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Laicismo e laicità

Considerazioni che vanno oltre il dibattito sul crocifisso sì/crocifisso no

“L’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche comporta la violazione del dovere dello Stato di rispettare la neutralità nell'esercizio del servizio pubblico, in particolare nel campo dell'istruzione, violando il diritto dei genitori di educare i loro figli secondo le loro convinzioni e il diritto degli scolari di credere o non credere”.

Con queste conclusioni la Corte Europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, all’unanimità dei giudici componenti, nella decisione n. 30814/06, del 3 novembre 2009, ha condannato lo Stato Italiano per la violazione dell’art. 2, del protocollo n. 1, rivisto nel combinato disposto con l’art. 9, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

Questa sentenza ha riaperto un’annosa querelle sulla presenza del crocifisso nelle aule scolastiche che sembrava avesse trovato una soluzione nella pronuncia della VI Sezione del Consiglio di Stato, con la decisione n. 556 del 13 febbraio 2006.

Nelle diciannove pagine della sentenza n. 556, il Consiglio di Stato afferma che il crocifisso deve restare nelle aule scolastiche non perché sia una “suppellettile” o un “oggetto di culto”, ma perché “è un simbolo idoneo ad esprimere l’elevato fondamento dei valori civili” (tolleranza, rispetto reciproco, valorizzazione della persona, affermazione dei suoi diritti, etc…) che hanno un’origine religiosa, ma “che sono poi i valori che delineano la laicità nell’attuale ordinamento dello Stato”.

La lunga ed articolata sentenza si sofferma anche sul concetto di laicità, specificando come “la laicità, benché presupponga e richieda ovunque la distinzione tra la dimensione temporale e la dimensione spirituale e fra gli ordini e le società cui tali dimensioni sono proprie, non si realizza in termini costanti e uniformi nei diversi Paesi, ma, pur all’interno della medesima civiltà, è relativa alla specifica organizzazione istituzionale di ciascuno Stato, e quindi essenzialmente storica, legata com’è al divenire di questa organizzazione”. In sostanza per Palazzo Spada il concetto di laicità italiano è differente da quello britannico o da quello francese, e così via.

Quindi le argomentazioni della sentenza si rivolgono a cercare in concreto e più semplicemente a verificare se l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche sia lesiva dei contenuti delle norme fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, che danno forma e sostanza al principio di laicità che connota oggi lo Stato italiano, ed al quale più volte ha fatto riferimento la Corte Costituzionale.

Si legge infatti: “E’ evidente che il crocifisso è esso stesso un simbolo che può assumere diversi significati e servire per intenti diversi; innanzitutto per il luogo in cui è posto”. Infatti se si trova in un luogo di culto il crocifisso è propriamente ed esclusivamente un simbolo religioso, mentre invece, prosegue la sentenza: “…in una sede non religiosa, come la scuola, destinata all’educazione dei giovani, il crocifisso potrà ancora rivestire per i credenti i suoi accennati valori religiosi, ma per credenti e non credenti la sua esposizione sarà giustificata ed assumerà un significato non discriminatorio sotto il profilo religioso, se esso è in grado di rappresentare e di richiamare in forma sintetica immediatamente percepibile e intuibile (al pari di ogni simbolo), valori civilmente rilevanti”.

Il Consiglio di Stato intende espressamente riferirsi a quei valori che stanno alla base ed ispirano il nostro intero ordinamento costituzionale, ovvero il fondamento del nostro convivere civile, “… ed in tal senso il crocifisso – prosegue la sentenza – potrà svolgere, anche in un orizzonte laico, diverso da quello religioso che gli è proprio, una funzione simbolica, altamente educativa, a prescindere dalla religione professata dagli alunni”.

Al di là di questo aspetto meramente tecnico-giuridico che è bene conoscere, tale vicenda ha riaperto un annoso dibattito sulla figura e sul significato di questo “simbolo” sicuramente presente nei luoghi pubblici all’interno del nostro paese, ma anche molto “ignorato” alcune volte classificato come semplice arredo la cui presenza sembrava poco o per niente avvertita dalla moltitudine di persone che frequentano le scuole, tanto per restare in tema, gli uffici pubblici o i luoghi cd. “laici”.

