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L'uovo di giornata

Di Matteo, il centrodestra e la sindrome di Stoccolma

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“Rivendico l’autonomia delle mie scelte da qualsiasi condizionamento, compreso quello mediatico determinato dalla posizione di magistrati particolarmente esposti. Alla luce di taluni comportamenti di questi giorni, peraltro, ritengo che aver destinato ad altri il delicato ruolo di vertice dell’amministrazione penitenziaria sia stata una scelta giusta e che un grave errore sia stato invece quello di aver ritenuto il dottor Di Matteo adeguato a ricoprire tale posizione o altra di analogo se non superiore prestigio. Poiché tuttavia quella scelta giusta è l’unica che io abbia compiuto in due anni di ministero semplicemente disastrosi, dopo averla rivendicata rassegno le mie dimissioni. Non per Di Matteo, dunque: per tutto il resto”.

Questa è la lettera che il centrodestra dovrebbe pretendere dal guardasigilli Alfonso Bonafede, al secolo Fofò dj. E farla seguire da novanta minuti di applausi. E invece lo spettacolo al quale si assiste in queste ore scorrendo le dichiarazioni alla stampa o anche solo i social network è piuttosto allucinante.

Già, perché l’antica massima per la quale il nemico del mio nemico è mio amico – dotata di una qualche validità nelle piccole schermaglie quotidiane – dovrebbe incontrare un limite quando dal piano delle scaramucce si passa a quello dei princìpi non negoziabili. E quello della giustizia lo è.

E invece in questa politica senza più coraggio né visione, ormai ridotta a guerra di like a rimorchio del programma televisivo più gridato del giorno, questa politica nella quale i leader si riducono a follower dei sentimenti epidermici del momento, ormai tutto è possibile. E’ possibile anche che uno schieramento che da sempre propugna una visione della giustizia improntata alla legalità e al garantismo – che non significa innocentismo, ma significa che anche l’esercizio del potere repressivo e punitivo dello Stato debba essere rigorosamente soggetto alla legge – si tuffi a pesce sul “caso” del momento dimenticando il proprio pensiero e finanche la propria storia.

Una storia che il pm Di Matteo – con tutto il rispetto per la sua persona e per il suo lavoro – da anni cerca di dipingere come una storia criminale non solo nei suoi atti, ma anche nelle copiose esternazioni mediatiche che accompagnano inchieste scoppiettanti e con ampio sfondo sociologico (ma noi non eravamo per la continenza mediatica dei magistrati e per la tassatività del diritto penale?). Una storia che quando eravamo una parte politica degna di questo nome abbiamo difeso con le unghie e con i denti. In nome della nostra dignità, ma anche del rifiuto categorico di piegarci a una visione della giustizia fondata sul sospetto come anticamera della verità e sull’idea che lo Stato possa considerare corrotti o mafiosi a prescindere tutti coloro che non dimostrano preventivamente di non essere tali (pericolosissimo ribaltamento dell’onere della prova e dell’idea di giustizia maturata nei millenni in quella che fu la patria del diritto).

Vedere oggi le cinquanta sfumature del centrodestra invocare le dimissioni di Bonafede ergendo a vessillo le dichiarazioni televisive (a scoppio ritardato) dell’eroico pm Di Matteo è abbastanza sconcertante. E’ la prova di una deriva politica ridotta a interpretazione estemporanea della sensazione epidermica del momento. Ridotta a “seguire”, mai a guidare. Senza rendersi conto che a furia di seguire ben presto non avrà più nulla da dire.

Prima Fofò dj sloggia da via Arenula e meglio è, questo sia chiaro. Ma non per l’onta della mancata nomina di Nino Di Matteo a capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Magari, come recita la lettera immaginaria che apre queste righe, per l’errore di aver pensato che il pm fosse la persona giusta per quel ruolo, o peggio per il ruolo di capo degli affari penali che fu di Giovanni Falcone. O, ancor di più, per i numerosi sbagli compiuti in questi due anni di ministero, che hanno avvicinato la giustizia italiana al sogno (o incubo) concepito da certi pubblici ministeri e hanno ridotto la politica a sfiorare le crisi di governo per un’intervista da Giletti.

Amici del centrodestra, anche senza scomodare Pietro Nenni e “il più puro che ti epura”, si sta semplicemente realizzando un cortocircuito inevitabile tra giustizialismo politico e giustizialismo giudiziario. Perché quando la politica si piega, alla prima prova di autonomia il partito mediatico-giudiziario di certe procure (o meglio, di certi pm) presenta il conto. Noi, che lo avevamo sempre detto, non abbiamo da fare altro che aprire i pop corn e goderci lo spettacolo. L’icona di Nino Di Matteo lasciamola ad altri, che è meglio. A noi il conto è già stato presentato e quando avevamo le palle lo abbiamo respinto al mittente.

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1 COMMENT

  1. Chissà se il Populismo sia, di per sé, Repubblichino o Repubblicano …

    … di certo, se esso è alla ricerca del proprio “Re di Maggio”, non ha che l’Imbarazzo della Scelta !!!

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