Home News Basterà un cerino per far luce nella nuova società contemporanea?

Apocalittici e integrati

Basterà un cerino per far luce nella nuova società contemporanea?

0
4

La spaccatura è sempre la stessa da quando Umberto Eco nel 1964 scrisse il famoso saggio Apocalittici e integrati: comunicazioni di massa e teorie della cultura di massa: fra coloro (gli apocalittici) che vedono nel presente una caduta della cultura e coloro (gli integrati) che vi vedono, al contrario, una fase nuova e più avanzata. L’oggetto di discussione, allora come oggi, è la società di massa con tutte le sue trasformazioni e le sue conseguenze: per qualcuno (gli apocalittici) si tratta di una perdita secca rispetto alla situazione precedente: perdita di cultura autentica, di intellettuali puri, di gerarchia sociale, di istruzione, di educazione, in una parola di civiltà. Per gli altri (gli integrati) si tratta invece del normale corso delle cose, o addirittura di un guadagno. Mentre i secondi invocano il progresso, i primi parlano di decadenza, barbarie, tramonto della civiltà. A discutere questi temi oggi, in un libro vivace dal titolo "Un cerino nel buio. Come la cultura sopravvive a barbari e antibarbari", è Franco Brevini, italianista che esce dai suoi confini disciplinari per guardarsi intorno, per giudicare non solo la realtà che ci circonda ma anche e soprattutto coloro che esprimono pareri su tale realtà: pareri negativi o positivi, di accettazione oppure di rifiuto, a seconda che si collochino nella categoria degli apocalittici o in quella degli integrati. Si tratta di accettazioni e rifiuti che non si legano a una parte politica: se sono di destra non necessariamente vedo il presente tutto nero, se sono di sinistra non necessariamente amo il nuovo in quanto tale. La deprecatio temporum alberga in ogni parte della frastagliata famiglia ideologica che semplifichiamo indicandola con destra e sinistra, e altrettanto vale per l’entusiasmo.

L’autore mette nero su bianco molte delle discussioni che si sentono in giro, molte delle riflessioni che ognuno di noi fa quando si trova a contatto con quella che l’autore in tono semiserio definisce la barbarie attuale: giovani incolti, consumatori compulsivi, masse abbrutite dalla TV spazzatura, realtà degradata. Si preoccupa di storicizzare i problemi, di riportarli al loro contesto temporale: quegli anni Sessanta in cui l’Italia si trasforma da paese agricolo in un paese altamente industrializzato. Il processo si svolse in fretta, a differenza che in altri paesi: il risultato fu un passaggio molto veloce in cui masse di contadini si trovarono trasportate di colpo in realtà urbane (delle quali vivevano ai margini) a svolgere lavori di fabbrica dequalificati, a vivere intruppati al di fuori di famiglie tradizionali e dei connessi valori.

E’ proprio grazie alla sua prospettiva storica che Brevini forse riesce a non cadere nell’alternativa paralizzante fra apocalittici e integrati, fra orrore della barbarie e accettazione pacifica di tutto ciò che avviene: nota che “nonostante gli allarmi lanciati da molti intellettuali, la cultura non ha mai goduto di una salute tanto buona come nella società dei media, sia per la disponibilità degli strumenti, sia per la capillarità della penetrazione sociale.” Al declino della cultura lamentato dai pessimisti oppone l’immagine di nuovi saperi che sorgono, pubblici diversi che leggono libri e giornali, nuove dinamiche, che per ora possiamo solo cogliere in nuce. Ha perfettamente ragione quando nota che il timore della fine e il catastrofismo si sono affacciati periodicamente fra gli intellettuali senza che per questo le civiltà delle quali facevano parte crollassero: “Sostituire all’idea della civiltà quella della decadenza, quando non della degenerazione, è un’operazione quanto mai sospetta e del resto basta scorrere qualche millennio di storia per ritrovare il periodico riaffacciarsi del terrore per le orde barbariche di turno.”

Eppure, in pagine molto gustose nelle quali chiunque si può riconoscere, Brevini si mostra consapevole che manca un terreno comune fra le vecchie e le nuove generazioni, uno stesso linguaggio, una considerazione condivisa dei valori, delle opportunità, degli obblighi: la televisione rovescia quotidianamente sui telespettatori valanghe di stupidità, gli studenti di un corso qualunque non sono in grado di comprendere i termini che il docente impiega (termini non specialistici, solo non comuni) per non parlare dei riferimenti colti, i giovani (e anche i non giovani) leggono poco e male, si riconoscono non nei grandi poeti o nei romanzieri classici ma nei musicisti hip hop o nei cantautori alla moda. Si tratta del passaggio dalla cultura tradizionale alla cultura di massa. Brevini non nega che questo sia avvenuto, e non nega neppure che abbia comportato trasformazioni, ma tenta di leggerlo non come un destino  ma come processo storico da comprendere. Alla lamentata perdita di cultura oppone che la cultura tradizionale si è rinchiusa in se stessa, in uno specialismo autoreferenziale; alla denuncia dei nuovi barbari modellati unicamente dai consumi contesta di non tener conto che è stato attraverso il consumo che i soggetti trasportati in ambiente urbano potevano assimilare il mondo nuovo nel quale vivevano; a chi maledice la cultura digitale replica che il mondo digitale porta con sé nuove (diverse dal passato) possibilità di comunicare, socializzare, fare cultura.
Anche la cultura di massa, a differenza di quanto pensava la Scuola di Francoforte, non è tutta uguale: e questo volume fornisce qualche strumento con cui analizzarla senza per forza condannarla.

Franco Brevini, Un cerino nel buio. Come la cultura sopravvive a barbari e antibarbari, Torino, Bollati Boringhieri, 2008.
 

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here