Caso Boffo. La sinistra, politica e cattolica, esulta ma “non finisce qui”

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Caso Boffo. La sinistra, politica e cattolica, esulta ma “non finisce qui”

13 Settembre 2009

Due schieramenti simmetrici, ora espliciti ora coperti,  hanno caratterizzato lo scontro nella stampa e nell’opinione  pubblica dopo l’attacco del Giornale a Dino Boffo (28 agosto), attacco portato in un teatro di polemiche e iniziative del Giornale stesso e di Libero. Tra i due fronti  un territorio “indipendente” di commenti e giudizi (politici ed ecclesiastici),  certo più provveduto, ma non sempre. Gli stessi interventi di Messori, nel loro maggior spessore, meriteranno un commento critico.

Quanto ai due fronti opposti, abbiamo da un lato lo schieramento dell’intelligencija, anzitutto sensibile alla denuncia di Repubblica e dell’Unità da parte degli avvocati di Berlusconi, ma abile nel situare subito la vicenda Boffo entro il mondo onirico della guerra antiberlusconiana e antigovernativa. A questo automatismo si sono conformate voci cattoliche del laicato militante e della politica, e qualche prelato. Per alcune di queste voci più che di catto-comunismo e cattocomunisti, formula desueta, bisognerebbe parlare di catto-manicheismo e cattomanichei.

Dall’altro lo schieramento della stampa e di alcuni ambienti del centro-destra, in formazione di attacco, un surge deciso a replicare colpo su colpo, ormai, alla lunga guerra aperta da Repubblica e dalla sinistra, e convinto delle ragioni dell’attacco di Feltri al direttore di Avvenire.

In ambedue gli schieramenti, per quanto differenziati al proprio interno, Dino Boffo è posto in serie, per gli uni come vittima per gli altri come aggressore, con La Repubblica e Debenedetti, con la famiglia Agnelli, con D’Alema, magari con Fini, insomma col composito pantheon degli “dèi che cadono e si fanno molto male”, come titolava il Giornale del 6 settembre scorso. 

Non sorprende, poiché è talmente comodo e conflittualmente efficace, come in ogni schema duale,  allineare Boffo o tra i bersagli (in Feltri) o tra i pretesti della deprecazione e della ritorsione mobilitante (nelle sinistre), insomma spingerlo nel magma della battaglia mediatica e pubblica, che a pochi sia parso utile ricordare che Boffo era altra cosa da un nemico per l’area di governo; quindi anche altro da un amico, in quanto nemico dei nemici, per l’opposizione.  

Quello che Boffo ha detto ad Alfonso Signorini di Chi, fatto salvo il suo diritto a dissentire poi sui tagli e sulle accentuazioni cui il giornalista avrebbe sottoposto le sue frasi (come avviene: un costante gioco e conflitto delle parti), esprime bene, anche tra le inesattezze di un testo relazionato, una profonda e arcinota verità: Dino Boffo e Avvenire non erano in nessun modo omologabili ai nemici del governo.

Una prima conclusione: Dino Boffo è stato vittima del cosiddetto "fuoco amico" ed è stato difeso da falsi amici. Per friendly fire si intende un atto involontario, dovuto ad un errore di individuazione nel corso di un conflitto a fuoco; se invece un tuo “amico” ti spara scientemente si parlerà di tradimento, di omicidio colposo.

Dunque si è cercata la distruzione di Dino Boffo (da parte di Feltri) perché lo si è preso per un nemico, nell’ansia di sparare a vista. Se ne è data (sull’altro fronte) una protezione poco convinta, anche in virtù di una lettura estrinseca dei fatti, e qualcuno vi ha esibito una propria metamorfosi in  “amico”, contingente e strumentale.

Un “errore”, quello che ha portato al friendly fire, con implicazioni pesanti quanto difficili da controllare, come cercherò di chiarire. Ma qui va cercato il senso della frase attribuita Boffo, non “minacciosa” ma facile prognosi: “La questione non finisce qui e avrà pesanti conseguenze anche sul fronte politico”.

