Home News Dalla trincea dei pubblici esercizi: “Governo schizofrenico, recuperiamo noi fiducia gli uni negli altri”

La testimonianza

Dalla trincea dei pubblici esercizi: “Governo schizofrenico, recuperiamo noi fiducia gli uni negli altri”

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“Credo che la parola chiave in questa fase debba essere ‘fiducia’. Che non significa minimizzare, sottovalutare e tantomeno negare. Ma significa impedire che dal piano del doveroso rispetto delle regole – auspicando che esse siano sensate – si passi a un piano più insidioso: quello della diffidenza fra le persone, che poi diventa ostilità fino a sfociare nell’alienazione sociale. Insomma, dalle restrizioni fuori di noi al lockdown dentro di noi”.

Testimonianza dalla trincea più immediata di questa nuova guerra invisibile. Daniele D’Angelo parla da una duplice visuale: quella del ristoratore, dell’imprenditore nel campo della ricettività, dell’agricoltore “chilometro zero”. E quella del politico e dell’amministratore comunale in una città, L’Aquila, che ne ha passate tante, che di una nuova crisi farebbe volentieri a meno e che più di ogni altra deve evitare di smarrire un senso di comunità.

“Dobbiamo sforzarci tutti di avere fiducia – osserva -. Fiducia negli operatori sanitari, sapendo ad esempio che il tracciamento dei contagi è una cosa seria e segue regole ben precise, che ci sono fior di professionisti a occuparsene e che ‘tracciarsi’ sui social network, come sembra essere diventato una moda, può sembrare utile ma invece serve solo a creare confusione e a rendere più difficile il lavoro di chi si occupa degli screening. Fiducia negli esercenti, che più di tutti tengono alla salute propria, dei propri collaboratori e dei propri clienti e che adottano con serenità ogni accorgimento per garantirla. Fiducia nel futuro, a patto che si mantengano le giuste proporzioni fra i dati di realtà, sapendo che oltre al tema della sicurezza sanitaria vi è un tema socio-economico da non sottovalutare per evitare che si arrivi a un punto di non ritorno che investirebbe tutti: i non garantiti e i presunti tali che in realtà, se le imprese falliscono, a breve non lo saranno più”.

Fiducia nel governo appare un po’ più complicato averne… Perché la sensazione è che, pur avendo martellato per mesi con una campagna ansiogena paventando sfracelli e ondate di ritorno, ben poco sia stato fatto nei settori nevralgici che avrebbero dovuto essere presidiati. E adesso si cerchi di scaricare il panico ingenerato nella popolazione sulle spalle delle aziende dei settori più esposti, già provate dal lockdown primaverile. Che, ad esempio, si comunichino i dati in maniera fin troppo allarmante per non rendere conto dell’inerzia sul vero fronte potenzialmente critico – l’inadeguatezza del servizio sanitario in alcune regioni del Sud – che poco o nulla si è fatto per migliorare.

“Ho sentito il ministro delle Infrastrutture affermare che i trasporti pubblici non sono veicoli di contagio – dice D’Angelo -. E’ tutto surreale. Si cerca di scoraggiare i cittadini dal prendere un caffè o mangiare fuori in luoghi puliti e regolati, come le norme consentono, insieme alle stesse persone che si frequentano quotidianamente, e poi, per non rispondere della propria incapacità ad affrontare i problemi, si nega che ammassarsi su un autobus di una grande città con decine e decine di sconosciuti sia forse un po’ peggio che mangiare una bistecca con il proprio cugino. Si è arrivati impreparati sulla scuola, sui trasporti, è stato massacrato Bertolaso per aver realizzato una struttura sanitaria in grado di far fronte a un eventuale surplus di domanda, e ora si vorrebbe far pagare un conto salatissimo a luoghi nei quali si applicano tutte le misure di sicurezza e che sono tradizionalmente veicolo di sana socialità. Un bus romano è una zona franca e in un ristorante pulito e distanziato il virus attende la mezzanotte per entrare in azione? Dai, siamo seri…”.

Le imprese, insomma, più che di pagare per ciò che il governo fa temono di scontare sulla propria pelle, ingiustamente e immotivatamente, le conseguenze di ciò che in questi mesi non è stato fatto. “Il mio pensiero va alle partite Iva, ai loro dipendenti, all’indotto, a un mondo che lavora, rispetta le regole e con i propri sacrifici manda avanti il nostro Paese”. Un mondo che si sente abbandonato, incompreso, vissuto quasi con fastidio, e che dopo essere stato l’ossatura di ferro dell’economia nazionale teme di fare la fine del vaso di coccio in un gioco che appare più grande di tutti noi. E allora? “Questa situazione ci sta mettendo a dura prova, e la rabbia nei confronti del governo è davvero tanta. Si lanciano messaggi devastanti con una leggerezza incredibile, poi non si fa nulla per prevenire situazioni che andrebbero invece evitate. Si creano condizioni che di fatto paralizzano interi settori senza il coraggio di farlo apertamente assumendosene la responsabilità e spiegando al Paese le ragioni delle proprie scelte. Poiché non voglio pensare che intendano intenzionalmente portarci al massacro, devo ritenere che delle dinamiche più elementari dell’economia, delle problematiche del mondo produttivo, non abbiano proprio idea. Ma noi non molliamo, nonostante il governo e se necessario contro il governo. Non consentiremo che le nostre aziende, frutto del sacrificio di una vita, diventino un peso di cui liberarsi invece di un patrimonio da tutelare per il bene della comunità e del territorio. Non consentiremo che quella di fare tabula rasa delle nostre radici diventi una tentazione da considerare invece dello sfogo di un momento”.

Insomma, anche questa nottata passerà. “Sì, passerà. Ma l’arrivo dell’alba dipenderà anche dalla nostra capacità di avere fiducia gli uni negli altri e tutti insieme andare avanti”. Iniziando – questo lo diciamo noi – col non trasformare il rispetto delle regole in un rifiuto di vivere, perché la sopravvivenza dell’economia e dunque della società dipende anche e soprattutto dai nostri piccoli gesti quotidiani, da un pasto al ristorante a una messa in piega dal parrucchiere. Chi ce lo avrebbe mai detto che la rivoluzione avremmo dovuto combatterla addentando una bistecca. Avanti, che si può fare.

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