Birmania: Consiglio Onu raggiunge accordo
11 Ottobre 2007
di Redazione
Gli ambasciatori all’Onu dei 15 Paesi membri del Consiglio di sicurezza si sono
messi d’accordo sui principali punti di un progetto di dichiarazione che
“deplora fermamente” la repressione in Birmania. Lo si è appreso da fonti
diplomatiche.
Al termine di consultazioni a porte chiuse tra i Quindici,
l’ambasciatore americano all’Onu, Zalmay Khalilzad, ha detto ai giornalisti che
i rappresentanti del Consiglio di sicurezza si ritroveranno stamattina (ora
locale, il pomeriggio di giovedì in Italia) per esaminare le risposte delle
rispettive capitali, nella speranza di avere un’approvazione formale del testo.
Cominciata ieri pomeriggio, la riunione era stata sospesa per permettere ai tre
Paesi occidentali membri permanenti del Consiglio (Stati Uniti, Francia e Gran
Bretagna) di rivedere il testo, che era già stato emendato – su richiesta
principalmente della Cina, principale alleato della Birmania – rispetto a una
prima versione proposta venerdì scorso dagli stessi tre. La prima versione
proponeva di “condannare” la repressione, che ha causato, secondo la versione
ufficiale, 13 morti.
Nella versione emendata, il testo “deplora
fermamente” la “violenta repressione da parte del governo della Birmania delle
manifestazioni pacifiche, compreso l’uso della forza contro rappresentanti
religiosi”, e chiede alla giunta di liberare tutti i prigionieri politici, tra
cui la leader dell’opposizione e Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi.
Contrariamente a una risoluzione, una dichiarazione non è vincolante ma può
essere approvata solo all’unanimità dei 15 membri.
Intanto, Cartier si è unito a un altro dei
più noti e prestigiosi gioiellieri al mondo, Tiffany, nel boicottaggio delle
pietre preziose – soprattutto rubini e zaffiri – provenienti dalla Birmania in
seguito alle violenze e alla repressione di cui si è resa responsabile la giunta
militare al potere. Cartier, di proprietà del gruppo Richemont Sa, ha annunciato
di aver cessato di acquistare gemme che potrebbero essere state estratte in
Birmania, e di aver chiesto ai suoi fornitori una garanzia analoga. Tiffany and
Co aveva cessato di acquistare rubini dalla Birmania nel 2003, quando il
Congresso degli Stati Uniti approvò una legge sul divieto di importazione dalla
Birmania. La norma consente tuttavia ai commercianti di importare pietre
preziose estratte nel Paese asiatico purché siano tagliate e rifinite altrove.
