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Cosa insegna all’Italia il referendum scozzese

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Non riesco ad unirmi al vasto coro di soddisfazione per l’esito del referendum scozzese. E’ un coro che ha al suo interno troppi interpreti di un vecchio centralismo (democratico e non), e suona più come un sospiro di sollievo che come un giudizio critico e ponderato.

Al di là del suo esito, il referendum sull’indipendenza della Scozia restituisce infatti prepotentemente alla nostra attenzione la fotografia di una realtà profondamente spaccata in due parti che sostanzialmente si equivalgono. E’ miope e antistorico considerare questo esito come un segnale ai movimenti separatisti perché “non ce la faranno mai a rompere l’unità”. Siamo invece di fronte a un ulteriore e severo monito ai governi centrali di molti paesi europei perché prestino molta più attenzione di quanto non facciano attualmente ai propri territori, alle loro culture, tradizioni, vocazioni.

Dal punto di vista europeo il risultato del referendum è certamente positivo, in un momento nel quale occorre unire piuttosto che dividere, ma se Cameron non saprà far tesoro di questa lezione storica e si limiterà a derubricarla come scampato pericolo, le conseguenze potrebbero, nel medio periodo, essere gravemente destabilizzanti per il Regno Unito. Questa situazione, senza dubbio, può ancora determinare un effetto domino su molte altre realtà europee con gravi effetti sugli equilibri dell’intero continente, già precari ed instabili.

Cameron non potrà accontentarsi della già annunciata e promessa devolution ma dovrà prendere atto, viste le risicate proporzioni del no alla separazione, del fatto che il Regno Unito, per restare tale, deve avere il coraggio di realizzare un reale sistema federale, del quale peraltro la tradizione  anglosassone nel mondo autentica ed efficace interprete.

Inoltre, nel momento in cui sembra che l’Inghilterra sia preda di tendenze che spingono verso l’uscita dall’Unione Europea, Cameron dovrà cogliere questa occasione e avere il coraggio di invertire la rotta rafforzando invece lo spirito europeista del suo paese. Solo un’Europa dei popoli, rispettosa di tutte le loro peculiarità, pronta a valorizzarle e non a reprimerne l’originalità, potrà salvare le sorti di un continente mai come oggi stretto e messo alle corde dalla competizione con i colossi, vecchi e nuovi, dell’economia e della geopolitica mondiale. E questa Europa dei popoli, lucidamente pensata e fortemente sognata dai Padri fondatori, non si può fare senza il Regno Unito.

Il referendum scozzese contiene un forte richiamo anche al governo italiano, che lo deve leggere con attenzione e senza l’atteggiamento superficiale e provinciale che purtroppo spesso anima i pensieri dei nostri leader, giustamente preoccupati dalle vicende di casa nostra ma troppo poco consapevoli che ormai questa casa ha enormemente allargato i propri confini. Altrimenti ci ritroveremo sempre a lamentarci dell’eurocrazia e di un’Europa matrigna, mentre in realtà è la nostra incapacità di esserne protagonisti fino in fondo che ci allontana da essa.

La lezione che il nostro governo e il nostro parlamento devono trarre da quanto avvenuto ieri in Scozia è concettualmente molto semplice ma probabilmente assai difficile da accettare: il centralismo non favorisce affatto l’unità nazionale, ma aumenta le tensioni, le distanze e le rivalità tra le diverse anime del paese, e sono queste rivalità che stanno alla radice delle inefficienze di un sistema amministrativo basato su un regionalismo troppo asimmetrico. Le regioni hanno atteso invano, anche per propria grave responsabilità, il completarsi di un processo federalista più volte annunciato e mai seriamente perseguito, perché ostacolato da burocrazie politiche, ministeriali e imprenditoriali e da enormi rendite di posizione.

Questo eccesso di centralismo fa male al Paese, ne aumenta i costi e allontana i cittadini dalla politica.

In nome della spending review sono state abolite le province, si sono ridotti ai minimi termini quei luoghi di democrazia e di rappresentanza diffusa che erano i consigli comunali, anche il Senato si ridurrà ad un organismo di rappresentanza; ora si invoca da talune parti l’abolizione delle regioni, considerate il vero male del Paese. Probabilmente qualcuno pensa di tornare a un modello già sperimentato, peraltro non con grande successo: un uomo forte a Roma e i podestà come controllori del territorio.

Bisogna allora avere la lucidità di comprendere che solo una seria riforma del sistema regionale, che porti il nostro Paese ad assomigliare sempre più ad un modello come quello tedesco, può consentirci di garantire i giusti margini di autonomia ai nostri territori, la loro valorizzazione, il rispetto delle diversità storiche, culturali, socio-economiche. Forse la Germania non è così? E forse la Germania è meno forte come Stato perché ha all’interno dei lander forti? Tutt’altro. E la Germania, tra l’altro, non presenta al proprio interno situazioni come quelle della Catalogna, dei Paesi Baschi o della Scozia.

Un sistema autenticamente federale, e non altro, rafforza l’unità nazionale.

Questa era un tempo la battaglia storica della Lega Nord. Oggi quella di Salvini è una patetica caricatura del movimento che fu di Umberto Bossi: ne imita i toni populisti e demagogici senza averne nemmeno un briciolo di visione né di autorevolezza politica. Occorre dunque che il tema venga ripreso in mano da altri in modo credibile.

Servono anzitutto 6-8 grandi regioni per eliminare le asimmetrie attuali, che portano a mettere sullo stesso piano realtà di dieci milioni di abitanti e altre di qualche centinaio di migliaia. Vanno eliminate le storture dell’attuale titolo V della Costituzione e le regioni devono essere soggetti autorevoli, con poteri veri e responsabilità chiare. L’attuazione dei costi standard non può non avere come primi interpreti i sistemi regionali.

Anche i partiti dovrebbero poi mettere a disposizione il proprio personale politico migliore per gestire le regioni, cosa che non sempre accade. Tuttavia, nessuno si sta ponendo il problema di inserire nella modifica in atto della carta costituzionale la revisione del sistema regionale. Sarebbe un processo non facile, anche doloroso per talune realtà destinate ad essere accorpate con altre, ma alla fine del quale il nostro Paese si ritroverebbe con un assetto istituzionale enormemente più efficiente, finalmente moderno e all’altezza delle sfide.

Evitando che tra qualche tempo, anche da noi, ci si debba misurare con un referendum come quello scozzese. O con la logica del duce e del podestà.

Renzi ci faccia un pensiero.

(Paolo Alli è Deputato del Nuovo Centrodestra. Siede nella Commissioni Affari Esteri e Politiche UE ed è  VicePresidente Delegazione Italiana all'Assemblea Parlamentare della NATO)

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