Andrea Vitali, un milione copie vendute e una passione: i cinemini
14 Dicembre 2008
“Dalle due alle quattro, la domenica pomeriggio, davano un film alla Casa del Popolo. Dalle quattro alle sei, dopo dottrina, c’era il cinema dell’oratorio. A Bellano, li frequentavo entrambi, prima uno poi l’altro. Ricordo anche un piccolo trauma: dal primo film che ho visto, credo in prima media, mi portarono fuori in lacrime. Era un film di cappa e spada, mi spaventai come i primi spettatori dei Lumière: videro l’arrivo del treno in stazione e pensarono che li avrebbe travolti”.
Lo spettatore di allora è diventato un romanziere da un milione di copie. Tante ne ha vendute (finora) Andrea Vitali, con La signorina Tecla Manzi, Olive comprese, La figlia del podestà, La modista. L’ultimo racconto – Dopo lunga e penosa malattia, Garzanti – grazie al passaparola è entrato subito in classifica, nelle settimane dominate da Stephenie Meyer e dai vampiri di Twilight. La passione resta, anche se i cinemini sono spariti: “Quando a Bellano arrivò Il Dottor Zivago, con Omar Sharif e Julie Christie, fu un avvenimento: dovettero aumentare le proiezioni, a grande richiesta. Io rimango legato al bianco e nero della commedia italiana, più qualche titolo per me decisivo: Apocalypse Now, Il gladiatore, Profondo rosso, Tepepa e Corri uomo corri con Tomas Milian”.
Le storie di Andrea Vitali sembrano fatte per finire su uno schermo. Si registra però un solo adattamento, deludente, nel 2007: L’aria del lago di Alberto Rondalli, da Il segreto di Ortelia: “E’ andato storto quasi tutto, si salva soltanto il lago con i suoi paesaggi. Il racconto ha perso ritmo, risulta pesante e confuso. Diverso anche il finale: nel mio trionfavano le donne, finalmente libere. Qui la barchetta di un infernale Caronte chiude la pellicola. Come se non bastasse, arriva l’inquadratura della panchina vuota”.
Altri adattamenti in vista? “Tocca al mio editore esaminare le proposte. Parlando in generale, c’è un problema di budget: storie ambientate negli anni Trenta, ma anche nei Cinquanta, richiedono gli sforzi produttivi di un film in costume.” E anche un ricco cast: i romanzi di Andrea Vitali schierano un microcosmo provinciale piuttosto affollato. I dialoghi, invece, sono già perfetti, come si conviene a uno scrittore che, interrogato sul suo laboratorio, spiega: “Spesso ripeto le battute ad alta voce, provando e limando fino a che suonano naturali”.
Nel corpo a corpo con il cinema, i romanzieri si dividono in due categorie. Chi cede i diritti, e si disinteressa della sceneggiatura, chi preferisce partecipare alla stesura del copione: “A me piacerebbe collaborare, per capire come funziona il meccanismo. Sono strumenti che mi mancano totalmente, vorrei che uno sceneggiatore bravo mi svelasse i segreti del mestiere”.
Ha già in mente qualche nome? “Alessandro D’Alatri, il regista di Americano rosso. Il film era stupendo, molto ben raccontato, nel Veneto degli anni 30 molto somigliante ai territori che frequento io. E naturalmente Pupi Avati, ma lui le storie se le scrive da sé”. La chiacchierata con Andrea Vitali torna ai cinemini dove ancora si fumava. “Erano i primi spazi di libertà. Certi film alla Casa del Popolo, gli 007 con Sean Connery, per esempio, mostravano belle donne in costume. Per i giovanotti in tempesta ormonale, immagini che non si dimenticano. In parrocchia invece si vagliava accuratamente la moralità delle pellicole, bastava uno sconsiglio per incuriosire”.
Erano i tempi del cinema-paraninfo, quando il buio favoriva le avance e le ragazze venivano portate a vedere i film di paura, perché si aggrappassero. Da vero professionista, il cascamorto Vittorio Barberi – nella Figlia del podestà – il film lo andava a vedere due volte. Prima da solo, per “contare i bui” adatti a sferrare l’attacco. Poi con la ragazza dei suoi sogni, che non aveva scampo.