Un errore, anzitutto. Basti pensare che Feltri ha ottenuto in un attimo il risultato che anni di circolazione intracattolica di un falso diffamatorio non erano riusciti ad ottenere. Ma sarebbe ancora poca cosa, se l’errore (l’autogol come diffusamente lo si definisca nello stesso centrodestra) non fosse stato compiuto senza rendersi conto o saper calcolare che si offrivano alle sinistre, politiche e cattoliche, ad un tempo: la fine di Boffo e della sua sapiente moderazione di Avvenire e di altri media; la sanzione di una (presunta) "fine dell’età ruiniana"; il pretesto per una ennesima campagna contro Berlusconi liberticida e contro il governo; l’occasione per tutta la sinistra di mostrarsi defensor ecclesiae, un vero regalo immeritato, e per i  laicati cattolici  critici, per gli scontenti della Chiesa “silenziosa e indulgente con premier e governo”, un motivo di alzare la voce e proclamare giunta la stagione della "chiesa della profezia". Quest’ultima, poi, consiste nella mobilitazione dei fedeli, da parte di influenti cleri parrocchiali  e organi di opinione ecclesiale, alla militanza contro la moderazione, e l’intelligenza, delle gerarchie e di Avvenire e, su tutti i fronti, contro il governo e il centrodestra (Fini escluso). 

2. Ma vi è qualcosa di più complesso e di maggior spessore. Ho usato con amici, e ripeto ora, una formula cruda che sintetizza il profilo politico dell’insulsa battaglia “moralizzatrice” di Feltri contro un “moralizzatore”: il distruttivo attacco a Dino Boffo è un “lavoro sporco” di sinistra fatto da destra, o fatto fare alla destra, a solo vantaggio della sinistra. 

In effetti l’Anonimo, ovvero il falso rapporto che appare a qualche commentatore “redatto [imitativamente  p.d.m] in puro stile-servizi”,  risulta da molti anni anticipato da lettere anonime equivalenti, inviate ai vescovi a più riprese. La comparsa di questa “letteratura”, e la sua funzione evidente, sono concomitanti col cambio di guardia nel governo  dell’Università Cattolica (il rettorato Ornaghi, di cui è in scadenza nel 2010 il secondo mandato), poi nell’Istituto Toniolo, che dell’Università è l’ente “fondatore e promotore”, quando in fasi successive la componente laicale cattolico-liberale, o cattolico-democratica, fu messa in minoranza.

Boffo stesso entrava nel Comitato permanente del Toniolo.  Qualcuno non ha mai perdonato all’allora Presidente della CEI questa profonda innovazione di uomini e indirizzi in quello che si definisce “Ateneo dei cattolici italiani”.  Da tale ostilità, non dai Sacri Palazzi immaginati à la Dan Brown, proviene il "coltello di Mackie Messer" di cui parla enfaticamente Repubblica. 

Anche se la stampa più accorta ha indicato la inequivocabile origine e valenza del documento, non senza  ritardo (la notizia più estesa sul retroterra milanese nel Corriere della Sera, del 6 settembre; ma notizie precedenti sul Nuovo Riformista e sul sito www.chiesa.espressonline.it di Sandro Magister), quell’origine, chiarificatrice di tutto ciò che politicamente rileva nella vicenda Boffo di queste settimane, sembra rimasta per l’opinione pubblica, forse anche per gli addetti, qualcosa di accessorio.

Se prendiamo invece sul serio l’odio (e i suoi strumenti) provocato dal rivoluzionamento degli equilibri in Cattolica, scopriamo che il Giornale, direi "messo in mezzo" (comunque non senza colpa),  ha sposato per procura e portato a esecuzione senza accorgersene la originaria e costante ratio anti-Ruini dei documenti diffamatori di Boffo. 

L’obiettivo errore (non voglio pensare ad un lavoro consapevole; sarebbe follia) diagnostico e strategico di Feltri e di alcuni ambienti conservatori anche cattolici, ha prodotto per ora il successo di uno spericolato uso di dicerie e sospetti da parte di quei diversi nemici (reali) di Boffo che oggi forse se ne dicono difensori ed estimatori. Il camuffamento dei fatti, e delle geometrie politiche, è tale che qualche ingenuo, nel mondo cattolico conservatore, ha fatto propria l’allucinazione feltriana di un "Boffo di sinistra" e ha pensato ad una liberazione di Avvenire!  Qualche avventatezza comunicativa ha fatto speculare, persino, su una Santa Sede come mandante. Eppure in questa nuova, e confusa, situazione la risposta al cui prodest? è inequivoca.

