“Caso Battisti”, per stavolta finisce in parità ma l’estradizione si avvicina
10 Settembre 2009
di Redazione
Quattro contro quattro. Nelle "Eumenidi" di Eschilo quando il voto dei giudici dell’Areopago finisce in parità Oreste viene comunque assolto, ha ucciso la madre ma per vendicare il padre, grazie al voto determinante della presidente del tribunale, Athena. Nel Brasile di oggi, è stato invece il presidente del Supremo Tribunale Federale Gilmar Mendes, che pure si sa favorevole all’estradizione di Cesare Battisti, a sospendere il proprio voto: è vero, su richiesta del giudice pro-Battisti Marco Aurelio Mello, che ha proposto di riguardare tutte le carte. Dunque, dopo ben 11 ore di seduta bisognerà aspettare altri 10-15 giorni. E se il vigore con cui il relatore Cesar Peluzo ha definito “clamorosamente illegale” la non estradizione lascia intuire che il verdetto finale sarà per rimandare Battisti in Italia, salvo la garanzia di non dargli quell’ergastolo che le leggi brasiliane escludono; neanche così l’affaire si sarà comunque esaurito, perché l’ultima parola in ogni caso spetterà al presidente Lula. Ed era stato il suo ministro della Giustizia Tarso Genro, esponente del suo stesso Partito dei Lavoratori (Pt), il più vociferante difensore dell’ex-esponente dei Proletari armati per il comunismo, fino a rischiare più volte con l’Italia l’incidente diplomatico.
Eppure, sarebbe probabilmente fuorviante indulgere nell’immagine che sembra prevalente nella stampa. Cioè, di uno stallo che va avanti da un paio d’anni per l’equilibrio statico tra forze uguali e opposte, di cui quella pro-Battisti sarebbe interna al Brasile: la lobby del Pt, di cui molti esponenti furono a loro volta coinvolti nella lotta armata al tempo del regime militare. A partire da quella Dilma Roussef che è ora la numero due dell’Amministrazione Lula, e che correrà per il Pt alle prossime presidenziali, in cui Lula non potrà più candidarsi. Mentre la spinta opposta sarebbe esterna, la pressione del governo italiano. Non che queste motivazioni non contino, ma in realtà la statica prevalente è esattamente contraria. Una spinta ancora più potente in chiave anti-Battisti viene infatti dall’interno: l’opinione pubblica brasiliana, che è esasperata da una criminalità sempre più feroce, e alla quale l’idea di dare asilo politico a un rapinatore di banche dà rabbia e malinconia, come hanno dimostrato puntualmente tutti i sondaggi che sono stati fatti sulla faccenda.
Al contrario, la più potente spinta in senso pro-Battisti è esterna: quella lobby francese cui anche Sarkozy è legato mani e piedi, attraverso le amicizie di sua moglie Carlà. Lo stesso Battisti ha d’altronde confessato più volte il ruolo dei servizi di Parigi per farlo arrivare in Sud America sano e salvo. E Sarkozy ha appena fatto a sua volta un viaggio in Brasile per stabilire con Lula un accordo di partnership in campo militare che contempla la fornitura di armi per ben 14 miliardi di dollari: nel pacchetto ci sono 36 cacciabombardieri, 4 sottomarini convenzionali, 50 elicotteri, un impianto che farà del Brasile il settimo Paese al mondo in grado di fabbricare sottomarini nucleari. È un know-how, soprattutto quello aeronavale, di cui il Brasile ritiene di avere un bisogno disperato, per difendere i nuovi immensi giacimenti di petrolio e gas off-shore da poco scoperti nell’Atlantico. Difficile pensare che i due presidenti nell’occasione non abbiano riparlato anche di Battisti.
