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“Bisogna fare una grande scelta: dimostrare la necessità dell’integrazione”

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«Bisogna fare una grande scelta: dimostrare la necessità dell’integrazione». Viktor Zaslavsky, esperto internazionale di movimenti di popolazione, mette in evidenza i rischi di un approccio “buonista” all’immigrazione italiana. L’esperienza molto più lunga maturata in questo campo da paesi europei e nord-americani dimostra l’importanza di creare consenso intorno ai valori fondamentali delle democrazie occidentali.

Professor Zaslavsky, la percentuale della popolazione immigrata in Italia (circa il 5%) è molto bassa rispetto alla media europea. Perché, allora, il problema è così sentito?
Prima di tutto dobbiamo vedere la dinamica del processo. La regolazione oggi è un punto fondamentale, perché i flussi migratori si modificano sensibilmente in base all’intensità dei controlli. Per esempio, nel 2001 la Germania ha introdotto le regole che facilitano l’entrata con il visto turistico e, allo stesso tempo, ha introdotto i controlli più severi sull’immigrazione illegale. Così, se prima gli immigrati illegali arrivavano spesso sul territorio italiano per spostarsi successivamente in Germania, oggi la situazione si è rovesciata.
Esistono, inoltre, due grandi problemi. Primo, il processo dell’immigrazione è in crescita, e rimarrà tale. Tutta l’Europa meridionale subisce una grande pressione demografica da parte dell’altra sponda del Mediterraneo. Queste aree sono state la parte del mondo più interessata dalla crescita demografica. Basta guardare i dati relativi alla popolazione tra i 20 ed i 40 anni, la più attiva dal punto di vista migratorio. Nel 1980, per ogni 10 individui europei in questa fascia d’età nei paesi d’emigrazione dell’Africa e del Medio Oriente ce n’erano 23; nel 2000 questa cifra è cresciuta a 32 e se ne aspettano 59 al 2020. La pressione demografica, dunque, continua ad aumentare.
In secondo luogo, anche se l’Italia ha circa la metà degli immigrati di Francia e Germania, questa popolazione è distribuita in maniera molto diseguale sul territorio. Ci sono zone che per vari motivi hanno un’altissima concentrazione di stranieri. A Prato, importante centro di immigrazione cinese, si trovano scuole dove il 70-80% degli alunni proviene da tale gruppo. Questo produce gravi effetti, come la ghettizzazione e  la xenofobia.

Gli immigrati sono utili alla società italiana?
Quando parliamo di esseri umani, “utile” è una categoria troppo economicistica. Se non dimentichiamo i limiti del concetto economico di “utile”  applicato agli esseri umani si potrebbe rispondere sì. Sono però necessarie certe precisazioni. L’immigrazione può essere utile per alcuni e non per altri, può esserlo a breve ma non a lungo termine. Certamente, un imprenditore del Nord Est ha bisogno degli immigrati per mandare avanti la sua fabbrica. Questo imprenditore, tuttavia, se da un lato importa un gruppo di stranieri con le loro famiglie, dall’altro non paga per la loro istruzione, per la sanità e per tutte le altre grandi spese che tale trasferimento comporta. Lui ha solo necessità di forza lavorativa, ma questa non può essere ottenuta a scapito dei diritti civili. Non si può avere un gruppo di immigranti solo maschi e giovani, da mandar via quando non servono più. Molto spesso, si cerca di scambiare l’interesse privato per interesse nazionale. Inoltre si deve ricordare che gli immigrati che accettano i posti lavoro per i quali non ci sono pretendenti italiani sono “utili” in un senso, mentre quelli che creano i nuovi posti di lavoro in un altro. La domanda principale rimane invece la dimensione dell’immigrazione. Bisogna chiedersi seriamente di quanto deve crescere l’immigrazione in Italia, qual'è il motivo per aumentare la densità di popolazione in un territorio ecologicamente fragile.

