Berlusconi seppelisce l’equidistanza dalemiana e punta il dito contro l’Iran
03 Febbraio 2010
Gerusalemme. Berlusconi schiera l’Italia, senza se e senza ma, nella cruciale partita del nucleare iraniano, destinata a dominare l’agenda diplomatica internazionale nelle prossime settimane. L’attacco al presidente iraniano Ahmedinajad, l’ex pasdaran che vuole cancellare Israele dalle carte, e’ stato diretto e durissimo. A Gerusalemme, al fianco dell’amico Benjamin, Berlusconi ha detto che chi guida l’Iran ricorda "personaggi nefasti del passato". Il presidente del Consiglio ha così stabilito un collegamento tra le parole scritte sul registro degli ospiti dello Yad Vashem, ("da una sconfitta, un urlo: mai, mai più") e il dovere morale di fermare l’Iran, con dure sanzioni e anche aiutando l’opposizione al regime.
Le affermazioni del Cavaliere giungono nello stesso giorno in cui anche l’Amministrazione Obama ha indurito i toni. Il vicepresidente Biden ha detto ieri, in un’intervista alla MSNBC, che i leader iraniani “stanno spargendo i semi della loro distruzione con la dura repressione delle proteste anti governative”. La Casa Bianca sta facendo pressing sui membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu in vista del voto, a fine febbraio, su un pacchetto di sanzioni molto più stringenti di quelle finora varate. Un aiuto viene dalla Francia, che ha la presidenza di turno del Consiglio di Sicurezza: Sarkozy, che è sensibile ai timori che il nucleare iraniano suscitano non solo in Israele ma anche e soprattutto nei Paesi arabi del Golfo, già da mesi scalpita. La settimana scorsa il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha conquistato il definitivo sì della Russia. Sembra invece definitivamente persa la partita con la Cina, che ha enormi interessi economici in Iran, soprattutto dopo la decisione del presidente Obama di ricevere il Dalai Lama, un passo che ha portato, come era prevedibile, i due Paesi sull’orlo di una crisi diplomatica. Dopo il doveroso passaggio all’Onu, se permanesse il veto di Pechino, non resterebbe altra strada che quella di sanzioni imposte da un’alleanza multinazionale guidata dagli Stati Uniti.
Berlusconi, con la sua visita a Gerusalemme, ha fatto una scelta di campo. Ha seppellito definitivamente l’ "equidistanza" di dalemiana memoria, una astuzia semantica che non ha alcun corrispettivo con la realtà, perché il Medio Oriente non e’ bipolare, ma almeno tripolare, essendo il campo musulmano spaccato come una mela tra moderati e radicali. Da amico, il presidente del Consiglio ha offerto invece ad Israele i buoni uffici dell’Italia nei confronti di alcuni Paesi arabi e musulmani chiave: la Turchia, il Libano, e ultimo ma più importante, la Siria. Nonostante il mal di pancia che l’idea di una restituzione del Golan suscita in una larga fetta della compagine governativa messa insieme da Netanyahu, un accordo di pace con Bashar Assad e’ l’unica strada per evitare una guerra regionale di dimensioni molto più larghe delle ultime due, in Libano e a Gaza. Parole pronunciate due giorni fa da un uomo che sulle questioni di sicurezza e’ legato ad un accordo di ferro con Benjamin Netanyahu: Ehud Barak.
