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Inquietudini lumbard

Bossi sceglie la ridotta padana ma non può permettersi di rompere col Cav.

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Lega di lotta, di secessione, di rottura. Sembra di essere tornati indietro di vent’anni, quando nel 1987 Umberto Bossi da Cassano Magnago mise piede a Roma, da parlamentare guadagnandosi il soprannome di Senatùr, cavalcando l’onda lunga di un movimento sanguigno (e molto demagogico) che allora si contrapponeva alla logica e agli schemi dei partiti, ormai al crepuscolo della prima Repubblica. Vent’anni dopo e un lungo tratto di strada governativo e non, fatto insieme al Cav., Bossi torna sui suoi passi, un dietrofront a 360 gradi. Anche in questo caso per rompere lo schema, o almeno tentare di farlo. Mettersi alle opposizione, e basta, indipendentemente dal contesto internazionale di una crisi dove il vero problema non è solo o tanto l’Italia, bensì l’Europa. A cosa serve dire no a tutto e a prescindere? Qual è il fine ultimo? Qual è lo scenario al quale si guarda?  Qual è la direzione leghista?

A ben guardare, nello spartiacque padano ci sono due livelli che meritano una riflessione. Il primo, tutto mediatico. Il secondo, più di sostanza e molto più calibrato su questioni di difesa territoriale e dunque elettorale di un serbatoio di voti da tempo entrato in crisi. La base, insomma, ha dato segnali concreti di insofferenza nei confronti del Capo (da Pontida in giù) che ora cerca di recuperare terreno e al tempo stesso ‘sterilizzare’ la fronda interna dei colonnelli sulla leadership del movimento. Per fare questo, il Senatur ha bisogno di muoversi su più fronti; quello mediatico dalle colonne de La Padania, il quotidiano di famiglia (politica), nel quartier generale di via Bellerio, dove alcuni leghisti dicono che il Capo passi molto del suo tempo, lavorando al parlamento padano e snobbando quello romano (cioè quello vero).

Così, l’ultima trovata è dare del ‘comunista’ a Berlusconi che sta in maggioranza coi ‘comunisti’, o tuonare che se crolla l’euro il Carroccio batterà una sua moneta. Oppure focalizzarsi ed esaltare, come da settimana va facendo la Padania, il meeting della Lega ligure coi leader del Carroccio o altre iniziative messe in campo al di là del Po. Il ‘jolly’ Bossi se lo gioca con Tremonti che – annuncia – ora si è rotto una gamba ed è in convalescenza ma poi ‘verrà con noi’. A che serve, se non a mostrare i muscoli, per la verità un po’ da tonificare? Solo un paio di settimane fa il Carroccio trattava la ‘pratica’ Tremonti con un certo distacco, sottolineando che se vuole ‘accasarsi’ a via Bellerio deve andare alla prima sezione più vicina a casa sua, iscriversi e prendere la tessera di partito. Il punto vero è che dalle dimissioni del governo Berlusconi (più o meno 27 giorni fa) la Lega ha perso il suo appeal politico: urla, minaccia, invoca la secessione, attacca il Pdl, demolisce il Cav., ma detto questo, pure nella sua dimensione di forza di opposizione per ora non riesce ad esprimere granchè.

L’isolazionismo, insomma, è un rischio reale specialmente se lo si guarda nella prospettiva di questo anno e dal 2013 in poi.  Un anno e mezzo investito a rispolverare i vecchi strumenti dell’armamentario secessionista – dal quale lo stesso Bossi si era smarcato dopo la ricomposizione con Berlusconi e due legislature al governo – aggrappandosi ad un indentitarismo molto spesso strumentale, è un tempo troppo lungo per esporsi al pericolo di restare appesi e quindi ancorati ad un unico vessillo. Che senso ha di fronte a tutto quello che sta succedendo nel panorama internazionale con una crisi che ha scardinato i paradigmi dell’Occidente, dire che in Padania la Lega batterà moneta o restaurare il vecchio rito del parlamento di Vicenza?  

