Berlusconi ha lo scettro del comando: lo usi
12 Novembre 2010
La giornata di ieri, grazie all’evenienza internazionale del G20, ha permesso al premier di segnare finalmente un punto, proprio in virtù della sua assenza e del suo silenzio. Mentre infatti si raggiungeva il culmine del teatrino della politica, della dissimulazione, della trama, del mascheramento e del doppio o triplo gioco, Berlusconi era protetto dai 9000 kilometri che lo separavano delle mefitiche atmosfere dei palazzi romani. Non è un suo merito, ma qualcosa su cui riflettere.
A quanto pare di capire in quel giovedì 11 novembre che molti vorrebbero ricordare come il giorno in cui si compì il destino del governo Berlusconi con il fallimento della trattativa Bossi-Fini, il presidente del Consiglio era l’unico che stava facendo il suo mestiere. Tutti gli altri attori, protagonisti e comprimari di questa assurda crisi, erano affaccendati nelle loro proprie faccende, calcoli e convenienze. Così, alla fine, dalla convulsa giornata di ieri, Berlusconi è quello che ne esce meglio: l’unica battuta sull’Italia che gli è sfuggita era in inglese rivolta al premier vietnamita.
Se Berlusconi seguisse di proposito questo metro condotta, mentre tutti gli altri si avvitano in formule indigeribili e lo combattono pensando già a come farsi fuori tra loro, punto dopo punto potrebbe vincere la partita. Il presidente del Consiglio è ancora lui, lo scettro del comando è ancora nelle sue mani è con quello che deve parare i colpi di chi lo vuole a terra, non giocando la stessa mano truccata.
La sua assenza dal proscenio della crisi, che molti gli rimproverano come strategia del “paracarro”, potrebbe essere invece utile se compensata da una più decisa e propositiva presenza sulla ribalta del governo. Gli spazi di manovra sono stretti e i cordoni della borsa ben saldi nelle mani di Tremonti, ma qualcosa si può sempre escogitare. Promettere non è mai stato difficile per il Cav. anzi il segreto della sua vittoriosa corsa politica è dovuto principalmente al fatto che le sue promesse erano migliori di quelle degli altri. Eppoi è sempre meglio attaccare su tasse e pensioni, grandi opere o piani casa che difendersi da Ruby e Perla.
Ogni altra mossa è preclusa dalla semplice constatazione che ognuno dei suoi molti avversari – Fini in testa- non vuole altro che la sua distruzione. Non c’è in ballo riforma istituzionale, legge elettorale, emergenza economica, predica sui precari o polemica sui tagli lineari. Niente di tutto questo è vero, i congiurati vogliono solo il cadavere politico di Berlusconi. Questo li accomuna e questo li muove, ma è anche la loro debolezza. Basterebbe rileggersi qualche pagina del Giulio Cesare di Shakespeare per comprendere il fato dei cospiratori una volta compiuto il loro delitto.
Berlusconi dunque fa bene a rifiutare qualsiasi patto perché sarebbe avvelenato. Anche davanti alla più solenne delle promesse per un suo reincarico dopo le dimissioni nulla sarebbe garantito. Nessuno può sapere cosa si sta cucinando nei sottoscala di palazzi, procure e giornali in assetto di guerra. Ma è certo che se qualcosa di esplosivo dovesse arrivare sulla mensa della politica non ci sarebbe momento migliore di quelle eventuali “poche ore” di un crisi pilotata.
D’altro canto Berlusconi non può solo offrire il petto nudo agli strali dei finiani. Davanti al plotone d’esecuzione va bene rifiutare la benda ma se si può evitare la scarica della fucileria è anche meglio. Il Cav. si prenda Tremonti e pochi altri e metta giù qualche idea plausibile con cui sfidare Fini in Parlamento. Qualcosa che se dovesse cadere per sua colpa sarebbe il plotone d’esecuzione dell’opinione pubblica e degli elettori a fare giustizia.
Si dirà che è troppo tardi. Forse è così. Ma se a Fini, che aveva promesso 48 ore per ritirare la delegazione dal governo non sono bastati molti giorni, vuol dire che la vischiosità di questa crisi lascia più spazi di quanti non si creda.
Ci vorrebbe poi un colpo d’ala comunicativo da parte di Berlusconi: qualcosa che facesse dimenticare i molti “ghe pense mi” andati a vuoto. Un’occasione potrebbe essere il malumore di Vittorio Feltri che in un’intervista al Fatto Quotidiano dà mostra di averlo mollato, perché dice, “si è sentito lasciato solo”, proprio lui che si è sempre vantato di essere un lupo solitario senza padroni o protettori e che si è sempre mosso senza guardare la convenienza di nessun altro che non fosse quella del suo giornale. Feltri è pur sempre un giornalista e un giornalista non rifiuta mai uno scoop. Il Cav. se lo chiami a palazzo Grazioli o dove vuole gli dia una grande intervista su se stesso e sulla sua politica, parli di tutto: “le dame, i cavalier, l’arme, gli amori” della sua vita. Componga con Feltri, che lo conosce bene, il suo proprio poema, prima che qualcun altro scelga un apocrifo su cui scrivere la parola fine.
