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Da Saviano a Moccia, tutti i volti della letteratura italiana

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Se è vero che lo spirito dell’antagonismo militante che anima la Nazione Indiana di Saviano & Company anticipa la nuova stagione del “rigore”, della “ridistribuzione” forzata da parte di un apparato statale che agli occhi dei cittadini non solo del nord, sembra sempre meno Robin Hood e sempre più lo Sceriffo di Nottingham, è altrettanto vero come nella società italiana si assista ad una disincantata voglia di leggerezza, una distanza dai focolai di invidia sociale su cui si soffia continuamente.

Tale sentimento è tanto più radicato nelle giovani generazioni che abbracciano l’esplosione del fenomeno Moccia.

Federico Moccia, per pubblicare deve farlo a proprie spese. E’ il 1992 quando le 2.500 copie di “Tre metri sopra il cielo” (Feltrinelli, 2006 pagg. 395) cominciano a circolare per una parte ristretta di Roma. Il libro diventa un fenomeno di cui è impossibile non parlare perché Moccia da dignità letteraria a personaggi come il picchiatore di quartiere redento dall’amore di una brava ragazza, il figlio di papà che ruba la BMW, la vita da clan dei tardo adolescenti in una parte patinata di una Roma fino ad allora esclusa dal racconto della città, ancora troppo legato a logiche pasoliniane.

 Oggi Moccia vende milioni di libri, viene tradotto in tredici lingue e dopo il suo ultimo lavoro “Scusa ma ti chiamo amore”, Rizzoli, 2007, pagg. 667, ai suoi libri è finito per legarsi un fenomeno di costume tra i teen-ager (il famigerato lucchetto simbolo imperituro di amore indissolubile) che per intensità e diffusione ricorda gli anni dell’impazzimento per i Duran Duran.

 Il pubblico di Moccia disturba l’establishment letterario. Disturba perché è un “altro” pubblico. Il suo approccio ai romanzi di Moccia è totalmente apolitico. A venire esaltati sono i sentimenti più comuni. Sono i compagni di classe del banco accanto.

 Ma dai sentimenti più comuni lo snobismo di maniera deve prendere distanza. Così trapela questa cosa qui del Moccia di destra.    

 E’ sì perché questa cosa qui della destra che incombe e si dice liberale, con due milioni e più di gente in piazza l’altro dicembre, non sarà sempre possibile relegare quella roba da qualche parte, lontano. Così in un mondo letterario italiano che per storia resta contiguo all’estremismo di sinistra, nel totale immobilismo e nella spasmodica ricerca di preservare se stesso anche a discapito della letteratura italiana stessa, si diffonde l’allerta.  

 Tutti sull’attenti compagni! Appena l’avvisaglia…zac: Colombati crocefisso. Nel suo “Rio”, Rizzoli, 2007, pagg. 355 il protagonista arriva a dichiarare la sua simpatia per Silvio Berlusconi! Certo l’operazione intellettualmente non è così pulita e Giulio Mozzi, il maggior talent scout italiano del momento, non ha tutti i torti a denunciarne la banalità: se proprio deve essere destra (o meglio qualcosa che non sia piattamente sinistra antagonista) l’escamotage è di certo poco elegante e coraggioso aggiungiamo noi, somigliando molto alla classica mano che lancia il sasso e la ritrae subito dopo spaventata.

 Il libro “Rio” è la seconda opera di Leonardo Colombati ed è la storia romanzata di uno dei tanti italiani che vanno nella City per formarsi all’esordio nel mondo del lavoro. Il racconto è senz’altro esilarante perché pur nelle stravaganze e nelle trasgressioni un po’ forzate non si arriva lontano da una memoria collettiva dei trenta-quarantenni di oggi che alle porte della dirigenza ricordano bene qualche anno indietro quando buttavano tempo e denaro proprio lì nella City e nel modo che racconta Colombati.

 Del suo primo lavoro “Perceber. Romanzo eroicomico.”, Sironi, 2005, pagg. 206, Giuseppe Genna, pasdaran alla Aldo Nove del mondo editoriale italiano antagonista, parlò come di un "capolavoro", era in realtà un libro che voleva essere l’ennesimo tentativo di un approccio pynchoniano nel romanzo italiano, fallito perché stimolante era di certo il progetto, ma alla fin fine non il libro.

 In questo panorama, una delle vere novità della stagione è l’affacciarsi sul palcoscenico di un genere che negli States spopolava attorno agli anni ’90, grazie all’esplosione di autori oggi affermati come Max Barry (Syrup, Jennifer Government – in Italia Logo Land -, Company ‘A Novel’). Infatti dal momento che la letteratura smette di essere tale, dal momento che la ricerca e l’indagine filosofica e scientifica alla base della creazione di valori letterari vengono surclassate dalla necessità di trovare a tutti i costi uno specchio riconoscibile in cui il lettore si osservi, diventano molto più plausibili professionisti della materia che aspiranti letterati.

 Parliamo della contaminazione tra marketing e letteratura non solo a livello di mutuazione di linguaggi o di legittimazione allo status di fonte letteraria a tutti gli effetti della pubblicità e dei media, no: parliamo di veri e propri autori che di professione fanno i manager in importanti gruppi industriali, che vendono FUFFA tutto il giorno per lavoro, e che a tempo perso trasformano in estetica il loro approccio cinico alla realtà.

 “FUFFA”, 2007, Baldini Castoldi Dalai, pagg. 228 di Alessandro Militi è scritto in modo diretto e lineare, racconta gli stessi ambienti di Colombati – nella specie il vuoto pneumatico dietro il divertimento ad ogni costo della Roma bene – anche qui il contenuto è totalmente apolitico e privo di impegno. Il personaggio trentenne vive la propria vita come un videogioco, i quadri si susseguono in un loop di esperienze vuote e  amare, come vuoti e amari sono i comprimari delle vicende del protagonista.

 Tant’è, forse siamo davvero qui. (continua)

 

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1 COMMENT

  1. Questo articolo
    Mi sembra il solito articolo pseudo letterario che non dice niente.Tipo “lancia il saasso e nasconde la mano”. Io non lo farei scrivere su questo giornale.

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