Berlusconi secondo Mauro e Polito

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Berlusconi secondo Mauro e Polito

08 Febbraio 2009

 

Non intendo tornare sul caso Englaro aggiungendo il mio colpetto di grancassa al frastuono mediatico che ci sta assordando in questi giorni. Sulla drammatica vicenda ho già espresso, su questo giornale, le mie opinioni, che non sono quelle del direttore ma che, nondimeno, sono state generosamente ospitate in virtù di quello spirito liberale che caratterizza la testata fin dal suo primo numero. Vorrei, invece, richiamare l’attenzione del lettore sullo spiacevole conflitto, che ne è sorto, tra il Quirinale e Palazzo Chigi. Un conflitto che, comunque lo si voglia giudicare, segna una pagina nera della storia della seconda Repubblica. Non essendo un costituzionalista ma uno storico delle dottrine e delle istituzioni politiche, tralascio il merito della questione per soffermarmi sul diverso ‘stile di pensiero’ delle famiglie ideologiche italiane che l’attuale contenzioso tra i supremi organi dello Stato ha portato allo scoperto per l’ennesima volta. Non scelgo due esemplificazioni facili ma due articoli fortemente critici nei confronti di Silvio Berlusconi, apparsi sabato 7 febbraio, l’uno a firma di Antonio Polito sul ‘Riformista’, La prima prova del presidenzialismo alla Berlusconi, l’altro a firma di Ezio Mauro su ‘La Repubblica’, La svolta bonapartista. Entrambi danno, per così dire, fuoco alle polveri ma mentre il primo  è espressione  della ‘ragion riformista’ ovvero si ispira a una filosofia politica e sociale sobria che non smarrisce la distinzione tra ‘fatti’ e ‘valori’ e fa le sue scelte di valore(che possono piacere o non piacere) solo prima di aver passato adeguatamente in rassegna i ‘fatti’; il secondo è espressione della  ‘ragion azionista’ ovvero di un moralismo cieco e passionale che utilizza la cultura storica e giuridica come  un’arma   e confonde sistematicamente descrizioni e valutazioni degli eventi.

Vediamo cosa ha detto Polito intervenendo sulla vexata quaestio. < non credo che il premier abbia aperto una guerra termonucleare nelle istituzioni senza valutarne le conseguenze. Anzi, secondo me l’ha aperta proprio per provocare delle conseguenze. Credo che Berlusconi si sia convinto che l’abito istituzionale attuale gli stia così stretto che può soffocarlo. Può ancora dire alla Prestigiacomo, che si voleva astenere in Consiglio dei ministri: se non voti a favore ti dimetti. Ma non può dire a Fini che cosa fare, perché il presidente della Camera si è subito schierato col Quirinale. Non può dire alla Bongiorno di approvare la legge sulle intercettazioni senza fare tante storie. Non può dire a Maroni di lasciar perdere il cattivismo inutile sugli immigrati. E soprattutto non può dire a Napolitano di firmargli tutti i decreti senza fiatare. Dunque vuole cambiare le norme che non gli consentono di comandare. Il presidenzialismo di fatto che lui ha in testa fin dal suo esordio in politica, si scontra col parlamentarismo del sistema attuale. La vicenda di Eluana, così terribile nel suo simbolismo, così eccezionale perché si intreccia su una vita umana, gli è forse sembrata valere uno strappo che su un’altra materia più prosaica non avrebbe potuto rischiare>. Il lettore intelligente capisce che, secondo l’articolista, Berlusconi ha scatenato una tempesta di cui non si avvertiva alcun bisogno ma che,nondimeno, ha sollevato un problema reale: quello della libertà d’azione del premier in una democrazia che intenda dotarsi di efficaci strumenti di governo.

 

 Vediamo invece cosa ha scritto Mauro sulla ‘lacerazione’ e sul ‘progetto di salto costituzionale’ < È un progetto bonapartista, con il Premier che chiede di fatto pieni poteri in nome del legame emotivo e carismatico con la propria comunità politica, si pone come rappresentante diretto della nazione e pretende la subordinazione di ogni potere all’esecutivo. Avevamo avvertito da tempo che qui portavano le leggi ad personam, i "lodi" che pongono il Premier sopra la legge, la tentazione continua di sovraordinare l’eletto dal popolo agli altri poteri. Ieri, Napolitano ha saputo opporsi, in nome della Costituzione. La risposta del Premier è stata che il Capo dello Stato non potrà mai più opporsi, e la Costituzione cambierà>.

L’editoriale di Mauro—cui ha fatto seguito domenica 8 quello del ‘fondatore’ Eugenio Scalfari che ha rincarato la dose assimilando Berlusconi non più a Bonaparte, dittatore autoritario, ma a Mussolini, dittatore totalitario—costituisce un esempio da manuale dell’opera di diseducazione politica svolta da una stampa che non vuole far capire il mondo, ma, parafrasando il vecchio Marx, si propone di ‘trasformarlo’. Forse è superfluo avvertire che tra presidenzialismo, da un lato, e bonapartismo e fascismo, dall’altro, c’è un abisso: essendo l’uno una modalità della ‘democrazia dei moderni’—come ci ha insegnato Giuseppe Maranini, cui dedica una magistrale  analisi Eugenio Capozzi nel saggio appena uscito Il sogno di una Costituzione. Giuseppe Maranini e l’Italia del Novecento (Ed. Il Mulino)—l’altro il suo esatto contrario. Entrambi i modelli sono concepibili solo in una società di massa o, comunque, avviata ad essere tale e su entrambi spira un soffio populistico ma basta rileggersi il Max Weber degli scritti politici per intendere il ruolo (e la necessità) di un esecutivo forte ai fini di un reale bilanciamento dei poteri dello Stato.

 

 Insomma, ancora una volta, i ‘repubblicones’ si dimostrano ciechi dinanzi ai problemi reali del paese e come ieri avevano attribuito la vittoria di Berlusconi all’immaturità delle masse così oggi riducono a problema di smodata ambizione personale (che non si può negare) la messa all’o.d.g. dell’agenda politica di una questione non poco rilevante. Per quanto mi riguarda, sto con Polito: mi sembrano sbagliati i tempi e i modi in cui essa è stata  è portata all’attenzione dell’opinione pubblica e, inoltre, se premierato forte  dev’esserci vorrei che a rappresentarlo non fosse il Cavaliere ma altre figure più professionali e istituzionali (se di centro-destra o di centro-sinistra lo diranno gli elettori). Detto questo, però, non posso non rilevare, come mi capita di fare da anni, che il gravissimo ritardo nella ‘political culture’ del nostro paese  più che alla sua componente marxista o postmarxista è dovuto a quella borghesia progressista che da sempre mescola ‘moralismo & affari’ con una disinvolta spregiudicatezza già oggetto, più di un secolo fa, dei sarcasmi del grande Vilfredo Pareto.

Dino Cofrancesco