violata una regola di democrazia. Nel 1998, con al governo non più il centro destra ma il centro sinistra, si è avuto un secondo ribaltone. Di nuovo, cioè, la maggioranza votata dagli elettori venne stata sostituita con una diversa maggioranza. Con l’aggravante, semmai, di non aver dato vita a un governo tecnico ma a ministeri pienamente politici.

Da allora parecchia acqua è passato sotto i ponti. Il presidente nostalgico delle regole partitocratiche è andato via. I nuovi presidenti che gli sono succeduti hanno mostrato una ben diversa sensibilità di fronte ai mutati equilibri costituzionali. Su entrambi le ali del fronte politico si è ripetutamente affermato che i cambi di maggioranza in corso di legislatura sono una soluzione da evitare perché non rispettosa della volontà popolare. A queste dichiarazioni di principio ha corrisposto una prassi conseguente. Nel 2006 quando il secondo governo Prodi è caduto, di nuovo per una defezione "partitocratica", non c’è stato nessun rimescolamento delle carte. Si è andati, come era giusto fare, alle urne.

Adesso dopo quindici anni di democrazia immediata, sistema accettato da entrambe le parti dello schieramento politico e ben visto dall’opinione pubblica, non si può pensare di cambiare a freddo la forma di governo consolidatasi in questo non breve arco di tempo per i calcoli miopi di qualche oligarca partitocratico.

Se il governo dovesse cadere sulla base di una defezione parlamentare per essere sostituto da un’altra maggioranza (che non sia il frutto della libera scelta dell’elettorato ma di una manovra di palazzo) verrebbe inflitto un colpo durissimo alla legittimazione democratica delle istituzioni. In questo senso il ministro Brunetta, che in passato si è distinto alle volte per una eccessiva foga polemica, non ha ecceduto. Se fosse licenziato il governo eletto dal voto popolare saremmo di fronte, in senso tecnico, a un colpo di stato.