Contro i golpisti il Pdl deve giocare una partita politica fatta di idee e principi
31 Gennaio 2011
E’ venuto il momento per la maggioranza di centrodestra di prendere atto che la crisi istituzionale è irreversibile. Il conflitto tra i poteri dello Stato e all’interno degli stessi non è sanabile nelle attuali circostanze. Quando le più alte cariche della Repubblica entrano in rotta di collisione, vuol dire che qualcosa si è irrimediabilmente spezzato. Occorre, dunque, azzerare la situazione nel solo modo democraticamente possibile: le elezioni immediate.
Non possono esservi subordinate a questa soluzione, a meno di una generale tregua, che francamente mi sembra fantascientifico il solo ipotizzarlo, tra le forze politiche e le istituzioni statuali. Naturalmente se tutti recuperassero le loro naturali dimensioni, forse si potrebbe tentare la strada della ricomposizione delle fratture verificatesi. Purtroppo l’avvitamento del sistema politico-costituzionale lascia intendere che si stia correndo velocemente verso il baratro.
Ed allora, a che serve tenere in piedi un governo che non può governare e non è in grado di fronteggiare frange della magistratura che usano i potenti strumenti di cui dispongono come arma di delegittimazione totale del capo dell’esecutivo e perfino del potere legislativo? Inutile aggiungere che l’attivismo dei media, soprattutto televisivi, in questo scontro risulta decisivo al fine di far risaltare la debolezza della politica. Insomma, non si esce dal tunnel immaginando che l’ingorgo termini soltanto con gli appelli alla buona volontà e che le ostruzioni vengano rimosse da chi ha dimostrato di avere tutto l’interesse a disseminare il cammino della legislatura di macigni con l’intento di farla naufragare o, quanto meno, di far cadere chi aveva vinto le elezioni. Perciò se la speranza è quella che ognuno dei protagonisti della crisi faccia un passo indietro, rassegniamoci all’asfissia fino al tracollo, i cui esiti nessuno per ora è in grado di prevedere: il "miracolo", insomma, non si verificherà.
Anzi, il tentativo di innescare una rivolta moralistico-giacobina, che soltanto pochi giorni fa sembrava irreale, con l’affastellarsi delle “rivelazioni” scandalistiche sulle ragioni della politica, confondendo tutto, renderà più difficile governare, legiferare e svolgere con la necessaria serenità le funzioni giurisdizionali da parte di magistrati. Uno scenario da golpe, si potrebbe dire.
Al momento al Cavaliere non resta, comunque, che la soddisfazione di vedere i suoi nemici impaludati nell’infruttuosa ricerca del suo clone nello stesso centrodestra con cui sostituirlo e, insieme, la sorprendente tenuta della maggioranza parlamentare nonostante ci sia chi dietro le quinte si domandi quanto potrà resistere l’argine all’ondata di piena che s’annuncia particolarmente furiosa.
Per quanto i sondaggi indichino che gli elettori di centrodestra non hanno abbandonato Berlusconi, dimostrando che del bunga bunga non gliene frega niente e sono piuttosto interessati alla stabilità ed alla governabilità, s’affaccia la sensazione che qualcosa si stia disfacendo, pur consapevoli che, per quanto precaria sia la situazione economica e sociale, qualche risultato si Ä— pur visto, mentre la signora Marcegaglia era distratta e gli altri (terzopolisti compresi) sbavavano dietro le imperdibili “rivelazioni”, neppure un tantino hot, di signorine che talvolta hanno allietato le serate del premier.
Sarebbe sufficiente questo quadretto perché il centrodestra si reputasse moderatamente soddisfatto soprattutto per la tenuta della coalizione sulla quale nessuno era disposto a scommettere un centesimo quando l’offensiva giudiziario-mediatica si è manifestata. Eppure è troppo poco a fronte del precipitare del conflitto che nessun ottimista può minimizzare. Il fronte berlusconiano, infatti, anche davanti alla prospettiva elettorale evocata, appare fin troppo arroccato sulla difensiva. La sua reazione risulta piuttosto debole, svogliata. Le stesse uscite del premier non sempre depongono a suo favore poiché innescano contraccolpi che non è facile reggere. E tanto nei militanti quanto nei parlamentari e nei vertici del Pdl non si avverte lo slancio necessario affinché gli accusati di aver depresso e svergognato il Paese diventino accusatori degli inebetiti sepolcri imbiancati, collezionisti di amplessi (reali o immaginari) altrui, nonché vecchi “nuovisti” che nello spazio di un mattino hanno visto balenare la loro rinascita grazie alle toghe calate come corvi su una villa brianzola per intercettare tutti coloro che ne varcavano il cancello.
