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Ciao, Mahmoud!

04 Aprile 2007

Nella foto pubblicata qui sotto si condensa un piccolo capolavoro di comunicazione. Mahmoud Ahmadinejad ha allestito un’allegra cerimonia per la liberazione dei 15 marinai inglesi rapiti lo scorso 23 marzo in acque irachene. Ha messo il hijab all’unica soldatessa, rivestito e pettinato gli altri soldati e li ha fotografati come una scolaresca in viaggio premio. Sono tutti con la mano alzata nel gesto di salutare e tutti rigorosamente sorridenti mentre si preparano a tornare a casa.
Ahmadinejad ha detto che la loro liberazione è stato “un regalo” all’Inghilterra per festeggiare la Pasqua e la nascita di Maometto e che i marinai sono “stati graziati”, sebbene colpevoli dello sconfinamento e quindi passibili di processo. Sono stati insomma “perdonati”.
Il presidente iraniano ha anche raccontato di aver ricevuto una lettera da Londra in cui il governo forniva assicurazione che fatti del genere non sarebbero più accaduti.
Ahmadinejad ha dato uno strattone alla corda tesa con l’Occidente e questa non si è spezzata. Anzi ne ha conquistato un buon tratto. Ha ottenuto quello che voleva e forse di più: ha rapito dei soldati inglesi senza subire conseguenze; ha umiliato Blair costringendolo a rasentare le scuse; ha dimostrato una volta di più al mondo arabo di essere in grado di tenere in pugno i suoi avversari e infine si è spacciato per un leader magnanimo e generoso, con i prigionieri che, pieni di gratitudine, lo salutano e lo festeggiano.
Londra poteva fare diversamente? Forse si. Forse poteva mettere un po’ meno remissività nella vicenda, poteva studiare qualche contromisura economica o politica, poteva indignarsi un poco di più. Certi precedenti non aiutano: danno piuttosto l’impressione che all’arroganza si risponde solo con la resa e che tutta la nostra forza, tutta la nostra tradizione, tutto il nostro orgoglio non siano altro che polverosi soprammobili buoni per i musei.
La foto che vedete qui sotto non è solo una foto è il bollettino di una sconfitta.

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