Quali sono i principali problemi legati all’integrazione?
Prima di tutto, c’è l’ipocrisia del multiculturalismo. L’immigrato non viene in Italia per conservare o sviluppare la sua identità culturale: questo l’avrebbe potuto fare molto meglio nel suo paese d’origine. Lì avrebbe potuto conservare le sue tradizioni, le sue usanze, la religione e la lingua. L’immigrato viene in Italia per raggiungere un certo standard di vita, perciò vuole essere integrato. Non ci dovrebbe essere questa ipocrisia, questa insistenza sul rispettare la cultura d’origine e la lingua degli immigrati, altrimenti si rischia di arrivare ad episodi incredibili. A Reggio Emilia sono stati organizzati, a spese della collettività, corsi di lingua araba per i figli di immigrati da paesi arabi. Ma a loro serve in primo luogo la lingua italiana. Così con false pretese di rispetto, si cerca di perpetuare i problemi, le situazioni di disuguaglianza e discriminazione. Nessuno chiede a questi bambini di dimenticare l’arabo. Se vogliono, le comunità etniche possono organizzare – come accade negli Usa – scuole domenicali per l’insegnamento della lingua d’origine. Ma questo non è strettamente necessario: gli immigrati vengono qui per integrarsi.
Certo, esistono problemi differenti a seconda delle comunità, perché le diversità sono di vario tipo ed alcune rendono gli immigrati meno assimilabili. Bisogna fare una grande scelta: dimostrare la necessità dell’integrazione. Altrimenti può capitare, come a Milano, che gli immigrati reclamino la scuola in lingua araba, nonostante l’insegnamento in italiano sia stabilito per legge su tutto il territorio dello Stato. Prima di entrare, o almeno prima di prendere la cittadinanza, l’immigrato dovrebbe essere messo di fronte ad alcuni articoli della Costituzione e firmare di accettarli. In questo modo se un immigrato, ad esempio, picchia la moglie dichiarando che ciò fa parte della sua tradizione culturale, può essere espulso per aver violato la Costituzione che ha giurato di rispettare. Questo vulnus legislativo non esiste negli altri paesi.  La proposta di chiedere agli immigrati di sottoscrivere una “carta delle regole” che indica specifici diritti e doveri e’ stata presentata varie volte, ma non è stata ancora realizzata in Italia.

Da parte italiana esiste la volontà di integrare?
Non conosco nessun altro paese in cui associazioni volontarie ed ecclesiastiche e gruppi privati fanno così tanto per gli immigrati, coprendo le carenze del welfare italiano. Il problema, però, rimane quello di sviluppare e migliorare le leggi, ridurre l’arbitrio dell’amministrazione, migliorare la situazione degli immigrati legali e, soprattutto, lottare contro l’immigrazione illegale. In Italia, fino ad oggi, il principale strumento di regolazione del fenomeno migratorio sono state le sanatorie, tanto da farle diventare un evento regolare, a cui tutti sono abituati. Hanno finito per essere un processo di massa anziché individuale, disegnato sul singolo caso. Non c’è selezione, non si guarda se l’immigrato è integrabile o non integrabile, accettabile oppure no. È uno strumento sbagliato, molto difettoso. Inoltre, è dato troppo spesso per scontato che gli immigrati legali con un posto di lavoro regolare saranno integrati senza problemi

Che ruolo ha la cittadinanza in questo contesto? 
Si deve guardare cosa sta succedendo nei paesi con maggiore esperienza nel processo di immigrazione. In Germania vogliono introdurre a livello nazionale un test, adesso usato nella provincia di Hesse, per assicurarsi che i richiedenti cittadinanza conoscano – e accettino – la cultura e la lingua tedesca. Nel 2005 è stata introdotta una legge secondo cui gli immigrati che fanno domanda per la cittadinanza devono aver seguito almeno 600 ore di lezione di lingua tedesca più altre ore di studio di storia e cultura della Germania. A mio avviso si dovrebbe aggiungere l’obbligo di giurare fedeltà alla Costituzione.

Quindi l’educazione ha un ruolo importante?
Certo, la scuola, l’educazione ma anche la conoscenza dei diritti umani, che devono essere capiti in profondità ed accettati.

Per quanto riguarda l’immigrazione illegale, quali politiche potrebbero essere adottate?
Si può di nuovo guardare all’estero, in particolare all’esperienza degli Stati Uniti. Anche qui, oltre alle consistenti sanatorie, c’è una grande necessità di frenare l’immigrazione, soprattutto quella messicana. Il metodo principale che hanno cominciato ad usare gli americani è quello di penalizzare il datore di  lavoro dei clandestini, perché è lui a sfruttare e a trarre maggior vantaggio dalla loro situazione di illegalità.
Naturalmente a questo si può aggiungere il rafforzamento delle guardie di confine e una grande attenzione alle leggi comuni. Sarebbe opportuna l’introduzione di guardie e controlli comuni in tutto il Mediterraneo. In questo l’Unione Europea può svolgere un ruolo fondamentale. Nel mondo diviso tra diversi stati che mantengono una piena sovranità sul proprio territorio non esiste un “diritto all’immigrazione”. L’immigrazione può portare reciproci vantaggi ai paesi riceventi e a quelli di partenza soltanto quando tiene conto della capacità di assorbimento del paese ricevente.

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