È proprio sulle parole “laico/laicità” e “crocifisso” che sembravano far parte del nostro bagaglio culturale, che ci ritroviamo ad interrogarci. Il termine “laico” viene dal greco “laos”che significa popolo scelto, differente dal significato della parola “demos” che vuol dire “popolo” nell’accezione più generica.

Questo termine nell’antichità, indicava spesso il ceto sacerdotale, lo troviamo infatti alla radice del termine “liturgia”, che vuol dire azione popolare o pubblica di culto. Ciò premesso, oggi il termine laico e laicità ha subito un’inversione di significato: è passato ad indicare la sfera non religiosa, una sorta di limbo neutrale, nella quale il cittadino dovrebbe muoversi. Tale distorsione è un esempio di quel fenomeno che Romano Guardini ne “La fine dell’epoca moderna”, opera del 1950, descrive come la separazione dei frutti che Cristo aveva portato, dalla loro origine cioè Cristo stesso. Il dato è che questa separazione è stata avallata all’interno di certa teologia cristiana, sintetizzata nell’espressione dualista Gesù della storia e Gesù della fede, quasi fossero due persone differenti: il primo sarebbe quello realmente esistito, il secondo la creazione degli apostoli e della chiesa delle origini.

Romano Guardini sosteneva appunto che l’illuminismo negando la Rivelazione cristiana, si era però appropriato dei suoi frutti, dando vita ad una sorta di “religione laica”, con un suo dio, la dea Ragione e i suoi principi come l’uguaglianza, la libertà e la fraternità che, estrapolati dalla complessità della morale cattolica ed assolutizzati, sono diventati quasi un Moloch a cui immolare le numerose teste tagliate dalla ghigliottina.

Guardini ha intravisto la fine di tale appropriazione “sleale”. Ha avuto ragione, perché è da meno di dieci anni che nel laicismo – potremmo sintetizzare in questo termine il fenomeno appena descritto – grazie a Habermas che ha iniziato a parlare di laicità ragionevole, si è aperto un varco all’indagine sull’origine dei cd. valori: in questo si è introdotto Ratzinger affermando che la celebre frase di Grozio “et si Deus non daretur”, capovolta in “et si Deus daretur”, potrebbe costituire un principio importante per i laici ragionevoli come per i credenti, ossia per tutti coloro che si pongono seriamente la questione etica, vivere cioè come se Dio esistesse.

Il confronto con la dimensione religiosa anche da parte dei laici non credenti, ha inaugurato il vero dialogo tra credenti e non credenti, quello che non si ferma agli epifenomeni dei valori ma scruta l’origine. È di questa visione filosofica che manca purtroppo da un lato la giurisprudenza di Strasburgo ed anche, ci si consenta, l’apologetica nostrana pro crocifisso su cui ci soffermeremo tra poco.

La pronuncia della Corte di Strasburgo è l’esempio lampante di come oggi le minoranze siano maggiormente tutelate a discapito, il più delle volte, delle maggioranze e delle loro culture, dei loro usi e costumi. Questa annotazione non mira certo a riconoscimenti ma è solo un invito a riflettere su “una certa ideologia che non rinuncia a fare capolino nelle circostanze più delicate della vita continentale, quella di un laicismo per cui la neutralità coinciderebbe con l’assenza di valori, mentre la religione sarebbe necessariamente di parte”(prolusione del Cardinale Angelo Bagnasco all’Assemblea della Cei, Assisi 09.11.2009 n. 7).

Il Santo Padre aveva al riguardo manifestato le sue perplessità nel Discorso al nuovo Capo delegazione della Commissione Comunità Europea 19 ottobre 2009 con la frase: <<L’Europa non permetta che il suo modello di civiltà si sfaldi>> insieme ad un interrogativo : << Cosa potrà accadere se, nell’ansia di un secolarizzazione radicale finisse per separarsi dalle radici che le danno vita?>>.

Tali interrogativi non possono che trovare una soluzione tanto condivisibile quanto lungimirante nel Discorso al Corpo diplomatico tenuto in data 27 settembre a Praga da Papa Benedetto XVI ove si legge: << Le nostre società non diventeranno più ragionevoli o tolleranti ma saranno piuttosto fragili o meno inclusive, e dovranno faticare sempre più per riconoscere quello che è vero, nobile e buono>>.

