Antonio, Roberto, Matteo, Giandomenico, Massimiliano e Davide. Sei nomi, sei vite spezzate

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Antonio, Roberto, Matteo, Giandomenico, Massimiliano e Davide. Sei nomi, sei vite spezzate

17 Settembre 2009

 

Tenente Antonio Fortunato, nato a Lagonegro (PZ), classe 1974, in forza al 186/mo Reggimento. Sergente Maggiore Roberto Valente, nato a Napoli, classe 1972, in forza al 187/mo Reggimento. Primo caporal maggiore Matteo Mureddu, nato a Oristano, classe 1983, in forza al 186/mo Reggimento. Primo Caporal Maggiore Giandomenico Pistonami, nato a Orvieto (Pg), classe 1983, in forza al 186/mo reggimento. Primo Caporal Maggiore Massimiliano Randino, nato a Pagani (Sa), classe 1977, in forza al 183/mo Reggimento. Primo Caporal Maggiore Davide Ricchiuto, nato a Glarus (Svizzera), classe 1983, in forza al 186/mo Reggimento.

Sei nomi, sei storie, sei vite spezzate in un istante. Nel flash di un bagliore improvviso, nel rumore fortissimo di un’esplosione, nel fuoco che tutto avvolge e si inghiotte. Sono morti così i parà della Folgore, vittime di un attentato suicida, rivendicato subito dopo dai talebani. Sono morti così, lontano da casa, nella terra dove erano impegnati in una missione di pace per restituire agli afghani la speranza di un nuovo futuro. 

L’Italia piange i suoi figli, eroi caduti per la libertà. Sei famiglie distrutte, straziate dal dolore per la perdita di un fratello, di un marito, di un figlio, di un padre, spariti nel lampo di una macchina imbottita di esplosivo in un giorno come un altro, in uno dei tanti servizi assegnati alla loro missione. I sei parà italiani stavano scortando alla base Isaf altri militari appena sbarcati a Kabul, ma loro a casa ci torneranno dentro una bara avvolta dal Tricolore. Il Tricolore nel nome del quale avevano scelto di fare quel mestiere e di farlo anche nei teatri di guerra dello scacchiere mondiale. Sapevano che avrebbero potuto morire, lo avevano messo in conto come ogni soldato fa; eppure la morte si sfida quando in gioco c’è la libertà di un popolo, anche a costo di rimetterci la vita.

Di loro resta l’esempio, nobile e alto, del loro impegno e della loro passione. Alle famiglie e ai commilitoni i ricordi, tanti ricordi , che raccontano il tratto più personale di sei uomini e un pezzo di vita vissuto intensamente.

Alla caserma “Roberto Bandini” di Siena sede del 186esimo Reggimento Folgore e del quinto Battaglione El Alamein da dove provengono i militari uccisi nell’attacco a Kabul, c’è dolore e strazio. Tutte le attività si sono fermate e tutti i soldati sono incollati davanti ai televisori per capire, piangere, commentare, ricordare. I soldati che entrano ed escono dalla caserma non hanno voglia di parlare, ma nei loro volti tirati si legge chiaramente lo sgomento e la tristezza di questi momenti.

Il Tenente Antonio Fortunato ha lasciato la moglie, con la quale viveva a Siena, nella zona dove prestava servizio. Era però lucano, aveva vissuto diversi anni in provincia di Potenza dove risiedono tuttora i suoi genitori, in una contrada di campagna di Tramutola. Non sono più là, la mamma e il papà di Antonio. I Carabinieri li hanno prelevati a trasferiti altrove, per sottrarli alle telecamere e ai cronisti e far vivere loro in maniera privata questo momento di dolore.

Roberto Valente aveva invece 37 anni. Ricopriva il grado di Sergente Maggiore e viveva a Fuorigrotta, a poche centinaia di metri dallo stadio San Paolo dove ora, il viavai è incessante. Amici, parenti, conoscenti, semplici concittadini si stanno recando davanti all’abitazione di un ragazzo coraggioso, caduto a Kabul in una grigia mattina di metà settembre.

C’è un piccolo paese dell’Oristanese, Solarussa, situato nella costa ovest della Sardegna, in lutto. Ha perso un giovane valoroso e tenace di soli 26 anni. Si chiamava Matteo Mureddu. Un ragazzo semplice, figlio di un allevatore, Augusto Mureddu, e di una casalinga, Greca. L’orologio per loro ha smesso di girare quando davanti  alla porta si è fermata un’auto dell’Esercito dalla quale sono scesi  il Generale Santroni, comandante militare sardo, e i suoi collaboratori. Da quel momento, poche ore fa, niente è stato più come prima. Matteo aveva un fratello di dieci anni più grande, Stefano, anch’egli militare, e una sorella, che l’estate scorsa l’aveva reso zio. Solarussa in queste ore è stretta attorno alla famiglia Mureddu.

Il primo caporalmaggiore Giandomenico Pistonami, era un mitragliere, quello che sta in ralla, il più esposto perché sbuca con il corpo fuori dal Lince. C’è chi il suo posto lo chiama “sedile della morte”. Lui preferiva descriverlo con termini tecnici senza nascondere però la dose di rischio che ogni pattugliamento nascondeva. "Esco tutti i giorni, faccio da scorta a materiali e persone", raccontava il 3 agosto a una giornalista de l’Espresso. "Il mio è il ruolo più importante della pattuglia, ho più campo visivo e uditivo, con un gesto posso fermare le macchine che passano". Un lavoro pericoloso, di concentrazione e tensione. "Purtroppo la mia famiglia guarda i telegiornali ma sono tranquilli quando mi sentono tranquillo, per fortuna ci sono Internet e il telefono".

Massimiliano Randino era originario di Pagani, in provincia di Salerno. Aveva 32 anni e molti sogni nel cassetto ancora da realizzare. Nel suo paese d’origine in queste ore a farla da padrone è lo sgomento e la disperazione. Anche quello di Massimiliano, come quello di Davide Ricchiuto, caporal maggiore ventiseienne nativo di Glarus (in Svizzera) ma residente nel Salento, è un prezzo altissimo pagato in onore della patria e della democrazia di un paese lontano come l’Afghanistan.

Sei nomi, sei storie, sei vite spezzate nel flash di un bagliore improvviso.