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D’Alema sbaglia Strada

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Massimo D’Alema ha detto molte cose parlando alla Camera per riferire sulle trattative che hanno condotto alla liberazione di Daniele Mastrogiacomo. D’Alema è uno che sa fare il suo mestiere e sa cogliere le opportunità politiche che gli si offrono per togliersi d’impaccio ogni volta che serve. Così ha volato basso, fornendo un resoconto puntiglioso dei fatti e cercando di mettere in primo piano la salvezza dell’ostaggio, su cui ricevere un facile apprezzamento bipartisan.

Ma il ministro degli Esteri non è riuscito restituire “trasparenza” ad una vicenda che è stata messa sotto i riflettori lì dove sarebbe dovuta rimanere in ombra ed è rimasta oscura quando era utile che fosse illuminata. I rapporti con il governo afghano, nelle fasi concitate del rapimento, sono stati liquidati in poche, affrettate righe: “In relazione alla collaborazione offerta alle autorità afgane,  - ha detto in aula D’Alema - bisogna dire che la collaborazione del Governo afgano, che è stata pronta nel corso di tutta questa vicenda, è anche legata  ad una valutazione circa la limitata pericolosità dei detenuti di cui si era chiesta la liberazione, diversi dei quali presentati come portavoce e non come forze combattenti del movimento talebano”.

Su questi due punti almeno le cose sembrano stare in modo molto diverso da come si è accontentato di raccontarle D’Alema.

Basta citare una lunga dichiarazione di Gino Strada il giorno dopo la liberazione di Mastrogiacomo. “Il governo afghano ci ha messo i bastoni tra le ruote sin dall’inizio – racconta Strada sul sito di Peacereporter –  la trattativa per la liberazione dei portavoce talebani è stata estenuante, lo sa bene l’ambasciatore Sequi che ha speso ore e ore al telefono a litigare con ministri e funzionari che si rifiutavano di eseguire gli ordini di Kazai, il quale per primo si è mostrato assai poco collaborativo, per non dire peggio”. Poi Strada continua nel suo racconto dei vari sviluppi della vicenda: “Quando Dadullah ci ha richiamato dicendo che voleva altri tre prigionieri in cambio di Daniele o lo avrebbero ucciso entro il tramonto, l’ambasciatore Sequi si è di nuovo scontrato con le resistenze del governo”. Strada, pare di capire, avrebbe voluto una specie di governo-bancomat, da cui, inserito il codice e il numero, uscivano i prigionieri talebani richiesti.

Ma il punto è che la tesi di D’Alema ne esce a pezzi. La “pronta collaborazione del governo afghano” è stata piuttosto un doloroso e difficile compromesso con cui Karzai ha dovuto cedere ai mortali nemici del suo governo per non vedersi girare le spalle dagli alleati italiani.

E se la decisione di Karzai è stata laboriosa e non istantanea come sarebbe piaciuto a Strada è perché i prigionieri liberati era tutt’altro che “portavoce”. Era noto prima che fossero liberati ed è stato confermato dai fatti subito dopo. D’Alema avrebbe potuto riconoscerlo e invece ha avvalorato la tesi che si trattasse di scartine: “È apparso chiaro fin dal primo momento che le richieste non incontravano particolari difficoltà o problemi”.

Invece le richieste erano molto problematiche. Il giorno dopo il rilascio, uno dei “portavoce”, Ustad Yasir ha dichiarato: “Tornerò a combattere con gli altri fratelli mujahidin dell’Afghanistan”. Un altro era niente meno che il fratello del leader talebano Dadullah, Haji Akhtar Mohammad, alias Mansoor, che ha subito preso il posto del fratello per consentigli una vacanza dalle fatiche del rapimento. Altri due, Hafiz Hamdullah e Abdul Ghaffar sono stati definiti “comandanti militari” dallo tesso Dadullah.

L’intervento di D’Alema alla Camera non è stata un’operazione di verità, ma il pigro e svogliato disbrigo di un dovere a cui si sarebbe volentieri sottratto. Ne è uscito indenne solo perché davanti alla necessità di salvare una vita ogni governo compie i suoi errori e cede a compromessi. Ma più i giorni passano e più si vede con chiarezza che gli errori e i compromessi del governo Prodi in questa occasione eccedono qualsiasi paragone.

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