Il bisogno di questo riconoscimento ci chiede di ritornare sulla riflessione precedente, quella relativa alla necessità di non fermarsi agli epifenomeni, ovvero alla negazione o alla affermazione del crocifisso. La ragione infatti per cui la Corte di Strasburgo nega che tale simbolo sia legittimo è speculare a quella per cui la società civile italiana invece lo ritiene del tutto appropriato: la prima lo nega in quanto non vuole riconoscere la radice dei valori che pure postula necessari da regolamentare giuridicamente affinché la convivenza non diventi una giungla; la seconda lo afferma proprio come simbolo sintetico della fonte stessa dei valori: senza giri di parole, Dio. Dunque a nostro avviso il dibattito è su questa causa, origine, radice, fonte, la si chiami come si vuole, che deve soffermarsi, per superare decisamente le secche di una mera diatriba crocifisso si o crocifisso no.

Proprio la stagione del dialogo tra credenti e non, inaugurata dal confronto tra Habermas e Ratzinger in Germania, Pera - Ratzinger in Italia, Sarkoszy – Ratzinger diventato intanto Benedetto XVI, sta ad attestare che è urgente riscoprire che la dignità dell’uomo viene prima dei suoi comportamenti morali e che essa ha origine nel trascendente. Senza questo sguardo non si capisce perché debbano esistere dei principi non negoziabili su cui basare solidamente una civiltà.

Siamo consapevoli di essere solo all’inizio di questo percorso e della necessità di incoraggiare il sorgere di quelle che Ratzinger ha chiamato “minoranze creative”. Ci piace identificare tra queste l’opera della Fondazione Magna Carta.  

  

 

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3 COMMENTS

  1. PAROLE IN LIBERTA’ DEI PREPOTENTI CATTOLICI
    Parole in libertà dei prepotenti cattolcii di casa nostra. Inutile sfoggio di culturame condito con riferimenti accademici mal digeriti.. la sostanza è che chi non è cattolico ha il diritto di non vedere quel simbolo che incombe.. e poi dal lato culturale io capirei che una certa scuola o un certo luogo pubblico dove è esposto un crocifisso di grande valore artistico rifiutasse la rimozione in quel caso sì per motivi culturali, ma vedere quei pezzi di plastica e legno rimediati alle bancerelle con lo steso valore artistico di un santino di padre Pio è anche kitsch, di cattivo gusto.. è l’idolatria mai sopita del cristianesimo che ha sostituito con il culto dei santi quello dei lari e dei Penai, è l’adattamento ormai decadente di un monoteismo in declino a tutte le mode consumistiche del momento.. meglio ebrei e persino gli silamici da questo punto di vista

  2. Buono. Da leggere e citare
    Buono. Da leggere e citare pure la sentenza del TAR Veneto(n° 1110/2005) per la sua completezza. Nulla è stato scritto finora, o almeno io non sono riuscito a leggere da nessuna parte, a proposito del giudice italiano componente il collegio giudicante (composto da 7 giudici)della Corte;il quale ha partecipato al voto unanime su una sentenza che per la sua brevità e le semplificazioni adottate: sconcerta più che convincere.

  3. Simboli culturali
    Con tutto il rispetto per le argomentazioni degli autori di questo interessante articolo, mi pare evidente che la pronuncia della VI Sezione del Consiglio di Stato, con la decisione n. 556 del 13 febbraio 2006, si incarica, una volta di più, di legittimare l’assetto confessionale del nostro ordinamento.
    Affermando, nei fatti e negli atti come ha fatto Palazzo Spada, che il concetto di laicità italiano è differente da quello britannico o da quello francese, si assimilano i laici italiani agli eunuchi settecenteschi ed al loro bel canto.
    Anche la tiritera sul crocefisso come simbolo ad assetto variabile, in funzione del luogo in cui è appeso, è il tipico ragionamento barocco di coloro che si compiacciono d’essere candidi come colombe ma astuti come serpenti (ossimoro); ovvero sono dei serpenti albini.
    Anche l’aquila è un simbolo di libertà e di bellezza, ma senza Norimberga ci saremmo abituati ad estendere il concetto di libertà e di bellezza proprio dell’aquila anche al trespolo sul quale era posata.

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