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Considerazioni (amare) di un ex ministro ex comunista sulla cultura

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“Anche le riforme liberali che per la prima volta abbiamo avviato in Italia nel campo della cultura sono destinate a essere sommerse da un coro che tutto riduce nuovamente a un puro problema di risorse. Questo in fondo, il non avere accompagnato nei limiti del possibile le riforme in un campo cruciale come quello della cultura, è la sottovalutazione più grave che non posso non addebitare al ministro Tremonti”. Sandro Bondi sceglie a chiusura del suo ultimo libro La cultura è libertà (in libreria dal 5 maggio per la collana Frecce dei tipi Mondadori, € 18) di rendere nota la lettera con cui lo scorso 23 marzo, nel presentare in consiglio dei ministri il decreto con cui attraverso un aumento di 0,9 centesimi dell’accisa sui carburanti reintegrava le risorse del ministero per i beni culturali, si dimetteva dal governo. Il passaggio citato rende manifesto il disagio da lui patito nel corso della triennale esperienza a capo di un dicastero senza dubbio difficile, soprattutto per un esponente di centro destra proveniente per di più da una lunga militanza nelle fila del partito comunista italiano.

La sua è stata la sorte di un apostata che ha ben compreso per averli conosciuti e praticati i meccanismi dell’egemonia culturale di quella compagine politica e che, una volta al governo, ha cercato di introdurre una nuova visione liberale, andando contemporaneamente a scontrarsi sia con gli antichi compagni di credo sia con alcuni degli esponenti di maggior rilievo dell’alleanza di cui ora fa parte.

Un percorso sofferto e doloroso, che traspare con evidenza nelle 168 pagine del volume articolato in tre sezioni: una ricca ed analitica pars destruens, in cui si ripercorre lo stretto vincolo esistente in Italia tra la teoria comunista, a partire da Marx fino alla definizione compiuta di Gramsci per poi arrivare alla piena applicazione da parte di Togliatti, e gli intellettuali e più in generale il mondo della cultura, visto come grimardello per la conquista del potere; un intermezzo dedicato all’irruzione di Silvio Berlusconi sulla scena politica con il conseguente smascheramento dell’ideologia sottesa alla pratica dell’egemonia culturale; infine una coincisa ma ficcante pars costruens, in cui si percepisce nei secchi interrogativi e nelle risposte scolpite come pietre l’asprezza di una riflessione condotta forse troppo a ridosso di fatti che hanno lasciato il segno, sia a livello politico che personale.

Per condurre una rivoluzione copernicana delle politiche per la cultura – abbandonando così il termine di politica culturale cui ancora gran parte dell’intellighenzja nostrana è intimamente legata – Bondi invita a proseguire sul percorso da lui intrapreso, nel quale la promozione e la democratizzazione della cultura deve essere preminente rispetto alla tutela del patrimonio culturale.

L’introduzione della direzione generale per la valorizzazione, affidata a un manager che niente ha a che vedere con il mondo della cultura come Mario Resca, mira proprio a questo: avvicinare il più possibile i cittadini, tutti e non solo le élite, a godere maggiormente dei musei, delle aree archeologiche, dei monumenti che ci circondano, ad andare di più a teatro e all’opera, di accedere più facilmente a un certo cinema di ricerca.

Insomma, violare i confini del tempio in cui fin ora ha avuto accesso solo una ristretta cerchia del tutto autoreferenziale e prevalentemente soggetta all’influenza egemonica della sinistra per rendere, secondo Bondi, la cultura più democratica. Solo questo può essere il compito di un ministero della cultura in Italia, che altrimenti, secondo Bondi, andrebbe abolito, riportando le competenze in materia di tutela e gestione del patrimonio culturale alla Pubblica Istruzione, che potrebbe tra l’altro creare un circuito virtuoso tra beni artistici e scuola per una maggiore promozione della cultura, e restituendo le competenze in materia di cinema e spettacolo alla Presidenza del Consiglio.

Parole drastiche e risolute, soluzioni draconiane inaspettate da chi ha coltivato l’arte della mediazione con un’impronta spiccatamente incline alla moderazione. Segno evidente che è stato superato un limite, atto che Bondi identifica con la mozione di sfiducia personale nei suoi confronti e che lo ha indotto a un profondo mutamento personale e politico ancora non pienamente disvelato, ma che è possibile intravedere con chiarezza in questo testo.

 

 

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3 COMMENTS

  1. Tasse e cultura
    Scusate, ma aumentare le tasse sul combustibile, per finanziare l’arte(in una situazione di crescita asfittica come la nostra, poi), non mi sembrava un’idea molto liberale. Liberalizzare vuol dire privatizzare: le opere d’arte, e le grandi collezioni, esistono in gran parte grazie all’iniziativa privata. (Tate era un droghiere, che ha fatto i soldi perche’ deteneva un brevetto per fare i cubetti di zucchero. Nessuno lo sa, ma tutti hanno sentito nominare la Tate Gallery). Bondi ha ragione su un punto: il Ministero va abolito. Diamo la gestione del patrimonio culturale, (che e’ l’unica cosa veramente unica che abbiamo) ai privati, (si’, a scopo di LUCRO) e i capitali affluiranno come uno tsunami. I cinematografari, poi, i soldi se li devono trovare sul mercato. Come fanno gli americani, che guardacaso sono quelli che hanno la migliore industria cinematografica e televisiva del mondo. Grazie. L.

  2. Francamente della mozione me
    Francamente della mozione me ne sarei strafregato,visto da chi veniva.Ed averle dato questa importanza “umana”, denota una ancora esistente sudditanza alla sinistra,strana proprio in Bondi.Diverso invece il discorso interno alla maggioranza.Sembra che del liberismo ’94 sia rimasto ben poco.E,al di là delle chiacchiere,niente si fa per scalfire quella egemonia,non meritata,ma ormai conquistata e dalla quale sarà durissimo liberarsi,anche avendone la volontà,figuriamoci se questa volontà non c’è.

  3. Bondi: questo sì che è un argomento degno di nota
    Alcuni politici del PdL:
    Bondi ex comunista, privo di qualsiasi motivazione ideale che non sia quello di celebrare Berlusconi. Ma in compenso pratica l’arte della moderazione!
    Polverini ex sindacalista ugl: ideologia fasciocomunista, tipica sindacalista che avrebbe figurato benissimo in rifondazione comunista.
    Alemanno ex destra sociale: ideologia fasciocomunista, particolarmente versato in attività clientelari e nella collocazione di amici, parenti e nipoti nelle municipalizzate.
    C’è da sorprendersi che sia stata partorita una manovra del genere all’insegna di un comunismo strisciante e all’insegna dei favori ai faccendieri del sindacato ?
    Bondi avrebbe “coltivato l’arte della mediazione con un’impronta spiccatamente incline alla moderazione”?
    Sono davvero impressionato.
    Come ex elettore PdL incazzato nero per questo vero e proprio tradimento, me ne frega assai dell’arte moderatrice di Bondi.
    Ma credete che ci sia ancora qualcuno a cui interessa Bondi e le sue lamentazioni?

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