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Giustizia incompleta

Da Pacciani ad Amanda, dovremmo imparare a fare indagini da Fox Crime

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La giustizia italiana non riesce a risolvere neppure gli omicidi ordinari, anche il delitto più banale diventa caso, mistero, talk show, e tutto finisce immancabilmente con le cineprese in tribunale e il processo trasmesso in tv. Era davvero un caso giudiziario  così difficile da risolvere la morte del piccolo Samuele Lorenzi di Cogne? E sarebbe diventata un caso mediatico la morte di Chiara Poggi se non fosse stata uccisa il 13 agosto, a due giorni da ferragosto, quando le notizie scarseggiano e i giornali non sanno cosa scrivere?

Da una parte, la pressione mediatica mette in difficoltà magistrati e polizia: difficile per un giudice per le indagini preliminari sentirsi libero, pronto a modificare totalmente l’impianto d’indagine, cambiare imputato, quando si sta giocando la carriera sotto i riflettori. Dall’altra, l’eccessiva presenza mediatica incoraggia il protagonismo di magistrati che si occupano di ordinari delitti comuni, mentre avremmo bisogno soprattutto di bravi commissari Maigret, coadiuvati da una buona scientifica. Le tremende accuse di avere ucciso i propri bambini e di averne nascosto i cadaveri, com’è capitato al padre dei fratellini di Gravina caduti e morti in un pozzo abbandonato nel centro della cittadina, sarebbero state formulate se fosse stata presa in considerazione l’ipotesi dell’incidente? Disgraziatamente, l’incidente, due bambini caduti in un pozzo mentre corrono, non fa notizia, mentre un padre divorziato che uccide i figli o li rapisce per sottrarli alla madre è un drammone avvicente su cui si gettano tutti morbosamente e un magistrato può anche costruirsi con esso un futuro da superstar.

Però anche quando il crimine non era ancora diventato spettacolo, i delitti in Italia non si risolvevano, rimanevano “misteri”, a meno che il colpevole non confessasse. Il mostro di Firenze è emblematico ed è stato continuamente citato nei blog e forum americani in questi giorni da chi considera Amanda Knox un’americanina innocente intrappolata all’estero in un sistema giudiziario perverso. La serie sul mostro di Firenze, prodotta da Wilder per Fox Crime di Sky, quando sarà trasmessa all’estero aumenterà inevitabilmente dubbi sulla nostra giustizia.

L’inchiesta della procura di Firenze, il processo, le ulteriori indagini della procura di Perugia, gli scontri tra magistrati fiorentini e perugini, la chiusura del caso, tutto l’impianto accusatorio, lascia perplessi sulla cultura investigativa e legale della nostra giustizia. In genere, le procure si lamentano della scarsità di fondi. Bisognerebbe invece cominciare a  calcolare, come fanno gli americani, quanti milioni di euro ci sono costati anni e anni di indagini a vuoto sulle coppie uccise negli anni ’80. A un certo punto, pare su  suggerimento del FBI, furono messi nel computer tutti i maschi single di Firenze e provincia, come se negli anni ’80  non fosse già diffusa la convivenza. Single felicemente conviventi, con figli e il mutuo sulle spalle, furono fermati nelle campagne fiorentine, in mezzo alla notte, mentre tornavano al rustico appena restaurato, perché  potevano essere potenziali mostri.

L’inchiesta si svolse con procedure tipiche della razionalità italiana: ci si chiese il perché, non il come fossero accaduti gli omicidi e soprattutto si storicizzò. La pistola dei delitti era una Beretta 22 con proiettili Winchester marcati dalla lettere H sul fondo. La perizia balistica dimostrò che gli stessi proiettili erano stati usati  per una coppia di amanti  uccisa in auto dal marito sardo nel 1968. L’inchiesta si impelagò nella pista dei sardi, malvisti allora in Toscana perché c’era stata un’ondata immigratoria e alcuni di essi avevano partecipato a rapimenti dove il sequestrato, dopo il pagamento del riscatto, non era tornato a casa e il cadavere mai trovato. I sardi, con fama di tagliatori di orecchi ai rapiti e anche di darli in pasto ai porci, erano perfetti come mostri. Furono arrestati dei sardi, i delitti continuarono, i sardi furono rilasciati, ma rimase l’ossessione storicista che il  delitto del ’68 contenesse necessariamente  la spiegazione dei delitti degli anni ’80. Agli inquirenti non venne mai in mente che il delitto del ’68 avesse una logica propria, con niente in comune con quelli delle coppiette degli anni ’80 e che la pistola potesse essere passata a un’altra mano per motivi banali. In un episodio di CSI Las Vegas una signora uccide una ragazza con la pistola vinta dal marito a poker. La pistola apparteneva a un giocatore che non aveva altro per pagare i suoi debiti se non la sua pistola. Non siamo a Las Vegas, non ci sono casinò, ma anche un pastore sardo può decidere di dare via una pistola, soprattutto se scotta, a qualcuno estraneo al suo mondo, con le modalità più comuni.

