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La sanità italiana

Coronavirus: come la sanità privata sta contribuendo ad arginare l’emergenza

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I casi di COVID-19 in Italia salgono inesorabilmente: secondo i dati diffusi ieri dalla Protezione civile avremmo raggiunto la temuta soglia di mortalità del 5% con 7.357 casi accertati e 366 morti. In Lombardia, la Regione più colpita, i casi di coronavirus sono più di 4 mila: a tal proposito, l’assessore al welfare Giulio Gallera ha individuato 18 strutture di riferimento che si occuperanno di grandi traumi, urgenze neurochirurgiche, neurologiche e stroke cardiovascolari; mentre i restanti ospedali si occuperanno dei pazienti affetti da coronavirus. Quello che è interessante notare è che in questa situazione un grande contributo viene dalla tanto vituperata sanità privata.

Nella sola Lombardia circa il 30% dei cittadini ricoverati per COVID-19 è ospitato in strutture private che per l’occasione hanno bloccato interventi e ricoveri programmati in modo da lasciare maggior respiro al pubblico. Su un totale di 859 ricoveri in terapia intensiva, 589 sono stati effettuati in strutture pubbliche e 270 in strutture private.

Questo significa auspicare ad un modello sanitario simile a quello statunitense? Ovviamente no. Il privato americano – sul quale realtà e mistificazione mediatica diventano spesso indistinguibili – è un privato per così dire “puro”, mentre quello italiano gode di convenzioni e finanziamenti governativi: questo accade perché a monte dei due sistemi vi sono principi etici diametralmente opposti. Per semplificare, negli Stati Uniti si pensa che il cittadino, in cambio di una pressione fiscale più leggera, debba essere in grado di provvedere autonomamente anche alle spese di primaria necessità: per questa ragione il governo federale delega le competenze sanitarie ai singoli Stati, che possono scegliere se coprire metà delle prestazioni o lasciarle totalmente alle assicurazioni stipulate dai singoli cittadini. In Italia, invece, vige il principio della sussidiarietà e della libera scelta: quindi, attraverso una commistione del pubblico e di un privato che gode di convenzioni e finanziamenti, è il cittadino a scegliere liberamente dove curarsi.

Detto questo, occorre soffermarsi su quello che in questi ultimi giorni è diventato un mantra: si è parlato di un ruolo messianico della sanità pubblica e ciò ha comportato anche attacchi ingiustificati contro quella privata. Sicuramente il pubblico sta facendo sforzi sovrumani per fornire assistenza ai pazienti che hanno contratto il virus, ma da solo non ne sarebbe assolutamente in grado e sicuramente collasserebbe nel giro di poco tempo. Parliamo, infatti, di un sistema fortemente debilitato dai tagli subiti negli ultimi dieci anni: secondo quanto riportato dalla Fondazione Gimbe le manovre finanziarie messe in atto tra il 2010 e il 2015 hanno portato via al pubblico 25 miliardi, una perdita di 12 miliardi è stata subita tra il 2015 e il 2019 quando alla sanità pubblica sono state negate molte delle risorse programmate dalla finanza pubblica, infine nel 2019 c’è stato un ulteriore taglio di 37 miliardi. Questi tagli hanno comportato la perdita di 70.000 posti letto, la chiusura di 359 reparti e molti piccoli ospedali sono stati riconvertiti, se non non abbandonati totalmente.

Si tratta, pertanto, di una situazione tragica nella quale il privato ha svolto un ruolo ausiliario di tutto rispetto e non lo ha fatto a causa di fantomatici finanziamenti derivanti dal taglio al pubblico. Secondo l’ultimo rapporto sulla qualità degli outcomes clinici nell’Ospedalità Privata, pubblicato da AIOP (Associazione Italiana Ospedalità Privata), all’interno di strutture private avvengono ogni giorno: il 28,4% delle giornate di degenza, il 26,5% delle prestazioni offerte a fronte di un’incidenza sulla spesa sanitaria pubblica complessiva del 13,5%. Tuttavia, la sanità privata non è esente da problematiche interne, ma, comunque, il ruolo fondamentale che riveste nel mantenimento del nostro sistema sanitario complessivo è innegabile.

Questo non significa voler transitare ad un sistema totalmente privato, significa porsi delle domande sul futuro della nostra sanità: se vogliamo potenziare il nostro SSN, mettendo al centro il principio della libera scelta del cittadino, dovremo non solo aumentare i fondi di convenzionamento con strutture private seguendo criteri di efficienza e misurazione, ma, allo stesso tempo, tornare ad investire sul pubblico restituendogli tutti quei fondi destinati a una spesa inefficiente o meramente assistenzialistica, come, ad esempio, il reddito di cittadinanza, Quota 100 e la spesa pensionistica generale e le assunzioni nella pubblica amministrazione.

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