Condannato Google, “Violò la privacy per profitto”. La società: “Ricorreremo”
12 Aprile 2010
di Redazione
Google conferma che ricorrerà in appello contro la sentenza del tribunale di Milano che ha condannato tre tra dipendenti ed ex dipendenti del motore di ricerca, per violazione della privacy in merito alla pubblicazione di un video in cui veniva vessato un ragazzo disabile.
"Stiamo leggendo le 111 pagine del documento di motivazioni del giudice, tuttavia, come abbiamo detto nel momento in cui la sentenza è stata annunciata, questa condanna attacca i principi stessi su cui si basa Internet", si legge in una nota della società, che sottolinea che "se questi principi non venissero rispettati, il Web così come lo conosciamo cesserebbe di esistere e sparirebbero molti dei benefici economici, sociali, politici e tecnologiche che porta con sé. Si tratta di importanti questioni di principio ed è per questo che noi e i nostri dipendenti faremo appello contro questa decisione".
Nelle motivazioni della sentenza emessa lo scorso 24 febbraio, il giudice di Milano Oscar Magi spiega che i tre dirigenti di Google sono stati condannati per violazione della privacy, in relazione a un video caricato in Rete di un minore disabile vessato e picchiato, perché, tra le altre cose, la loro responsabilità dolosa è stata riconosciuta nel "fine di profitto" e dell’"interesse economico".
Per accertare l’illecito trattamento di dati personali e sensibili (reato per cui sono stati condannati gli imputati), infatti, serve, come chiarisce il giudice, "il fine di profitto, richiesto dalla norma specificamente per la sussistenza del dolo". E nel caso concreto, prosegue il magistrato, tale fine "era, evidentemente, ricollegabile alla interazione commerciale ed operativa esistente tra Google Italy e Google Video". Google Italy, si legge ancora, "trattava i dati contenuti nei video caricati sulla piattaforma di Google Video e ne era quindi responsabile".
Il giudice parla di "chiara accettazione consapevole del rischio" da parte degli imputati, "di inserimento e divulgazione di dati, anche e soprattutto sensibili", come quelli del video in questione, "che avrebbero dovuto essere oggetto di particolare tutela". In parole semplici, chiarisce Magi, "non è la scritta sul muro che costituisce reato per il proprietario del muro, ma il suo sfruttamento commerciale può esserlo".
Tra le altre cose, il giudice afferma che anche su Internet devono rispettarsi le leggi: "Non esiste la sconfinata prateria di Internet dove tutto è permesso e niente può essere vietato pena la scomunica mondiale del popolo del web. Esistono invece leggi che codificano comportamenti che creano degli obblighi che ove non rispettati conducono al riconoscimento di una penale responsabilità".
La condanna a sei mesi, con pena sospesa, riguarda David Carl Drummond, senior vice president di Google e all’epoca dei fatti presidente del cda di Google Italia, George De Los Reyes, uscito dalla società nel frattempo e nel 2006 membro del cda di Google Italia, e Peter Fletitcher, global privacy council di Google. Il 24 gennaio è stato invece completamente assolto Arvind Desikan, product marketing manager di Google Video per l’Europa, accusato solo di diffamazione.
