Da Bossi si può pretendere più sobrietà sui soldati italiani a Kabul
21 Settembre 2009
di Redazione
Questo giornale ha una sincera ammirazione per Umberto Bossi. Da tempo abbiamo imparato a distinguere la solidità e la coerenza della politica leghista, la sua lealtà di fondo alla coalizione, dal tumulto del suo discorso pubblico. Non ci facciamo saltare i nervi per le sparate sui dialetti o sulle bandiere regionali: la Lega ha uno speciale rapporto con i suoi elettori il cui immaginario va costantemente alimentato.
E certo non ce la prendiamo con Bossi se a volte la Lega sembra l’azionista di maggioranza del governo. Semmai sono gli altri azionisti a dover riempire i vuoti che la Lega si affretta a colmare.
Ma c’è un settore dell’azione di governo che non può essere lasciato al folklore e all’immaginario ed è quello della politica estera e in particolare delle missioni militari italiane in zone di guerra.
Su questo fronte da un po’ di tempo a questa parte Bossi ha scelto di mostrarsi come il politico da cuore tenero e dalla lacrima facile, quello che vuole tutti "i nostri ragazzi a casa per Natale" e che ai funerali dei sei soldati si commuove e dice: "Noi li abbiamo mandati e ora tornano morti: non è per questo che avevo votato la missione".
Anche qui si comprende il dolore dell’uomo e del padre, ma Bossi è un ministro di questo governo e le sue parole rimbalzano immediatamente in tutte le cancellerie dei paesi alleati che hanno soldati in Afghanistan. L’ipotesi del rientro a Natale, ad esempio, ha fatto il giro del mondo in un istante e Berlusconi, Frattini e La Russa hanno faticato per raddrizzare la posizione italiana. Dal ministro per le Riforme si può pretendere un po’ più di sobrietà e un ciglio più asciutto anche davanti a tragedie che ci commuovono tutti.
Non sappiamo a cosa pensasse Bossi mentre votava a favore dell’invio di truppe italiane in Afghanistan. Di certo nessuno tra coloro che hanno votato e sostenuto quella missione lo ha fatto con l’idea di veder tornare sei bare. Ma nessuno dovrebbe aver votato senza considerare questa possibilità. Non si mandano soldati a mantenere la pace dove qualcuno vuole la guerra senza sapere che lo faranno a rischio delle loro vite. Lo sanno loro per primi, lo sanno le loro famiglie e i loro comandanti. Non sono "i nostri ragazzi" come recita un luttuoso manifesto del Pd sui muri di Roma, ma sono i nostri soldati. Uomini che hanno liberamente e fieramente scelto di portare lo stemma di corpi selezionati, pronti per le prime linee. Credere che siano morti per sbaglio, mentre pensavano di essere altrove o a fare altro che il loro dovere non è il segno di una dolente solidarietà ma di poco rispetto.
