Che noia i due Merli, indignati speciali del giornalismo italiano
13 Dicembre 2014
di Redazione
Merlo uno, lo zio, campione d’indignazione nel giornale dell’indignazione. Merlo due, il nipote, promessa mancata del giornalismo italiano, giornalista un tantino prolisso di un giornale che fu corsaro e che divenne clandestino.
Sono i due Merli del giornalismo italiano. Uno di sinistra. L’altro di destra. Uno, lo zio. L’altro, il nipote. Francesco, lo zio, Merlo uno, scrive su Repubblica: quando c’è da indignarsi, la Direzione si rivolge a lui che un editorialino indignato lo scrive come un pizzaiolo fa una margherita take away. Salvatore, il nipote, Merlo due, scrive sul Foglio: scrive molto ed è letto poco. Non per colpa sua, per carità. E’ il suo giornale che si trova solo nelle mani di chi non lo compra e non lo paga (le mazzette mattutine dei quotidiani della classe dirigente) e di pochissimi volenterosi in Italia; sempre sull’orlo del collasso economico.
Invero, anche il nipote Merlo ci mette del suo: cinque aggettivi per un sostantivo, un miscuglio di perifrasi, ellissi, immagini e metafore, per rappresentare la più ovvia delle banalità. Avete presente quei pezzi che si leggono tutti d’un fiato? Ecco, il contrario. Lo zio e il nipote, stamani, hanno deciso di occuparsi dello stesso argomento. Lo zio Merlo per esprimere anche stavolta il suo inesausto bisogno d’indignarsi il più possibile. Il nipote Merlo, dalle colonne del foglietto, per sostenere l’ultima campagna di Ferrara. Oggetto: l’indagine del procuratore Pignatone e se sia corretta la impostazione accusatoria fondata sul reato di mafia.
Ecco l’esito: lo zio Merlo (prima pagina di Repubblica): "Chi ha paura di chiamarla mafia", questo il titolo. E poi: "Negare la mafia rimane tipico della mafia", fino a: "Nell’idea che questa non è mafia c’è anche, e forse soprattutto, l’autodifesa di un mondo (di mezzo?) che non vuole scoprirsi e accettarsi come complice". E giù una serie di citazioni: da don Calo’ Vizzini a Genco Russo a Carminati, da Pio dodicesimo a Giulio Andreotti, da Almirante alla Meloni e Salvini, da Gesù a Marx, passando per Evola, Guenon, il samurai di Mishima, senza risparmiare l’imprenditore detenuto Ajello e l’ex presidente della Regione Cuffaro, Serena Dandini, Calderone, Veltroni, Marino, Ciccio Franco da Reggio Calabria, oltre Santapaola da Catania e così, tanto per gradire, Giovanna Vitale, Maurizio Ferrara, Antonello Trombadori e Giancarlo Paietta, Adriano Ossicini e Matteo Messina Denaro. Lo giuriamo, andate a rileggerlo. Sono tutti citati nello stesso articolo. Tutti tasselli del mosaico dell’indignazione dello zio Merlo.
Andiamo ora al nipote Merlo: "Bel colpo Pignatone, ma questa di Roma proprio mafia non è", questo il titolo. L’intervista è a Salvatore Lupo, definito il più illustre storico della mafia. Funzionale a dimostrare la tesi del Merlino: Qui mafia non ce n’è, ladri sì, mafia no. Certo, si può dire che Merlino è solo uno dei tasti del pianoforte afono di Giulianone, ma la responsabilità giornalistica, si sa, è personale, come quella penale. E così, il nipote Merlo ci mette tanto del suo. Come il sublime: "Ma qui il professore sorride, abbassa la voce di un semitono". Già, lui che, da bambino, avrà fatto tanto solfeggio da riconoscere financo il semitono di un accademico. Per giungere a un commovente intercalare, tra un virgolettato e un altro: "E qui il professore acquista un accento entomologico". Perché il piccolo Merlo, da bambino, oltre a fare solfeggio, faceva tante gite allo zoo da riconoscere gli accenti di entomologia anche tra le parole di uno storico.
A questo punto, zio e nipote si meritano proprio una conclusione botanico-faunistica: che noia, due merli appollaiati sull’albero dell’indignazione, ma su due rami diversi. Una indignazione dolciastra e nauseante come l’arrogante supponenza di chi pretende sempre e comunque di dare giudizi. A questo è ridotto il giornalismo italiano.