Insomma, fermo restando che alle elezioni non c’è scampo se non avvengono fatti nuovi che non si scorgono, credo che, indipendentemente da tutto, sia venuto il tempo che le sacche politiche del centrodestra tornino a riempirsi di quel pathos della lontananza dalle miserie dei mendicanti in attesa della grande disfatta, e si facciano riconoscere per quel che sono: uomini e donne che in diciassette anni non si sono piegati alle torbide logiche consociative ed hanno tenuto fede ad una concezione bipolare della politica quale unico antidoto alle pratiche corruttrici partitocratiche: l’osceno kamasutra che ha avvilito la democrazia italiana per decenni.
Da questa convinzione, dunque, il centrodestra, perdute le scorie che in questa legislatura ne hanno frenato lo slancio riformista (soprattutto sulla giustizia) deve riprendere l’iniziativa politica prescindendo dai tentativi di delegittimazione che certo non si fermeranno neppure dopo l’esaurimento della spinta propulsiva del bunga bunga, rispondendo ai pallidi cercatori di meschine rivalse (che oggi, dopo averle a lungo avversate, sembrano essersi convertiti alle elezioni anticipate prevedendo la costruzione di un mostro politico alla bisogna: lo schieramento dei "purificatori" da Vendola a Fini in grado di liberarsi dall’odiato tiranno, ma incapace di amministrare perfino un condominio) non soltanto con il “fare” di routine, ma soprattutto con l’immissione di una salutare febbre nell’organismo degli italiani che non hanno mollato affinché credano che ciò che poteva essere realizzato in tempi apparentemente più tranquilli, sia possibile da adesso in poi.
In altri termini, se il centrodestra vuole avere un avvenire, deve uscire dal Palazzo ed avvolgere la gente nella prospettiva di un realistico cambiamento attraverso le riforme radicali della Costituzione, della giustizia, del lavoro, della cultura, dell’ambiente, della qualità della vita degli stessi cittadini. Naturalmente senza cercare infruttuose mediazioni, respingendo i bizantinismi, offrendo le proprie ragioni con il decisionismo che ci si attende: è il popolo che deve capire, non i sensali della partitocrazia. E può farlo se Berlusconi cambierà radicalmente la fisionomia del governo, con un rimpasto di alto livello e quella del Pdl con una rivoluzione strutturale e culturale capace di annichilire gli avversari cui non resterà altro che guardare attoniti all’ultimo tempo del berlusconismo che potrebbe riservare loro sorprese sgradevoli ed al centrodestra la prospettiva di una lunga corsa verso la maturazione di una prospettiva di governo che non dovrebbe esaurirsi con l’uscita di scena del Cavaliere.
Si dirà che ambizioni del genere sono a dir poco eccentriche rispetto al clima generale: che importanza ha? Riesce ciò che può riuscire, non necessariamente ciò che sul piano legislativo viene concordato con chi si sa già che ce la metterà tutta per far fallire qualsivoglia progetto, come abbiamo sperimentato negli ultimi due anni e mezzo. Allora, molto meglio alzare il tiro, indipendentemente da come andrà a finire: si potrà sempre dire che il tentativo di vincere la partita è stato fatto, piuttosto che abbandonare il campo per presunta impraticabilità.
Non credo che il centrodestra voglia lasciare al Terzo polo, le cui contraddizioni sono emerse evidenti nel meeting di Todi, e a Futuro e libertà che si appresta a celebrare il suo congresso di fondazione, la rappresentanza del cosiddetto "mondo moderato" lasciando loro la possibilità di lanciare accuse di inadempienza all’indirizzo di chi è stato abbandonato quando l’opera era appena incominciata. Sarebbe sbagliato guardare ai movimenti dei finiani e dei loro alleati con sufficienza. E’ necessario riconoscerli per denunciarne le pratiche trasformiste ed apertamente confutare la labile e discutibile pretesa di appartenenza alla destra da parte di Fli proprio quando sarà chiaro l’avvenuto trasbordo nel campo centrista. Ma perché si riesca nell’intento, bisogna accentuare il piano della differenziazione culturale, ideologica e politica affinché venga compreso dove i semi della destra hanno fruttificato e dove, al contrario, sono stati fatti marcire, mentre quelli di un centrismo d’impronta democristiana sono andati dispersi nelle distese di gramigna del laicismo più intransigente.
Al centrodestra, insomma, resta molto da fare a condizione che non si lasci logorare da falsi problemi, come la questione della leadership su cui, certamente, nelle prossime settimane gli avversari cercheranno di arroventare la disputa. Magari trovando altre zoccole compiacenti da proiettare nel magico mondo mediatico dove le trasformazioni del potere avvengono rapidamente insieme con le conversioni non soltanto politiche. Insomma, che lo sbocco della crisi sia elettorale o meno, il centrodestra non deve rinunciare a se stesso. Se il gossip è un’arma formidabile di lotta politica, ancor di più lo sono le idee se si è capaci di metterle in campo. Ed è con le idee che si vincono le partite politiche, non con le puttane.