Se parli coi leghisti ‘doc’ ti dicono che no, non è così. E’ un bossiano della prima ora, autorevole esponente del gruppo di Montecitorio, a dire come stanno le cose dal suo punto di vista: “Noi non faremo mai alleanze col Pd e non siamo abituati a stare parcheggiati. Se il Pdl non si muove un po’ e dimostra di non stare a fare il ‘signorsì’ ma torna a fare politica, si può ragionare; altrimenti ciascuno andrà per la sua strada”. Che tradotto dal padano significa: l’alleanza col Pdl non è definitivamente archiviata. E c’è da comprendere che sia davvero così: intanto tra pochi mesi ci sono le amministrative e lì non è facile mandare in pezzi la coalizione. Poi c’è il lavoro in parlamento: nonostante tutto, la Lega è molto interessata a far passare uno dei punti chiave del federalismo, la spesa standard 2012 per le Regioni (specie sul versante della sanità) e sa perfettamente di aver bisogno della sponda pidiellina. In più c’è il nodo della legge elettorale dal quale discenderà molto dello scenario politico e di alleanze che da qui al 2013 si andrà componendo.

Adesso la Lega di lotta serve per tenere insieme il popolo padano, tanto è vero che il dirigente-parlamentare considera la linea del Senatur in sintonia “con quello che vuole e chiede la nostra gente, che non ci sta a pagare le tasse del governo Monti, che vuole un’alternativa”.

Già, ma l’alternativa non la può costruire la Lega da sola. L’alternativa anche per il Carroccio resta “la ricostruzione di un centrodestra capace di fare le riforme, con un progetto politico efficace” e in questo senso nessuno a via Bellerio può dire oggi che il dialogo col Pdl non esista più. Se questo è, non sarebbe più conveniente e politicamente più saggio lavorare fin d’ora col Pdl a questa prospettiva? Perché Maroni (costretto a rivendicare un po’ malinconicamente, che un pezzo dell’arresto del boss dei casalesi, Zagaria è anche merito suo) non lavora con Alfano gestendo questa fase di transizione insieme?

Un’alleanza solida come è stata quella tra Pdl e Lega non può finire da un giorno all’altro ma proprio per questo va irrorata, rinvigorita. Adesso, non tra un anno e mezzo. Scaricare tutto sul Pdl non serve a niente, finirà per essere un boomerang. E giocare al ‘poi si vedrà’ potrebbe rivelarsi l’ipoteca più grande per il partito del Senatur. Sul presente e soprattutto sul suo futuro.    

 

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2 COMMENTS

  1. le palle moscie del nord
    Bah, la realtà è che la lega ha dimostrato stando al governo di essere un partito delle tasse come il PD e come il PdL. Si è opposta ai tagli agli enti locali e con gente come Tremonti e come Tosi ha finito per aumentare le tasse sul risparmio degli italiani al 20% con la colpevolissima sottomissione di Berlusconi. Di più il Tremonti leghista ha avviato proprio la politica di polizia fiscale continuata da Monti.
    La Lega ormai è un partito senza credibilità che fa schifo.
    Una volta la Lega aveva un senso come partito secessionista e anti tasse.
    Adesso se Bossi si mette a sbraitare contro le tasse fa solo ridere. I leghisti sono i terroni assistenzialisti del nord. E anche come partito secessionista non sono credibili.
    Se queste palle moscie davvero vogliono la padania che tirino fuori i fucili. Invece non riescono neanche a pisciare diritto. Penosi.

  2. La lega nerd spera di
    La lega nerd spera di attrarre i voti dei pidiellini delusi e rivitalizzare la sua base con le solite sparate anti-italiane. Intanto, torna il motto di roma ladrona, dopo aver succhiato soldi da roma con il contributo di tutti gli italiani. Allearsi con gli orfani del berlu a livello politico per le prossime elezioni? Difficile… reggeranno le alleanze locali, fino alla prossima tornata, piuttosto staranno all’opposizione ad oltranza in attesa che l’euro crolli e il paese imploda.

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