Mentre l’attenzione si concentrava sulle dinamiche familiari e sociali sarde, con le ipotesi più bizzarre, non ci si occupò della parte della perizia balistica per la quale l’autore dei delitti doveva essere alto almeno 1,80 e sui trenta anni. Non si studiarono a fondo le modalità degli omicidi, compiuti al buio, in piena campagna, dove non ci si limitava a sparare, ma si compievano complesse operazioni, come asportare l’utero alle ragazze uccise. Operazioni difficili al buio per un solo assassino. Non si prese neppure in considerazione il fatto che tutti i delitti fossero compiuti tra giugno e i primi quindici giorni di settembre (soltanto uno di ottobre, il 22), come se in inverno e in primavera le coppiette non andassero a far l’amore in macchina. Qualche ricercatore straniero suggeriva che in America e Canada l’anno accademico comincia di settembre e finisce ai primi di giugno.

Nella Firenze cosmopolita e intellettuale andava di moda l’ipotesi del criminologo impazzito, un Hannibal Lecter ante litteram, che salta su un aereo, viene a Firenze, città-mito, compie delitti perfetti e mostruosi e poi scrive sopra un bestseller sui serial killer. L’ipotesi era bizzarra, ma era facile uscire dal buio della campagna fiorentina, infilarsi in autostrada e andarsene dovunque. L’ ipotesi era troppo eccentrica per una città che vive di turismo, ma che si sia pensato solo a contadini rintronati, vecchie prostitute in disarmo e postini, mai a persone in transito in una città dove passa di tutto e al massimo si sia avanzata l’ipotesi del camionista (Spezi), suscita qualche perplessità.

Poi si trovò il contadino Pacciani, con due infarti,  malmesso, vecchio. Anche gli amici di merende erano vecchiotti, malati, poco convincenti come complici di imprese che richiedevano intelligenza, forza, mano ferma, abilità chirurgica. Poiché anche alla procura di Firenze il paradigma Pacciani & C., dopo i due processi, sembrava facesse acqua da tutte le parti, entrò in scena la pista esoterica, i mandanti occulti, i potenti intoccabili, e il medico perugino. Francesco Narducci, il perugino, è sicuramente morto, forse è stato ucciso, veniva spesso a Firenze, forse era gay, forse no, forse aveva un’amante a Firenze, forse aveva qualche amico strano, ma collegarlo su queste basi a Pacciani & C., mostri maldestri, pone qualche dubbio sulla cultura generale dei nostri magistrati e investigatori. Non è mai stata presa in considerazione l’ipotesi di una gang giovanile che uccide per  terrorizzare, senza mandanti occulti e potenti. I delitti sono sempre avvenuti d'estate, quando gli studenti sono in vacanza.

Marco Furlan e Wolfang Abel, due serial killer che uccisero nel nord-est e in Germania tra il 1977 e il 1984 volevano ripulire il mondo dai ragazzi che ballavano in discoteca. Furlan era figlio del primario del centro ustionati di Verona, stava per laurearsi in fisica. Wolfang Abel era il figlio del dirigente di una compagnia assicurativa tedesca e viva a Verona, laureato in matematica a pieni voti. Perché non è mai venuto in mente che il mostro potesse essere due o tre giovani apparentemente normali, che come Furlan e Abel volevano ripulire il mondo, cominciando dalle coppiette a far l’amore in auto? Una serie di delitti di due o tre giovani esaltati, e uno magari di medicina. Tutti i ginecologi di Firenze e provincia furono considerati possibili assassini, denunciati da mogli, amanti, pazienti,  perfino i dentisti entrarono nel mirino,  mai – a quanto ne sappiamo – ci si chiese se esistesse  qualche studente di medicina col gusto di asportare l’utero alle coetanee. Fin dall’inizio l’inchiesta  escluse che il killer potesse essere giovane. Se invece di fissarsi sul delitto del ’68, che avrebbe risolto i delitti degli anni ’80, si fossero guardati intorno, fossero stati più empirici, forse i responsabili della morte delle coppiette non sarebbe più i mostri, ma banali assassini.

Il mostro di Firenze è un caso emblematico di tutte le carenze culturali della nostra giustizia, dove si spendono milioni di euro per riaprire cold case, come quello della povera Simonetta Cesaroni, e dopo tante ipotesi si ripiega sul fidanzato. Come se nella Roma degli anni ’80, una bella ragazza insoddisfatta del fidanzato, non potesse incontrare mentre andava al lavoro un simpatico balordo, aprirgli la porta dell’ufficio e finire ammazzata. Appunto, la casualità e l’assassino per caso è fuori dalla cultura della nostra giustizia, sempre alla ricerca di mandanti occulti. Non sarebbe il caso di abbonarli tutti a Sky a costringerli a vedere Fox Crime, dove niente è dato per scontato e gli investigatori si aggiornano continuamente. Perché non mandarli un po’ a scuola i nostri magistrati superstar?

 

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