Birmania. Revocati i domiciliari per San Suu Kyi ma resta in carcere

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Birmania. Revocati i domiciliari per San Suu Kyi ma resta in carcere

26 Maggio 2009

Prendendo per la prima volta la parola nel processo che potrebbe costarle cinque anni di carcere, e proprio nel giorno in cui i Paesi europei e asiatici hanno chiesto compatti la sua liberazione, Aung San Suu Kyi ha dichiarato oggi di non aver pensato che concedere "rifugio temporaneo" all’americano John Yettaw – presentatosi a sorpresa nella sua residenza di Rangoon a inizio maggio – costituisse una violazione delle regole dei suoi arresti domiciliari.

In un’udienza a cui ha potuto partecipare – come era avvenuto mercoledì scorso – anche una selezione di giornalisti e diplomatici, l’icona della dissidenza birmana ha detto ai giudici che la colpa dell’accaduto è da attribuire alle autorità, responsabili della falla nei controlli di sicurezza che ha permesso a Yettaw di nuotare liberamente nel lago Inya. Gli avvocati di Suu Kyi, 63 anni, avevano già argomentato che il premio Nobel per la Pace aveva accettato di ospitare l’intruso – dalle quattro del 4 maggio alla mezzanotte del giorno dopo, ha specificato la donna oggi – solo perchè impietosita dalla sua mancanza di forze che gli avrebbe impedito di tornare indietro a nuoto.

In attesa che la testimonianza dell’imputata riprenda domani, dai ministri degli esteri di Unione europea e Asia (Asem) è giunto "l’appello alla rapida liberazione delle persone in stato di detenzione e l’eliminazione delle restrizioni ai partiti politici" in Birmania, dove si calcola che circa 2.100 dissidenti siano in carcere. La presa di posizione è maturata nel vertice dell’Asem svoltosi ad Hanoi, nel quale anche la Cina – finora una fedele protettrice dei generali birmani – ha partecipato al comunicato finale contro il regime. Nel frattempo, la giunta militare non ha rinnovato gli arresti domiciliari di Suu Kyi, in scadenza domani. La decisione è in linea con le dichiarazioni rilasciate oggi dal generale della polizia Myint Thein. Secondo l’alto ufficiale, le autorità stavano considerando l’idea di rilasciare Suu Kyi – prigioniera in casa per 13 anni dal 1989 a oggi, e ininterrottamente dal 2003 – per "ragioni umanitarie": ma sono state costrette a ripensarci quando "si è verificato l’inatteso episodio dell’intrusione dell’americano".

Parole che difficilmente convinceranno la comunità internazionale, che vede piuttosto il tentativo di escludere la carismatica leader dell’opposizione dalle elezioni previste nel 2010, parte della "road map verso la democrazia" disegnata dal regime. All’appello dell’Asem si è aggiunto oggi anche quello del gruppo dei "Saggi", fondato da Nelson Mandela e del quale fanno parte diversi ex leader politici e premi Nobel per la Pace, tra cui l’ex presidente statunitense Jimmy Carter e l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu. Quest’ultimo ha paragonato Suu Kyi a Mandela: "Come lui è coriacea, e ha la ragione e la bontà dalla sua parte". Per vedere se i generali birmani si faranno intenerire, vista l’improvvisa accelerazione delle udienze, potrebbero bastare pochi giorni: i legali di Suu Kyi, che all’inizio stimavano in tre mesi la durata del processo, ora si aspettano una sentenza entro la settimana prossima. L’attesa generale, nonostante le pressioni internazionali, è per una condanna.