Lascio da parte la questione, sviscerata variamente e un po’ a casaccio, dei problemi di governo (interni e nel rapporto con la Santa Sede) della CEI. Col senno di poi ritengo che si sarebbe potuto difendere Boffo con mosse (non semplici, certo) che chiarissero subito l’assurda alleanza obiettiva di Feltri con un sottobosco ostile  alla linea pastorale ed ecclesiale-politica del Cardinale Ruini, oggi alla sua eredità; un sottobosco con cui i vescovi non hanno propriamente a che fare.  Si trattava, ma si tratta ancora, di spezzare i due  schieramenti artificiosi di cui ho parlato, facendo intendere chiaramente “a destra” che si stava facendo, e si rischia di continuare a fare, un lavoro sporco a pro di molti nemici, e alle “sinistre” cattoliche di essere compromesse, e in certi casi direttamente corresponsabili, proprio di ciò che stavano e stanno deprecando.

Il nodo critico Università Cattolica-Istituto Toniolo, e la sconcia ritorsione di qualche anonimo per la sconfitta della parte “cattolico-democratica” in Cattolica, era e resta la dimensione politica della cosa, non gli eventuali peccati e reati di Dino Boffo e qualche oscillazione di Avvenire. La volontà di non aggravare il disorientamento palese nel mondo cattolico ha certamente prevalso in CEI nella concitazione del dopo 28 agosto; purtroppo a danno del discernimento veridico di quanto stava accadendo, della sua portata non contingente e pubblica (altro che “vizi privati” di un singolo!), e senza poter inibire la eventualità di altri calcoli spericolati e suicidi da ogni parte.

3. Non vorrei ripetermi, ma le cose vanno considerate con respiro. Un patologico ipermoralismo da intelligencija invade da mesi, da anni, i quotidiani, i fogli di opinione e i siti della sinistra. Sappiamo che gran parte degli enunciati sono semplicemente falsi, non hanno riscontro né in documenti né in atti di governo delle istituzioni o delle persone sotto tiro. L’opinione pubblica antigovernativa, quella cattolica inclusa, vivono così di analogie infondate e illogiche: ad es. quelle allarmistiche e vaticinatòrie di nuovo razzismo e fascismo. La sregolata retorica anti-potere persino da penna ecclesiastica, comunque da un’intelligencija che chiamo neomanichea, è il peggio. Preda di luoghi comuni, lo sfogo incontrollato in bocca cattolica è, poi, corruptio pexima. Niente può convenirle meno dell’incontrollata patetizzazione delle cose. Infatti la lettura quotidiana della sfera pubblica è stata segnata nel “popolo di sinistra” da una discriminazione secondo il valore: esso ha di fronte a sé l’iniquità del Nemico, la sua sottoumanità, la sua violenza, realmente da odiare, non meno che da temere e da irridere.

La logica oppositiva di valore e disvalore dispiega tutta la sua consequenzialità e obbliga a creare nella sfera pubblica sempre nuove e più profonde discriminazioni, criminalizzazioni e svalorizzazioni, “fino all’annientamento di ogni vita indegna di esistere (lebensunwerten)” (Carl Schmitt). La conseguenza è che uomini e atti del centrodestra sono trasformati in inimici, nemici personali, non hostes pubblici e politici. Un precoce sviluppo perverso, entro l’equilibrio della politica occidentale, è che il privato del Sovrano diviene politico, contro la dottrina classica dei due corpi del Re. Così il privato è spiato non, realmente, per tutelare alcuno o alcunché, ma per colpire l’avversario pubblico e il suo potere legittimo, tradendo le regole della sfera politica. Andrebbe insegnato anche questo nelle scuole di giornalismo.

Un dualismo gnostico – a piena conferma del celebre teorema di Eric Voegelin –  ha dunque prodotto il mito di una presenza malvagia che ha contaminato il Paese o, semplice variante, che si è fatto espressione della sua contaminazione. L’intelligencija ha vissuto con angoscia la propria sconfitta nell’ultimo quindicennio politico come avvento di un universo alieno, sotto il dominio, sotto la Legge, di un demiurgo inferiore, cieco e malevolente. L’odio dell’intelligencija alla persona del premier è, dunque, odio ontologico. Anche Boffo era da anni un bersaglio, non “minore”, di questo odio, tradotto nelle forme e nei linguaggi del conflitto intracattolico.

Aver reso esecutivo da parte del Giornale ciò che nella prassi dell’intelligencija resta spesso un conato impotente di opposizione al Principe, su grande o piccola scala, è un tragico errore da non ripetere. Nell’abbondante letteratura sul friendly fire vi è un capitolo importante su come distinguere senza errore, sul teatro delle operazioni, l’amico dal nemico. Sarà opportuno adattare analogicamente quelle tecniche di identificazione alla sfera politica, sperando che (e operando perché) le numerose, e già leggibili, conseguenze dell’aggressione a Boffo possano essere neutralizzate o contrastate.