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Chi ne esce sconfitta è sempre la politica...

Conte blindato, Renzi sputtanato e centrodestra sfigurato: il disastro del “torneo Robespierre”

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Esaurita una lettura più immediata degli eventi – con buona pace di chi pensava che il senatore di Rignano fosse diventato un novello Cesare Beccaria -, il day after della discussione in Senato sulle mozioni di sfiducia al ministro Bonafede ci consegna un quadro profondamente mutato. Con conseguenze che, come spesso accade quando si pensa di poter ridurre la politica a tatticismo esasperato, vanno nella direzione diametralmente opposta a quella che molti degli attori in campo si erano prefigurati.

Per chiudere il capitolo Renzi, basterà dire che il suo tentativo di dimostrarsi il vero padrone delle sorti del governo ha prodotto l’effetto contrario. Certo, nella votazione sulla mozione Bonino i voti di “Italia Viva” sono stati determinanti affinché il testo fosse respinto. Ma, archiviata la fase della cronaca, ciò che resterà è un ulteriore logoramento dell’immagine dell’ex bambino prodigio.

Eh sì, perché se per mesi ti atteggi a paladino del diritto, ad alfiere della prescrizione, se un giorno sì e l’altro pure fai scrivere ai tuoi retroscenisti di fiducia che Conte è un quaquaraquà e che stai brigando per sostituirlo, se alla vigilia del voto su un Guardasigilli che platealmente aborri spedisci la Boschi a Palazzo Chigi ad alzare la posta, qualche contropartita la porti pure a casa, ma al prezzo di una definitiva perdita di credibilità.

L’ex premier pensa adesso di aver dimostrato di detenere la golden share. E invece ancora una volta è riuscito a dimostrare sulla sua persona che le volpi prima o poi finiscono in pellicceria. Se avesse osato, se fosse stato conseguente, se avesse consentito che con i voti di “Italia Viva” la mozione Bonino passasse, l’avvocato del popolo sarebbe inevitabilmente salito al Colle, il Capo dello Stato lo avrebbe rinviato alle Camere, e il Matteo di Rignano sarebbe diventato davvero il padrone delle ferriere e di un governo del quale avrebbe potuto pretendere un cambio di struttura e di programma.

Perché tanto – lui lo sa bene – a votare, con un referendum sul taglio dei parlamentari già convocato e tuttora pendente, non si può andare in ogni caso.
Insomma, un’altra occasione persa, l’ennesimo biglietto della lotteria stracciato e buttato come coriandoli al vento, e un altro gradino percorso verso l’irrilevanza dal momento che i primi segnali lasciano presagire l’intenzione del premier, fin qui tetragono a ogni richiesta di coinvolgimento, di aprire all’opposizione per sterilizzare il più possibile il peso dei renzian-boschiani.

Il centrodestra, dal canto suo, ha dimostrato di non passarsela tanto meglio. Al netto della visione ideale sottesa a questa scelta, fra i tre partiti principali solo Fratelli d’Italia ha avuto l’intelligenza di capire che le due mozioni di sfiducia, una (quella della Bonino) iper-garantista, l’altra (quella Lega-FdI-FI) improntata sulle dichiarazioni del pm Di Matteo, non potevano stare insieme. Difatti la pattuglia senatoriale di Giorgia Meloni si è astenuta sulla prima e ha votato la seconda. La Lega, che sovente commette l’errore di approfondire poco e non andare per il sottile pensando che ciò che conta sia il messaggio immediato in formato tweet, le ha votate entrambe. E lo stesso ha dato indicazione di fare Forza Italia, che si è posta nella situazione più surreale: pensare di conquistarsi l’invito al futuro gran galà della coalizione sposando posizioni diametralmente opposte a quelle da sempre propugnate e addirittura andando a ricasco di un pubblico ministero che considera la storia di Berlusconi e la genesi del partito una sorta di “romanzo criminale”.

Insomma, in un’aula parlamentare – che non è l’Arena di Giletti – è andato in scena un “torneo Robespierre” nel quale, come acutamente fatto notare da qualche intervento, si è fatto a gara a chi fosse più giustizialista. E il risultato plastico è che il centrodestra tradizionale è apparso totalmente egemonizzato da questa posizione.

Ai pochi che proprio non ce la facevano a cristallizzare per mere esigenze di tattica il pericoloso precedente per cui un pm può sindacare le scelte dell’esecutivo, epperò erano in forti ambasce di fronte all’idea di far mancare il proprio voto sulla sfiducia a un pessimo ministro e di fatto a un pessimo governo, ha offerto un’ottima via d’uscita la mozione di Emma Bonino. Ed è significativo che, oltre ai tre senatori ascrivibili alla pattuglia totiana di “Cambiamo”, altri tre forzisti abbiano scelto di votare il solo testo garantista, senza partecipare all’ordalia giustizialista. Insomma, oltre il 10 per cento dei senatori formalmente iscritti al gruppo berlusconiano non hanno seguito l’indicazione di votare contro la propria storia.

Conte, dal canto suo, dalla vicenda esce rafforzato. Il centrodestra da una parte, Renzi dall’altra, sono riusciti a blindare quello che probabilmente è il governo peggiore della storia della Repubblica nel momento peggiore per l’Italia. Complimenti vivissimi.

Cosa comporterà tutto questo nel medio periodo avremo modo di scoprirlo presto. A quanto pare, infatti, si va verso una grande tornata elettorale che il 13 e 14 settembre vedrà celebrarsi insieme le amministrative, sei consultazioni regionali e il referendum confermativo sulla riduzione dei parlamentari. Un po’ per accontentare i governatori, che scalpitano per sfruttare elettoralmente l’abbrivio di una gestione “maschia” dell’emergenza coronavirus. Un po’ perché i virologi di regime, che si sono fin qui dimostrati incapaci di prevedere cosa sarebbe accaduto nel giro di tre giorni, già paventano una seconda ondata epidemica per ottobre, e in tal modo si pensa di giocare d’anticipo.

C’è anche un’altra lettura possibile. In Francia, dove hanno gestito le cose un po’ meglio di noi, più che il giorno del voto – affrontabile con i dovuti protocolli – temono che ad agevolare la circolazione del virus possano essere le campagne elettorali. E forse il nostro esecutivo pensa di risolvere il problema facendo in modo che il periodo di propaganda coincida con il mese d’agosto, dunque azzerandolo. Un’altra follia. Anche perché le elezioni regionali, con le preferenze e territori ampi da coprire, sono quelle che più di ogni altra incentivano la promiscuità. Certamente la democrazia non si può sospendere ad libitum, ma la democrazia dell’ombrellone potrebbero pure risparmiarcela.

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