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Così la Cina si prepara a creare una nuova egemonia imperiale

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In un momento di profondi cambiamenti geopolitici c’è bisogno di chiederci da che parte stare, scegliendo una direzione da seguire nella speranza che quest’ultima ci conduca in un porto sicuro. Ad oggi, secondo il parere di analisti ed esperti, quel porto non esiste, poiché la nostra Europa fa gola a tanti ed i nostri governi sembrano non capire tale emergenza.

Mentre fino al primo decennio degli anni 2000 la partner-ship con il Nuovo Mondo sembrava solida ed affidabile, ad oggi, da circa 10 anni, pare che ci sia un altro attore, sempre più “volenteroso” di mettere le mani sul Vecchio Continente, oltre che sul nostro Bel Paese, troppo debole e distratto dall’emergere di nuovi sovranismi per capire l’entità della crisi incombente.

Il progetto Belt and Road Initiative (BRI), il quale prevedeva un impiego di circa 1000 miliardi di dollari, annunciato dal Presidente cinese XiJiping nel settembre del 2013, attualmente sembra un vero e proprio piano di globalizzazione più che un investimento in infrastrutture. La Nuova Via della Seta è stata oggetto d’analisi dei vari centri geostrategici, i quali hanno evidenziato un fattore comune: la Cina non è più il prodotto di una moltitudine di sotto-salariati che hanno fatto del basso costo di manodopera l’elemento portante dell’economia statale. Il Paese del Dragone può vantarsi di essere diventato una grande potenza, superando di gran lunga quella che negli anni ’50 era considerata l’alternativa ad modo di pensare troppo all’occidentale.

L’ex Unione Sovietica, ormai in netta discesa, sia in campo economico e soprattutto in campo militare, vede il sorpasso di una Cina sempre più aggressiva e lungimirante. L’attenzione per il cyber-spazio, oltre che per le bio-tecnologie, trova espressione nel progetto “Made in China 2025”, il quale ci mostra come il governo di Pechino, grazie ad una nuova forma di mercantilismo, vorrebbe raggiungere la supremazia nei campi della robotica, dell’intelligenza artificiale, delle energie rinnovabili; una vera e propria industria 4.0 che metterebbe a rischio l’economia non solo americana, ma anche europea. Tutto ciò ci costringe a guardare ad Oriente con occhio accorto, più come una minaccia che come una benedizione.

La Cina in questo momento è propensa verso un nuovo colonialismo che prevede il saccheggio di risorse ed il prestito di denaro ai Paesi in via di sviluppo, i quali vanno via via indebitandosi con le banche facenti capo alla Repubblica Popolare. Il suo campo di azione, però, non si limita al terzo mondo e ne è un esempio l’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia), nel quale lavorano più di1700 ricercatori provenienti da ogni angolo della terra. Questo piccolo gioiello della robotica e dell’hi-tech made in Italy non è di certo passato inosservato, dato che una delle sue massime aziende, la ESAOTE, è stata acquisita da un consorzio d’investimento cinese nell’aprile del 2018.

Nonostante ciò i cinesi ci tengono a precisare che il loro impatto sull’economia regionale è esclusivamente di carattere benefico, poiché la logica economica utilizzata da Pechino è quella del “win to win”, modello economico sostituibile a quello protezionista in cui entrambi le parti ricevono benefici. Ma la realtà chiaramente è ben diversa, poiché subordinando un’azienda nazionale, sovvenzionata inoltre da iniziative europee di “fund-raising”, a degli investitori stranieri, ne consegue il rischio di perdita non solo del marchio italiano, ma anche il controllo degli investimenti e del progresso tecnologico. Anche una nostra vicina geografica, la Grecia, conosce bene tali dinamiche. Il porto del Pireo, uno dei più importanti porti per la logistica nel mediterraneo, è in gran parte in mano cinese dopo l’acquisizione del 51% delle quote da parte della China Ocean Shipping Company

meglio conosciuta con l’acronimo COSCO. Con tale operazione Pechino ci mostra come uno sbocco sul Mar Mediterraneo gli consenta un accesso diretto ai mercati europei, poiché la Grecia rappresenta un vero e proprio ponte di collegamento per l’ingresso della BRI verso il vecchio continente.

Tutto questo ha inoltre imposto cambiamenti nelle relazioni tra capitale e classe lavoratrice, le quali hanno portato a limitazioni del diritto di sciopero, riduzione dei salari, aumento delle ore di lavoro. Tale “cinesizzazione” dell’economia, sia reale che finanziaria, getta un grosso dubbio su quelle che saranno le future relazioni geopolitiche tra le varie potenze in gioco. L’Europa in questo momento deve intraprendere un progetto comune, non soltanto di carattere economico ma soprattutto di carattere politico ed ideologico. Non deve cedere in nessun modo a quel soft-power utilizzato da un regime autoritario, il quale cerca di comportarsi all’occidentale, elevandosi ad ottimo paretiano, sostituendosi in modo furtivo all’America che fatica a mantenere relazioni e controllo su gran parte delle regioni in partner-ship. L’Italia, così come il resto dei vari Paesi europei, non può trattare unilateralmente con un colosso ormai moderno ed esperto, con un proprio “know-how”, che ha progetti chiari e ben precisi che non lasciano spazio ad un libero mercato, ma ad un monopolio globale a trazione sino-socialista.

L’Europa dopo il secondo dopoguerra, accettando gli aiuti elargiti dal piano Marshall per la ricostruzione infrastrutturale e sociale, si è legata all’America in maniera indissolubile, accettandone basi militari sul proprio territorio, manovre finanziarie azzardate, operazioni di peace-building dubbie, le quali spesso hanno portato a grossi ripercussioni sul nostro continente. Quest’ultimo, settanta anni fa, sentiva l’esigenza di scaricare il peso del restauro post-bellico nelle mani di una pedina più forte, che l’aiutasse a crescere, modernizzarsi, democraticizzarsi, fare chiarezza su alcuni territori importanti e decisivi il cui destino per motivazioni politiche per forza doveva essere gestito dalle potenze vincitrici.

Oggi i tempi sono cambiati, la nostra economia, anche se procede a diverse velocità in base alla capacità di sviluppo dei vari Paesi membri, è forte, così come il nostro sistema valoriale ed ideologico si è evoluto diventando modello di democrazia e uguaglianza. C’è bisogno che questa Europa ora più che mai metta da parte i rancori e si unisca verso una direzione comune, diventando quel porto sicuro di cui abbiamo bisogno.

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