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I colloqui tra Israele e Hamas

Barghouti è il punto interrogativo delle trattative sul soldato Shalit

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Il 5 marzo del 2002 un terrorista palestinese armato di M-16, un fucile automatico, e un paio di granate, apre il fuoco nel Seafood Market di Tel Aviv verso le 14.30. E’ l’ora di punta, il ristorante è pieno di gente che sta mangiando al ritmo di musica orientale. Il palestinese uccide 3 civili israeliani e ne ferisce altri 31. Tra l’aprile e il marzo di quello stesso anno, la Seconda Intifada vive un drammatico aumento di attacchi kamikaze contro obiettivi israeliani, condotti da diversi gruppi che comprendono Hamas, la Jihad Islamica, e le brigate dei Martiri di Al-Aqsa. Decine e decine di cittadini dello stato ebraico perdono la vita in attentati e raid kamikaze come quello al Seafood Market. Israele risponde a questa escalation con l’operazione Defensive Shield (“Muro difensivo”), la più ampia operazione militare nella West dalla Guerra dei Sei Giorni. Secondo il Guardian, durante le operazioni muoiono all’incirca 500 palestinesi e altri 1500 restano feriti.

Tra i gruppi armati che attaccano Israele ci sono i “Tanzim” di Marwan Barghouti che – dopo essere stato catturato e giudicato da un tribunale israeliano – viene condannato per aver ideato e organizzato l’attacco al ristorante di Tel Aviv. Cinque ergastoli per la sua attività terroristica. Dal giugno del 2004 è rinchiuso nelle carceri israeliane: “Mi oppongo con forza agli attacchi palestinesi che prendono di mira i civili – si è sempre difeso così – ma mi riservo il diritto di proteggere me stesso per resistere alla occupazione israeliana della mia terra e per combattere per la mia libertà”. E’ per discorsi come questo che Barghouti lo chiamano “il Mandela palestinese”, anche se altri preferiscono soprannominarlo “Napoleone”. Lo definiscono un “riformista” della “nuova guardia” di Fatah, allievo di Arafat e potenziale successore di Abu Mazen. Ha sempre condannato la corruzione del suo partito, anche entrando in conflitto con il fondatore dell’OLP, e oggi potrebbe essere liberato in cambio del caporale Shalit.

“Sì al rilascio di Shalit; No ai terroristi liberi”, protestano con slogan e striscioni in questi giorni a Tel Aviv, perché non tutti i cittadini dello stato ebraico concordano sull’ipotesi dello scambio. La novità nelle trattative è che Israele potrebbe rilasciare Barghouti ad Hamas invece che nella West Bank. Sarebbe una mossa da interpretare con attenzione. Se è vero che l’opinione pubblica israeliana è abituata a sacrifici immensi per riavere i prigionieri dell’esercito, vivi o morti – in cambio di Shalit, Israele potrebbe rimettere in libertà, oltre a Barghouti, altri pezzi grossi di Hamas e delle altre organizzazioni politiche palestinesi, e decine di pesci piccoli.

Cosa ci guadagnerebbe Netanyahu? Oltre al merito di aver riportato a casa il caporale Shalit (e sempre che i suoi elettori lo considerino solo un merito), sarebbe un risultato politico che non è chiaro se finirà per rafforzare Hamas o Fatah, o per indebolire entrambe. Ridare Barghouti ad Hamas significa rafforzare la tregua con Gaza e offrire un briciolo di legittimazione politica al movimento islamico. Secondo alcuni, questo servirebbe a indebolire Abu Mazen. Barghouti, dal canto suo, una volta libero – e a Gaza – sarebbe il personaggio migliore per incarnare una nuova stagione di dialogo interpalestinese, diventando forse un interlocutore “unitario” con Gerusalemme. Un progetto complesso, quello di Netanyahu, che potrebbe riuscire a patto di allontanare la data delle elezioni palestinesi, in modo tale che il clamore e il consenso guadagnato da Hamas con la liberazione del caporale si spenga prima che i palestinesi tornino al voto. Resta il fatto che le speranze dei palestinesi sono in mani sporche di sangue.

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