Caos liste: Bersani cede al vizio della furbizia e si consegna a Di Pietro

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Caos liste: Bersani cede al vizio della furbizia e si consegna a Di Pietro

08 Marzo 2010

Ed un’altra occasione è andata in fumo. Un’altra occasione di fare dell’Italia, per dirla con D’Alema, un paese normale. Eppure l’occasione era ghiotta ed anche a buon mercato. Alcuni coordinatori regionali e rappresentanti di lista del principale partito nazionale, del partito del Presidente del Consiglio combinano un pasticcio in sede di presentazione delle liste elettorali per le prossime regionali. Un pasticcio che con un applicazione rigorosa ma formalistica della legislazione in vigore creava il rischio di falsare irrimediabilmente la prossima consultazione elettorale. Una quota significativa dell’elettorato si sarebbe trovata nella condizione di poter votare unicamente i candidati della (o delle) opposizione. Una situazione evidentemente insostenibile per qualunque sistema democratico. Perché se è vero che in democrazia il rispetto rigoroso delle regole puramente formali ha un valore sostanziale è anche più vero che una consultazione elettorale nella quale vi è un solo candidato presidente, una sola lista o una sola coalizione di liste non ha nulla a che vedere con la democrazia e ricorda piuttosto le esperienze non lontane (ma che tendiamo a rimuovere) dei paesi totalitari.

In questo quadro la cosa più normale da aspettarsi sarebbe stato un atto di serietà dell’opposizione che, sottolineata la scarsa serietà e la scarsissima capacità dell’avversario politico, dichiarava da subito la necessità di una soluzione politica al pasticcio e offriva la propria disponibilità a trovare un meccanismo che limitasse al minimo possibile i danni. Ma il PD e (anche se con il solito riflesso cerchiobottistico) anche l’UDC non è riuscita sottrarsi alla tentazione da un lato della faziosità e del settarismo e dall’altro della furbizia. Perché il primo riflesso del PD è stato sicuramente quello della furbizia. La prospettiva di una competizione elettorale senza avversari nelle due principali regioni italiane era senz’altro ghiotta: conquistare per la prima volta nella storia (salva la breve e particolare parentesi dal 1992 al 1994) il governo della Lombardia e confermare il governo nel Lazio (nonostante gli sconquassi di Marrazzo). Una prospettiva impensabile fino a qualche settimana fa, che evidentemente ha fatto perdere il lume della ragione ai dirigenti democratici.

Eppure a ben vedere se il PD avesse aggiunto un po’ di intelligenza alla sua furbizia avrebbe potuto scorgere come con un atteggiamento diverso avrebbe potuto massimizzare i guadagni minimizzando i rischi. Se, considerato che appariva francamente improbabile un esito della vicenda diverso da quello che ha avuto, avesse sin subito garantito la propria disponibilità ad una soluzione politica avrebbe:

1.     ridicolizzato gli avversari politici incapaci finanche di presentare in modo regolare le proprie liste elettorali;

2.     affermato una fisionomia di partito serio, rigoroso e con un grande senso dello Stato;

3.     messo ai margini il fanatismo minoritario e protestatario che alberga dalle sue parti;

4.     saldato un legame di ferro con il Presidente della Repubblica;

5.     vinto, con molte probabilità, le elezioni regionali (ad esempio nel Lazio).

Il tutto senza sforzo e senza correre rischi!

Ma accanto alla furbizia che – come è noto – è il male nazionale, la linea politica dei democratici ha una causa più profonda e più preoccupante. L’atteggiamento dell’opposizione è stato in primo luogo dettato dalla propria incapacità di sottrarsi alla tenaglia demagogica e populista dell’Italia dei valori che ha fatto dell’obiettivo di scassare il sistema politico ed istituzionale la propria ragione sociale. L’idea è che lasciare al solo Di Pietro certi temi e certe battaglie costituisca un grosso rischio e quindi convenga competere con lui su questo terreno. Ma in questo c’è un errore di calcolo. Se la competizione interna all’opposizione si gioca sull’antipolitica, su chi urla di più, su chi la spara più grossa non ci può essere dubbio che la gara è persa in partenza. Di Pietro è in materia un fuoriclasse, capace di solleticare come nessun altro la pancia del ribellismo qualunquista del Paese. E non è un caso che la strategia del PD su questo punto sia risultata fallimentare. Assecondare la strategia dipietrista pur con tutti i distinguo e le remore che si vuole ha finito per trasformare una vicenda politica che appariva marginale e transitoria in un elemento strutturale della politica italiana con il quale in ogni caso il PD dovrà prima o poi fare i conti. Se l’obiettivo della dirigenza democratica era quello di governare e di normalizzare un fenomeno (un po’ sul modello di quello che Berlusconi è riuscito a fare con la Lega) dobbiamo dire che il risultato è fallimentare. Non è il PD ad aver metabolizzato Di Pietro ma è piuttosto Di Pietro ad aver radicalizzato il PD. Perché se è vero che i democratici non hanno seguito Di Pietro nell’incredibile e ridicola richiesta di impeachment del Presidente Napolitano, è anche vero che un partito che annuncia una manifestazione di piazza per protestare contro un decreto che ha il solo fine di consentire un regolare svolgimento delle elezioni per quasi quindici milioni di cittadini è un partito che ha smarrito ogni cultura di governo è si è trasformato in un partito radicale di massa. Il che rappresenta un problema per il PD ed un problema per tutti.